I migliori 20 album shoegaze del decennio 2000-2009

Dov’eri all’inizio dello scorso decennio? Io ero appena entrato nell’età di passaggio tra la fine della scuola e l’inizio della vita vera. La mia dimensione ideale era quella dell’attesa: attesa di trovare un parcheggio sotto casa, attesa di conoscere il mio futuro, attesa di ascoltare nuova musica shoegaze. Perché sì, quelli sono stati gli anni del grande esilio dei re e delle regine dei Novanta, il ko tecnico dello shoegaze e del dream pop, il funerale mai celebrato di una rivoluzione mai completata. Da un certo punto di vista, gli anni Zero sono stati davvero il decennio zero per gli appassionati, i nostalgici, gli irriducibili, per tutti quelli che hanno creduto nelle potenzialità dello shoegaze e nelle sue possibili evoluzioni. All’epoca il mondo cercava altro – e molto di quell’altro in seguito è andato perso senza troppi rimpianti da parte di nessuno. Lo shoegaze sembrava spacciato, insomma. Eppure, è proprio in questo periodo che si costruiscono le basi per il sacrosanto ritorno discografico – molti anni dopo – della Trinità, ovvero i My Bloody Valentine, gli Slowdive, i Ride. La mancanza di una guida ha di fatto costretto un’intera generazione a raccogliere l’insegnamento dei leader in esilio per aggiornarlo alla contemporaneità. Al punto che oggi lo shoegaze va persino oltre la stessa Trinità. Dunque, è giunto il momento di celebrare quei gruppi che hanno traghettato a modo loro la musica dei riverberi dal fallimento commerciale degli anni Novanta alla rivincita degli anni Dieci. Shoegaze Blog ha selezionato i migliori 20 album shoegaze e dream pop del decennio 2000-2009. Scopri la top 20 e ascolta la playlist su Spotify.

20. The Meeting Places, Find yourself along the way (2003)

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Un album di meraviglioso dream pop, che ti colpisce subito per l’eleganza dei suoni delle chitarre. C’è da prendere appunti mentre si ascoltano le canzoni dei Meeting Places, per capire come si scrive un pezzo shoegaze di livello eccelso. Mi sono innamorato subito di questa band.

19. A Shoreline Dream, Recollections of memory (2009)

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Shoegaze Blog sin dall’inizio ha dimostrato di essere molto affezionato agli A Shoreline Dream. Recollections of memory è il disco che inquadra molto bene la loro vocazione al riverbero assoluto. Tra Ride e Slowdive, questa band – qui aiutata in tre brani da Ulrich Schnauss – sa esattamente come tirare fuori delle ottime canzoni dream-gaze. Il suono che caratterizzerà lo shoegaze del decennio successivo inizia proprio qui.

18. Serena-Maneesh, Serena-Maneesh (2005)

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(foto: http://www.thesnipenews.com – Robyn Hanson)

La copertina di questo disco è praticamente introvabile su Google, esistono solo dei francobolli sgranati che andavano bene quando navigare sul web era una lunga attesa tra un caricamento e l’altro e la qualità delle immagini era quella che era. Però l’album omonimo dei Serena-Maneesh non poteva mancare: un bel lavoro di psichedelia shoegaze sciamanica e ossessiva.

17. Alcest, Souvenirs d’un autre monde (2007)

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Shoegaze, metal, folk, post rock: trova tu le coordinate giuste per inquadrare questo disco degli Alcest e poi lascia fare a loro, che sanno azzeccare le note esatte per venirti incontro e non mollarti più. Souvenirs d’un autre monde è un album fondamentale nel cammino di questa band.

16. The Daysleepers, Drowned in a sea of sound (2008)

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Questo album, che riprende in parte il titolo del capolavoro di Nathan Fake Drowning in a sea of love, ha codificato lo stile dream pop dei Daysleepers: un brano come Summerdreamer è una chicca estiva in cui i riverberi sono lunghissimi e le melodie sono bellissime e insomma tutto gira che è una meraviglia.

15. A Place To Bury Strangers, A Place To Bury Strangers (2007)

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Non è così scontato che una copertina riesca a raccontare perfettamente che tipo di musica propone un disco. Nel caso degli A Place To Bury Strangers il messaggio è chiarissimo: un gran casino, destabilizzante il giusto e intransigente nelle scelte adottate. Niente mezze misure, niente timidezze, niente ripensamenti: volume massimo e via.

14. Amusement Parks On Fire, Out of the angeles (2006)

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La prima volta che ho ascoltato questo disco ero proprio alla ricerca di qualcosa che mi garantisse impatto, melodia, malinconia. Gli Amusement Parks On Fire ci riescono benissimo grazie a una serie di canzoni power pop splendide e orecchiabili, che impari subito a memoria dopo mezzo ascolto. Lo shoegaze degli anni Duemila trova qui un punto di svolta importante.

13. No Age, Weirdo rippers (2007)

No Age

Praticamente un misto caotico ed esaltante di rock’n’roll basilare e svisate shoegaze estreme. Un disco di confine, in cui non è mai del tutto chiara la direzione intrapresa, ma in fondo è proprio questa la forza di Weirdo rippers: cambiare completamente prospettive pezzo dopo pezzo, alternando rumore e quiete, come succede in fondo negli album che sanno spiccare rispetto agli altri.

12. The Horrors, Primary colours (2009)

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È il mio disco preferito degli Horrors, perché è tra le tracce di Primary colours che emerge meglio il lato shoegaze e post punk della band. Il lavoro alle chitarre è particolarmente interessante: costruiscono strati di suoni più che sequenze di note, riaggiornando la lezione sonica di Kevin Shields e inserendola in un contesto vicino al nero assoluto dei Joy Division. Altro che colori primari, insomma.

11. Blonde Redhead, 23 (2007)

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Il sonic mood che permeava certi pezzi è ormai come il ricordo stropicciato di una vita ormai superata che non ha più alcun appiglio con il presente. I Blonde Redhead di 23 sono un progetto di raffinata concretezza e di notevole confidenza dream pop, come se non avessero mai fatto altro nella vita. Una grande band, una grande raccolta di canzoni.

10. Pia Fraus, Nature heart software (2006)

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Se c’è una cosa che mi fa impazzire è il suono dei Pia Fraus. È come ascoltare contemporaneamente i My Bloody Valentine e gli Slowdive, ma con una sensibilità melodica che di fatto ne traccia una una sintesi da cui nasce qualcosa di diverso, di personale, di bellissimo.

9. Asobi Seksu, Citrus (2006)

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Non è manierismo: è onestà. Questo album è sostanzialmente un atto d’amore – dovuto, altroché – allo shoegaze, inteso come pop sparato a duecento all’ora contro un cumulo incredibile di distorsioni e riverberi. Citrus è un disco bello, quasi zuccherino, come una caramella dolcissima con una punta di veleno in mezzo che taglia in due il gusto e ne svela un cuore diverso, tutto da scoprire.

8. Airiel, The battle of Sealand (2007)

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Nel 2007 c’è stata la svolta più importante della mia vita: ho lasciato Palermo per trasferirmi a Milano. Mi sono ritrovato in una città per certi versi spaventosa, di quelle che ti senti giudicato dagli altri persino quando provi a obliterare il biglietto della metropolitana. In realtà Milano si è rivelata una città magnifica e accogliente, ma in quel periodo di assestamento la musica degli Airiel mi ha fornito il coraggio e il supporto che mi serviva: la cura shoegaze funziona sempre, specialmente se ci sono brani così tosti e rumorosamente perfetti come quelli di The battle of Sealand.

7. My Vitriol, Finelines (2001)

My Vitriol Finelines

La band che doveva diventare più famosa dei Muse alla fine si è trasformata in un culto sfuggente, sotterraneo, quasi clandestino. Dopo questo ottimo disco, clamoroso per come unisce la fruibilità rock dei Foo Fighters e l’effettistica estrema degli Slowdive, i My Vitriol si sono inabissati, forse sciolti, forse no. In realtà sono ancora oggi in giro e possono contare su un pubblico fedele e appassionato.

6. The Magnetic Fields, Distortion (2008)

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La band meno convenzionale di sempre esce con un disco che è una dichiarazione d’amore esplicita allo shoegaze e ai Jesus and Mary Chain. Distortion è una tappa sottovalutata nella discografia dei Magnetic Fields, sicuramente è meno epocale di 69 love songs: eppure è un album meraviglioso, divertente, orecchiabile. Unico insomma, come la band che l’ha realizzato.

5. M83, Dead cities, red seas & lost ghosts (2003)

m83

È un altro shoegaze, quello messo a punto da Dead cities, red seas & lost ghosts. È una strana roba elettronica, synth pop, new wave, con tastiere usate come chitarre e una costruzione dei brani impostata fondamentalmente sul crescendo. Resto sempre affascinato dall’arrangiamento avvolgente e totale di Noise: sembra il suono un’esplosione in slow motion che strappa il tessuto del mondo un pezzetto per volta, fino a farlo fondere con i piani più alti dell’universo.

4. Jesu, Jesu (2004)

jesu cover

Adoro il suono lento, oscuro e straziante di Justin Broadrick, la mente dietro al progetto Jesu. Che con questo disco mette in scena una sorta di apocalypse now shoegaze, una progressiva discesa nell’inferno privato del musicista britannico. Ascoltato a volumi bassi ha l’emotività di un disco folk struggente e notturno, ad alti volumi diventa una devastante lezione di metal esistenzialista.

3. Deerhunter, Microcastle  (2008)

Deerhunter

L’album precedente, il sottovalutato Cryptograms, non era stato capito. In effetti era un lavoro strano, spaccato letteralmente in due. La prima parte piena di spigoli kraut, di asprezze psych, di rumorismi ambient estenuanti. La seconda era luminosa, scintillante, dream pop: è quella la via che porta dritti a Microcastle. I Deerhunter rompono gli indugi e scelgono lo shoegaze, le chitarre immerse nelle distorsioni, le melodie amplificate dai riverberi, le voci che scivolano tra melodie sognanti. Che disco.

2. Offlaga Disco Pax, Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione) (2005)

Offlaga Disco Pax

“Ci hanno davvero preso tutto”, dice Max Collini in Tatranky. Un biscotto come scusa per parlare della fine di un mondo e dell’inizio di un altro, mentre la musica s’incendia – con tutta la solennità necessaria – per riempire i silenzi che seguono. È una formula che funziona benissimo anche nelle altre tracce di Socialismo tascabile, come per esempio Tono metallico standard, in cui chitarre, tastiere e drum machine forniscono il giusto pathos e la legittima quantità di riverberi e distorsioni alla storia – ironica e serissima al tempo stesso – che viene raccontata. Insomma, questo degli Offlaga Disco Pax non è solo uno dei dischi italiani più significativi degli ultimi vent’anni, ma è anche uno dei dischi shoegaze più belli che siano mai usciti. C’è ancora un gran bisogno di questi brani.

1. The Radio Dept., Lesser matters (2003)

the radio dept

Sono molto affezionato a questo album, di cui avevo già parlato qui. Per anni è stato un disco misterioso, almeno qui in Italia: introvabile nei negozi (dove arriverà solo un anno più tardi), ne parlavano un gran bene i blog integralisti dell’epoca, quelli più attenti ai suoni della nuova scena indie rock che stava ribaltando le gerarchie consolidate e che stava dicendo addio al concetto classico e ormai superato di rockstar generazionale. I Radio Dept. con Lesser matters hanno realizzato il loro capolavoro assoluto, un gioiello di shoegaze casalingo e minimale. Tra venti o cinquant’anni sarà ancora un album che sentirò il bisogno di avere con me, come un ricordo prezioso che resta aggrappato a tutte le mie malinconie e le rende più agrodolci, sottili, sfumate.