I 20 migliori album shoegaze e dream pop del decennio 2010-2019

Rispetto alle difficoltà, all’isolamento e alla solitudine artistica del decennio precedente (quello dell’horror vacui shoegaze causato dall’assenza di My Bloody Valentine, Ride e Slowdive), gli anni Dieci sono stati decisamente migliori. Intanto perché i Big Three sono tornati a farsi sentire da un punto di vista discografico dopo vent’anni abbondanti di silenzio. Ma soprattutto perché c’è stata una nuova generazione di musicisti che hanno creato movimento, suscitato interesse e scaldato i cuori in attesa del ritorno di re e regine. Il ricambio c’è stato, insomma: ma il bilancio qual è?

Fare i conti con Pitchfork

Una riflessione va fatta alla luce della maxi classifica dei 200 migliori album del decennio stilata da Pitchfork lo scorso ottobre. È un elenco interessante perché racconta qual è il presunto peso specifico di questa rinascita shoegaze nel mondo reale, quello della stampa musicale mainstream. La faccio breve: pare che non conti praticamente nulla. Scorrendo i duecento titoli, si notano almeno quattro esclusioni eccellenti: Slowdive, My Bloody Valentine, DIIV e Cigarettes After Sex. Si salvano solo DeerhunterM83Beach House. Dunque, nel mondo reale lo shoegaze sembra continuare a essere quello che è sempre stato: una nicchia.

Tanto riverbero per nulla?

La classifica di Pitchfork non è ovviamente inattaccabile, ma si tratta comunque di un’indicazione che non va sottovalutata, considerando l’autorevolezza della testata. Verrebbe da chiedersi allora se alla fine è davvero esistito questo ritorno dello shoegaze. Tanto riverbero per nulla? Sarebbe una considerazione un po’ troppo tranchant. Intanto perché lo stesso sito ha stilato tra il 2016 e il 2018 una top 50 dei migliori album shoegaze e una top 30 incentrata sul dream pop. Evidentemente negli ultimi anni è cresciuto l’interesse su questa scena che è uscita dal cono d’ombra dei circoli ristretti degli appassionati.

Il campionato del pop

L’altra considerazione riguarda l’essenza stessa della musica indipendente: davvero lo shoegaze deve giocare nello stesso campionato del mainstream? Non è una domanda che implica l’arrocco un po’ infantile di chi rifiuta a prescindere il pop, come se si trattasse di sterco al profumo di Chanel. Il punto è che la tendenza di oggi è di tarare il talento in base agli stream di un brano. Ma una cifra – grande o piccola che sia – non può essere un sinonimo di qualità (e ovviamente vale il discorso opposto: un gruppo non diventa improvvisamente pessimo se finisce nelle playlist che contano su Spotify). Lo shoegaze degli anni d’oro – i primi anni Novanta – veniva un po’ maltrattato dalla stampa e sostanzialmente ignorato dal grande pubblico. Oggi la situazione è migliorata su entrambi i fronti e i reietti di ieri sono i maestri di oggi, però non ha senso mettersi volontariamente in competizione con il Kanye West di turno: in fondo lo shoegaze pratica un altro sport e va bene così, perché di conquistare il mondo e di gonfiare gli stream non ce ne frega nulla. Se poi vogliamo fare i pignoli, gente come Cigarettes After Sex e DIIV hanno dalla loro dei numeri non proprio irrilevanti. Ammesso che conti davvero qualcosa.

Dunque?

Non siamo maggioranza – e, a naso, non lo saremo mai – ma non siamo nemmeno da buttare via. Lasciateci dunque divertire. E se vi va unitevi a noi. Nel frattempo, ecco i 20 album shoegaze e dream pop più belli del decennio 2010-2019.

20. Newmoon, Space (2016)

newmoon space

Mi è sempre piaciuta la definizione che il gruppo belga Newmoon dà di sé: reverb rock band. Space ne è l’esempio migliore: oscilla tra due poli – il dream pop più dilatato e il caos al quadrato – tenendo sempre salda la struttura fortemente melodica dei brani. È come se Slowdive e Nothing si sovrapponessero, fino a creare un suono che a volumi bassi accarezza la pelle e a volumi alti brucia l’aria.

19. Ringo Deathstarr, Colour trip (2011)

ringo deathstarr colour trip

I Ringo Deathstarr sono uno di quei gruppi ai quali bisogna dire grazie, perché sono stati tra quelli che hanno raccolto il fardello dell’assenza decennale dei Big Three e hanno contribuito ad accendere di nuovo il fuoco e a riaccendere l’entusiasmo nei confronti dello shoegaze. Colour trip è un disco fondamentale per capire come si è giunti fin qui: fate conto che senza album come questo non ci sarebbe stato Shoegaze Blog.

18. Tokyo Shoegazer, Crystallize (2011)

tokyo shoegazer crystallize

È un oggetto misterioso, una sorta di Sacro Graal dello shoegaze degli anni Dieci. È infatti introvabile: non esiste nelle piattaforme streaming, non esiste nei negozi, non esiste su Amazon. C’è giusto qualche video non ufficiale – e forse non autorizzato – su YouTube. Di recente, è stata messa in vendita una riedizione dell’album in cassetta e vinile: ovviamente non è rimasta una copia in giro e non si può acquistare l’album in digitale su Bandcamp. Un culto carbonaro e appassionato per un disco inafferrabile, bellissimo e, ovviamente, purrfetto.

17. Belong, Common era (2011)

belong common era

Non è un disco facile, questo dei Belong. Non ha praticamente ritornelli né strofe, non ha una canzone che possa in qualche modo avere un capo e una coda. È semplicemente – si fa per dire – una massa di suono informe, che però fa da detonatore per uno shoegaze estremo, disinibito, totale. E anche pazzesco.

16. Nothing, Tired of tomorrow (2016)

nothing tired of tomorrow

Dopo che il primo disco è stato quel che è stato – ovvero, un fragoroso annuncio di nichilismo senza filtri e di melodia apparecchiata sul rumore  – i Nothing con Tired of tomorrow centrano il punto e imbastiscono il miglior lavoro possibile in questi ambiti, che poi sono quelli frequentati da chi parte con l’obiettivo di fare un gran baccano e finisce per rendersi conto che alla lunga il casino passa, ma la melodia resta. E qui dentro ci sono alcune delle migliori melodie del decennio, tra Deftones, Slowdive, My Vitriol.

15. etti/etta, Old friends (2018)

etti etta

Il disco più bello del 2018 (secondo Shoegaze Blog, e dunque puoi fidarti) racconta un modo diverso di intendere lo shoegaze: in una sorta di testacoda tra passato e futuro, gli etti/etta gonfiano i suoni di riverberi, distorsioni, melodie e visionarietà. I brani sono compatti e assoluti, nel senso che sono blocchi di stupore sonico che fluiscono inesorabili, in cui le chitarre sembrano tastiere e le tastiere sembrano chitarre: opporre resistenza è inutile.

14. The Veldt, Thanks to the Moth and Areanna Rose (2017)

the veldt - thanks to the moth and areanna rose

Una delle band più importanti della prima ondata shoegaze è tornata con un disco che è una delle robe migliori che si siano sentite in questo decennio, a dimostrazione che la classe non ha scadenza, ma ha solo bisogno dei suoi tempi per esprimersi. Detta in modo semplice, i Veldt sono il punto d’incontro tra Marvin Gaye e Cocteau Twins: di fatto, vuol dire che hanno inventato un genere musicale tutto loro.

13. Jefre Cantu-Ledesma, On the echoing green (2017)

È stato uno dei primissimi album che sono stati recensiti da Shoegaze Blog. Si può dire che sia stato uno dei motivi che mi hanno spinto a rompere gli indugi e aprire questo sito: avevo la necessità di raccontare a modo mio un disco capace di dare una nuova prospettiva al dream pop. Gli elementi sono più o meno quelli di sempre: scommettiamo però che non avevi mai sentito una roba del genere?

12. Be Forest, Cold (2011)

be forest cold

Quando questo disco uscì, i Be Forest erano semplicemente tre ragazzini di Pesaro di vent’anni o poco meno. Il loro era un suono frutto di un istinto post punk consolidato in sala prove, ma ancora atteso alla prova del fuoco del primo disco. Le premesse erano che Cold sarebbe stato un lavoro carino ma ingenuo, secondo la mentalità tutta italiana che per essere credibile devi essere o vecchio, o scemo. Invece questo album si è rivelato per quello che è: una raccolta clamorosa di brani destinati a restare. Hanno stabilito uno standard, i Be Forest, azzeccando non solo l’album della vita, ma anche costruendo una carriera di tutto rispetto.

11. Rev Rev Rev, Des fleurs magiques bourdonnaient (2016)

rev rev rev des fleurs magiques bourdonnaient

I Rev Rev Rev vanno in America, pubblicano per Fuzz Club, tendono al massimo i loro brani e li trasformano in psichedelia lancinante e allucinata, un’ipnosi che è perdita di sensi e al tempo stesso ampliamento della percezione. Sono canzoni che sembrano sfilacciarsi nota dopo nota, allentando gli arrangiamenti e facendoli sbandare a ogni riff. Il termine shoegaze diventa quasi una camicia di forza per i Rev Rev Rev: lasciate fare loro ciò che vogliono, il divertimento verrà da sé.

10. Stella Diana, Nitocris (2016)

stella diana nitocris

Quelli di Nitocris sono gli Stella Diana all’ennesima potenza: c’è tutta l’epica di una band che rappresenta un pezzo importante di storia della musica indipendente italiana. Senza di loro non ci sarebbero state moltissime delle band che fanno tremare i muri di riverberi e distorsioni su e giù per il paese. Fai conto che Nitocris sia un libro di testo: se vuoi capire che cos’è stato lo shoegaze degli ultimi dieci anni, devi per forza studiare da qui.

9. My Bloody Valentine, M B V (2013)

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Lo so: speravamo tutti di vedere in questa classifica il famigerato nuovo disco dei My Bloody Valentine. E invece gli ultimi anni sono stati una fuga all’indietro, vedi la cancellazione del concerto al TOdays Festival nel 2018 e la rimozione di tutti gli album della band dalle piattaforme streaming. M B V resta dunque l’unica testimonianza discografica lasciata dalla band in questo decennio: se l’iniziale She found now è uno dei migliori esempi di rumorismo pop tirati fuori da Kevin Shields, il resto è una sorta di strano shoegaze jazzato, scomposto e bizzoso. Comunque sia, è un grande album. Il prossimo disco chissà.

8. The Stargazer Lilies, Occabot (2019)

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La copertina azzeccatissima di Occabot (numero due nella classifica dei migliori dischi del 2019) sembra avvicinare gli Stargazer Lilies a quei gruppi che negli ultimi anni stanno portando avanti una visione laterale, sfalsata e affascinante di psichedelia, come per esempio i The Comet Is Coming. Se questi ultimi partono dal jazz per arrivare al centro di un discorso di estetica sonora fosforescente e lisergica, gli Stargazer Lilies attaccano dal fronte opposto, quello dello shoegaze, per giungere allo stesso punto. Il risultato è che Occabot è una roba indefinibile, affascinante, pressoché unica.

7. Cigarettes After Sex, Cigarettes After Sex (2017)

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È un disco più coerente che omogeneo, questo dei Cigarettes After Sex. Perché se è vero che sembra di ascoltare per tutta la durata dell’album lo stesso brano di tranquillo dream pop, è altrettanto vero che la magia viene fuori lenta, nota dopo nota, fino a che nel tuo cuore c’è spazio soltanto per un mucchio di brividi e un universo di sogni infranti.

6. Blankenberge, More (2019)

blankenberge-more

Shoegaze Blog ha insistito parecchio su questo disco dei Blankenberge (numero uno nella top 20 del 2019) per una ragione molto semplice: è l’album che libera definitivamente da un pesantissimo fardello ventennale – quello rappresentato dai primi anni Novanta – le nuove leve dello shoegaze. More è la dimostrazione che i ragazzi di oggi non devono chiedere permesso a nessuno, la lesa maestà non esiste più: questo baccano di riverberi, distorsioni e crescendo da pelle d’oca non ha bisogno di nessun pedegree, perché suona divinamente, perché non c’è una nota fuori posto, perché nessuno, oggi, è più bravo dei Blankenberge.

5. DIIV, Oshin (2012)

diiv oshin

Prima che le chitarre si appesantissero di distorsioni e di conseguenza gli arrangiamenti sferragliassero in modo imprevisto – si parla di Deceiver – c’è stata la leggerezza apparente, la paranoia latente e l’esistenzialismo post punk di Oshin. Che rappresenta un modello di stile al quale hanno attinto abbondantemente migliaia di band nell’ultimo decennio. E la cosa surreale è che mentre gli altri si divertono a rincorrere arpeggi evanescenti, vocalità in chiaroscuro e bpm elevati ma non ossessivi – in pratica, la formula magica di Oshin – i DIIV sono andati già altrove. Fino alla prossima mutazione.

4. Beach House, Bloom (2012)

beach house bloom

Quando uscì questo disco, il chitarrista Alex Scally disse una cosa interessante: “Noi come gruppo non prendiamo certe decisioni consapevolmente. Io odio quando le band cambiano tra un disco e l’altro. Di fatto chi si comporta così dà l’impressione di pensare troppo prima di mettersi a suonare”. Ecco, i Beach House sono rimasti se stessi, album dopo album. La loro discografia segue le regole dell’evoluzione, non della rivoluzione. Hanno un suono che è stato analizzato, elogiato, copiato da un numero sterminato di artisti, ma quel tocco, quella classe, quella emotività ce l’hanno soltanto loro. E Bloom è il picco più alto di una carriera che ha soltanto picchi.

3. Whirr, Distressor (2011)

whirr distressor

La storia incredibile dei Whirr assomiglia a una puntata di Black Mirror. Lo so, si tratta di una delle metafore più abusate degli ultimi anni, ma nel caso di questa band il paragone è azzeccato. Nel 2015 i Whirr sono stati accusati di transfobia per via di alcuni tweet francamente atroci. Nick Bassett ha poi chiesto scusa, dicendo che quei messaggi erano stati scritti da un tizio esterno alla band. Qualunque sia la verità, il punto è che i Whirr sembra che siano stati mollati un po’ da tutti per colpa di un uso sconsiderato dei social. Al di là del fattaccio, Distressor resta un disco formidabile, uno di quegli album che mi hanno fatto innamorare nuovamente dello shoegaze dopo anni di noiosi esercizi di stile. E anche l’ultimo album, uscito nel 2019, ha il suo perché.

2. Slowdive, Slowdive (2017)

Slowdive-Cover-2017

Nel maggio del 2014, quando gli Slowdive suonarono il primo concerto della loro reunion al Primavera Sound, ricordo che tutte le persone si guardavano intorno cercando sguardi complici, in una sorta di conta silenziosa per capire quanti eravamo lì in quel momento, con la consapevolezza intima che non mancava nessuno: non solo c’erano i reduci dei difficili anni Novanta, ma anche chi era troppo giovane per seguire in diretta la rivoluzione ed è andato a Barcellona per recuperare il tempo perso. Ricordo soprattutto il sorriso timido e incredulo di Rachel Goswell, tenera e quasi indifesa – come tutti gli altri membri della band, d’altronde – davanti a una folla immensa radunata sotto uno dei due palchi principali del festival. Questo disco insomma è per chi c’era negli anni Novanta, per chi c’è stato quel giorno e per chi ci sarà negli anni a venire: sempre dalla parte della musica bella, sempre dalla parte degli Slowdive.

1. M83, Hurry up, we’re dreaming (2010)

m83 - hurry up we're dreaming cover

Se chiedi di questo disco a Anthony Gonzalez, è probabile che farà la faccia di chi preferirebbe mangiare un uovo scaduto piuttosto che tornare a parlare di un album che l’ha prosciugato totalmente e che lo ha messo artisticamente in crisi negli anni a seguire. Gonzalez d’altronde l’aveva detto anche in una recente intervista: “Vorrei che la gente dimenticasse Midnight city. Sapevo che era una buona canzone, ma era andata parecchio oltre ogni nostra aspettativa. Avevamo la stessa sensazione per l’album. Sapevamo che era un buon disco, ci abbiamo lavorato molto, ma non era diverso da Junk, che invece non ha avuto successo”. Giusto per capirsi, Hurry up, we’re dreaming non è solo il “Mellon Collie del nuovo decennio”, anche se già basterebbe questa definizione per avere un’idea accurata del peso artistico e della portata storica – enorme in entrambi i casi – della raccolta. Il punto è che questo doppio cd di synth pop sistemato su altezze shoegazing è un bizzarro esempio di musica d’autore capace di sovrapporre due categorie di persone che si nutrono del disprezzo reciproco. Il caso di scuola è proprio quello di Midnight city: i tamarri ci sentono gli urletti da discoteca, gli intenditori ci sentono “the city is my church” e tutti sono felici perché ottengono ciò che vogliono. Il pop perfetto degli M83 è un miracolo di equilibrio, fruibilità e ricercatezza. Ed è talmente bello che quando il ragazzino di Reconte-moi une histoire comincia a narrare di rane magiche, amicizie infinite e colori assurdi, ti viene voglia di ridere, di incontrare gente pazza e gentile, di ricordare che cosa vuol dire essere felici.