I 20 migliori album shoegaze e dream pop del 2018

È stata un’annata strana. Dopo i fasti del 2017, con gli album di SlowdiveRide che hanno contribuito a un accresciuto e generalizzato ritorno d’interesse per il dream pop e lo shoegaze, il 2018 è stato un segmento temporale anomalo e sospeso. Nel senso che siamo rimasti mediaticamente lì, appesi al solito nome, quello dei My Bloody Valentine. Fa un certo effetto constatare che nei media mainstream lo shoegaze spesso continua – e probabilmente continuerà – a essere solo uno dei tanti sinonimi di Kevin Shields. Di fatto, quello che si è letto in giro è stato un susseguirsi di notizie spesso contraddittorie sul nuovo disco della band, che poi forse saranno due ep ma di cui ancora non si è vista traccia se non in qualche video live sparso su YouTube – quindi con una qualità che è quella che è. Nell’attesa di qualcosa che chissà quando potremo ascoltare, quello che quest’anno è sembrato mancare è il ricambio generazionale shoegaze nella percezione comune, ovvero al di fuori del circolo delle webradio specializzate e dei siti underground. Ecco, il rischio che bisogna evitare assolutamente è che lì fuori lo shoegaze venga considerato roba per legacy band. Un equivoco sul quale ognuno di noi dovrà vigilare, se necessario.

Un cantautorato shoegaze

Qualche nome nuovo si è comunque fatto sentire. Hatchie, per esempio: l’artista australiana ha esordito con l’ep Sugar & spice, un lavoro salutato positivamente un po’ ovunque. Potrebbe diventare il nome di punta del nuovo dream pop (più pop che dream, dice Pitchfork, e sono d’accordo) se deciderà di non asciugare gli abbondanti riverberi che caratterizzano il suo suono per venire incontro a possibili diktat di radiofonia e viralità. Non è un caso, insomma, che Hatchie sarà al Primavera Sound 2019, sia pure negli eventi collaterali del festival. Dietro di lei però ci sono tanti e tante songwriter – come Tanukichan – che si affidano a fuzz e altri suoni storti per portare avanti una differente concezione di pop, molto più vicina allo shoegaze e al redivivo indie rock. È un’onda che cresce e che ha visto in Jay Som e per certi versi anche in Mitski (vedi la collaborazione con Xiu Xiu) due esponenti di primo piano: molto probabilmente nei prossimi anni questa scena di cantautorato shoegaze giungerà a una piena maturazione e potrà forse sovvertire l’attuale status quo della musica da copertina.

Un linguaggio universale

Quest’anno abbiamo fatto affidamento ancora una volta ai Beach House, che hanno spiegato il dream pop al mondo con l’ottimo 7, e ai Nothing, che hanno tirato fuori il disco più struggente della loro carriera. E ci sono stati i ritorni di Wild NothingFilm School, entrambi con dischi molto interessanti. In generale, anche nel 2018 ci sono stati ottimi album shoegaze. Belli perché vivaci e non banali. Lo shoegaze è un linguaggio universale che consente una libertà espressiva forse sconosciuta in altri ambiti della musica moderna. La classifica di fine anno di Shoegaze Blog mostra un genere che continua a essere forte, assordante, maturo e in evoluzione. Il fermento c’è, il passaparola pure: questi sono i venti dischi shoegaze e dream pop (e dintorni) più belli del 2018 secondo questo sito. Leggi la top 20, scopri i gruppi che ancora non conosci e ascolta la playlist disponibile su Spotify.

20. Klam, NON-

Klam NON-

Per farla breve: i Klam si sono sciolti. O meglio, i componenti del gruppo continuano a suonare insieme, ma il progetto si è chiuso con il nuovo album, NON-. È sinceramente un peccato: come ho scritto in precedenza, le band shoegaze non devono sciogliersi mai. E soprattutto non avrebbero dovuto farlo i Klam, specialmente dopo un disco come questo: così forte, feroce, claustrofobico.

19. The Whip Hand, Sometimes, we are

the whip hand - sometimes we are

Il segreto meglio custodito del dream pop italiano è una band che sta costruendo passo dopo passo una carriera fuori dagli schemi tradizionali e dentro ciò che conta davvero: la necessità di raccontarsi attraverso una serie di brani potenti e visionari quando c’è da alzare il ritmo, ma anche capaci di volare leggeri sui riverberi e sugli arpeggi. I Whip Hand di Sometimes, we are sono ormai una garanzia.

18. Launder, Pink cloud

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I nomi che girano attorno a Launder, progetto solista di John Cudlip, sono di primo piano: Jackson Phillips (Day Wave) alla produzione, Soko alla voce e Zachary Cole Smith (DIIV) alla chitarra. La musica di Launder però è in tutto e per tutto bedroom gaze: pop minimale, lo-fi e mediamente – ma non troppo – rumoroso, sulla scia di Stove e di tutto quell’indie rock da cameretta che prevede melodie delicatissime e molto, molto sentite. Capisci subito insomma che Launder non chiede nulla a queste canzoni, se non di essere estremamente sincere. E dunque estremamente belle.

17. Sobrenadar, Y

sobrenadar y

Sobrenadar è un’artista probabilmente unica al mondo. Il suo è un dream pop obliquo e affascinante, la voce scivola morbida e sfuggente tra le melodie misteriose di questo splendido album, intitolato Y, che raccoglie canzoni già pubblicate in precedenti ep. Sobrenadar ha collaborato con Jefre Cantu-Ledesma, gli Slowdive hanno remixato un suo pezzo: manchi solo tu, insomma, in questo culto riservato a intenditori dai cuori sensibili.

16. Buckingum Palace, Club

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A metà strada tra i Verdena e i Mogwai ci sono i Buckingum Palace. Solo che la storia non finisce certo qui e non bastano due riferimenti per inquadrare bene un gruppo insolito. Club è un disco strano, un po’ shoegaze, molto post rock, parecchio indie rock: strutture slegate da ogni convenzione, strofe che spesso non evolvono in ritornelli veri e propri, chitarre che suonano benissimo – taglienti il giusto, cattive laddove serve – e un approccio decisamente menefreghista. Cioè, questi ragazzi fanno ciò che vogliono. E fanno bene.

15. The Daysleepers, Creation

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Questa storia dei gruppi shoegaze che si mettono in pausa per anni che poi diventano decenni deve finire prima o poi. Tanto per cambiare, abbiamo dovuto attendere dieci anni per avere dai Daysleepers il successore di quel Drowning in a sea of sound che è tra gli album shoegaze migliori del periodo 2000-2009. Creation riporta finalmente al centro della scena questi maestri del dream pop più atmosferico ed emozionale: anche stavolta un album imperdibile, nessuno meglio di loro gestisce inquietudini e riverberi con la stessa eleganza.

14. Yuragi, Still dreaming, still deafening

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Il punto d’incontro perfetto tra post rock e shoegaze si trova in Giappone, dove c’è la sala prove degli Yuragi. Still dreaming, still deafening è un disco maiuscolo: c’è l’impeto di un suono che spesso si imbizzarrisce per poi lasciarti rifiatare, una formula che qui viene usata con una consapevolezza e un gusto che non sempre è facile da trovare nelle band che bazzicano queste sonorità. Gli Yuragi sono una delle gemme più preziose del post rock mondiale, con in più un gusto pop sopraffino e mai banale. Semplicemente grandi.

13. Echo Ladies, Pink noise

Echo Ladies Pink noise

Hai presente quando ascolti un brano nuovo di una band che non conosci e ti ritrovi a spalancare gli occhi chiedendoti chi sono questi? Ecco, di sicuro ti succederà con gli svedesi Echo Ladies. Pink noise è un disco notevole, che codifica una concezione finalmente contemporanea e non semplicemente nostalgica del post punk. Niente pose né riproposizioni sonore standard nei brani di questo disco: alla band importa solo combinare nel miglior modo possibile tutto ciò che serve per fare ottime canzoni di pop strano che non siano né scontate, né superflue. E quelle di questo album non lo sono.

12. Subsonic Eye, Dive into

subsonic eye dive into

La voce di Wahidah è tra le più interessanti di questi anni. Ascoltala in The tired club, prova a immedesimarti nel suo esistenzialismo millennial quando canta “I know you are tired, welcome to the club”, ed è un club nel quale c’è spazio anche per te. I Subsonic Eye vengono da Singapore e sono una delle migliori realtà dream pop degli ultimi anni. Dive into è un lavoro ambizioso e molto bello, con una produzione curatissima e suoni sempre azzeccati. Lo shoegaze come deve essere, insomma: orecchiabile, ambizioso, sorprendente.

11. In Her Eye, Change

in her eye change

Attendevo da parecchio tempo questo disco degli In Her Eye. L’album del 2014, Borderline, era ormai stilisticamente troppo lontano rispetto a ciò che la band è diventata in questi anni. L’antipasto del nuovo lavoro, il singolo Closer to me, è stato incluso anche nella compilation gratuita Chiaroscuro. Italogaze 2018, che contiene alcuni dei migliori gruppi shoegaze italiani: non poteva certo mancare in quella raccolta, perché Closer to me è davvero uno dei pezzi più rappresentativi del rinascimento italogaze. Change, insomma, mostra una band finalmente al cento per cento delle proprie possibilità espressive.

10. Nothing, Dance on the blacktop

nothing dance on the blacktop

Non c’è posa né finzione nel nichilismo assoluto delle canzoni dei Nothing. C’è semmai l’intera vita di un uomo (Domenic Palermo) che ha conosciuto la rabbia dei giorni neri: il carcere da giovane, il rapporto non troppo buono col padre (al quale, dopo la sua morte, ha dedicato il brano The carpenter’s son), un’encefalopatia traumatica cronica causata da un pestaggio brutale subito qualche anno fa. Ecco, di fronte ai demoni sin troppo reali e a un sacrosanto malumore, il rock dei Nothing non può che rispondere a tono: un misto di grunge e shoegaze, ovvero volumi estremi e malinconia massima. Dance on the blacktop è la conferma di una band imprescindibile di questi anni.

9. Stella Diana, 57

stella diana 57

Gli eroi dell’italogaze tornano con un disco che è molto diverso rispetto al loro capolavoro del 2016 Nitocris: tanto quello era aperto, epico e per certi versi definitivo, tanto 57 è scuro, ossessivo, complesso. Gli Stella Diana stavolta giocano molto sulle reiterazioni e sull’attesa, un po’ come facevano i Cure degli anni Ottanta: ne viene fuori un album che è una sfida, perché cambia la concezione che la band ha di se stessa. Il risultato però è lo stesso: sempre ottima roba.

8. Beach House, 7

beach house

È sinceramente complicato trovare parole nuove per raccontare ancora una volta chi sono i Beach House e dove vogliono andare con la loro musica. Ciò che sembra evidente da 7 è che lo splendido isolamento percepito in Depression cherry e in Thank your lucky stars ha portato una nuova consapevolezza al duo di Baltimora: Victoria Legrand e Alex Scally oggi più che mai sembra assolutamente a proprio agio nell’invidiabile condizione di classici moderni. Le canzoni del nuovo album sono ancora una volta splendide ballate ovattate e senza tempo, diversissime da tutto ciò che si sente oggi.

7. Tanukichan, Sundays

tanukichan sundays

Nell’ambito del cantautorato shoegaze, Sundays di Tanukichan è forse il disco più a fuoco tra quelli usciti quest’anno. Ha una concezione antica e un piglio moderno: è indie pop come andava di moda quindici anni fa, ma i suoni, gli arrangiamenti e in definitiva l’idea alla base è modernissima e tutt’altro che già sentita. Sono canzoni fresche, un po’ spezzacuori e molto appassionate: una delle sorprese più belle del 2017.

6. Collapse, Delirium poetry

collapse delirium poetry

Una delle caratteristiche dello shoegaze asiatico (se ne era anche parlato qui) è quella di spingere al massimo ogni caratteristica del genere: i riverberi, le distorsioni, le melodie malinconiche. È una musica che non ha mezzi termini e che è la migliore interpretazione di quello che chiamo punk per introversi: ogni nota è un colpo al cuore, ogni canzone è l’atto d’amore definitivo nei confronti di un genere che fa dell’emotività un vanto. Anzi, una necessità. Se cerchi nella musica tutto questo, allora Delirium poetry dei Collapse è la scelta giusta. Un super disco.

5. Felpa, Tregua

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Penso che in Italia nessuno abbia il suono di Daniele Carretti, ovvero Felpa. In passato, sia gli Offlaga Disco Pax sia i Magpie sono stati fortemente caratterizzati dal tocco dream pop di questo chitarrista che sa raccontare la malinconia meglio di chiunque. Ma probabilmente è con Felpa che Carretti ha trovato la giusta dimensione, come se fosse una sorta di non luogo in cui l’artista si trova finalmente faccia a faccia con l’uomo, tra shoegaze casalingo e synth pop cantautorale. In questo senso Tregua si pone come un momento importante nella discografia di Felpa: i fantasmi di ieri fanno forse un po’ meno paura, ma quella tristezza non sembra poi andare del tutto via.

4. Kraus, Path

kraus path

È uno degli album che hanno suscitato più interesse al di fuori degli ambiti dream pop di stretta osservanza. Kraus è riuscito a fare un piccolo botto con Path, un disco che pone l’ortodossia shoegaze al servizio di una musica potentissima e senza filtri. È il rock come deve essere inteso nel 2018: niente autoreferenzialità, un mucchio di distorsioni lancinanti e quelle melodie che immediatamente riconosci come tue. Bum è una canzone che riassume alla perfezione tutto il lavoro: istintiva e impetuosa, in grado di mettere in riga chiunque in termini di impatto e orecchiabilità.

3. Miserable, Loverboy/ Dog days

miserable

Si sente che è un lavoro diviso in due, questo nuovo di Miserable, ovvero Kristina Esfandiari (King Woman). La prima metà, Loverboy, è la parte nuova: ed è furia, dolore, rabbia. Sembra di sentire le Hole in versione shoegaze: un suono aggressivo, arrembante, totale. Sono canzoni dai volumi estremi, in cui Esfandiari urla con una forza che fa paura, come se ogni strofa fosse una ferita che sanguina di fronte a un mondo ostile e maledetto. La seconda metà, Dog days, è la riedizione di un ep del 2015: il suono è molto più spinto in direzione di un dream pop umbratile e crepuscolare, la pacificazione forse è solo apparente, ma tutto ciò che racconta lo senti anche un po’ tuo. Su tutte le ottime tracce che compongono questo lavoro svetta Gasoline: la canzone più bella dell’anno.

2. Giardini Di Mirò, Different times

giardini di mirò,

Aveva un po’ ingannato, la canzone che ha dato il titolo a questo nuovo album dei Giardini Di Mirò. Sembrava sancire un ritorno al post rock più istintivo e – per me – emotivamente irresistibile di Rise and fall of academic drifting, sia pure con un approccio più consapevole e con qualche tocco di classe in aggiunta. E invece Different times si dimostra l’ennesima evoluzione sonora di una delle band italiane più importanti: ci sono tracce di dream pop, shoegaze, indie rock, c’è una lunga sequenza di melodie da cantare e di crescendo da antologia. Questo disco è probabilmente una delle cose più raffinate che si possano ascoltare oggi: ecco perché è prezioso, ecco perché è imperdibile.

1. etti/etta, Old friends

etti etta

È la sorpresa di questi dodici mesi: Old friends degli etti/etta è il disco che più di tutti è riuscito a portare il concetto di shoegaze in una dimensione nuova, moderna ed eccitante, senza però lasciare indietro quelli che sono gli ingredienti principali di questa musica. È un suono mutante, con chitarre che sembrano synth e synth che sembrano chitarre e con quelle voci che si distendono fino ad armonizzarsi col caos intorno. È un suono compatto ed enorme, ben definito da una sorta di testacoda temporale tra il 1991 e il 2018 che ci fa girare bellamente la testa e ci consente di dire alle persone annoiate che no, non sapete proprio che cosa vi state perdendo. Questo è il disco dell’anno secondo Shoegaze Blog: se volete capire che cos’è lo shoegaze oggi e dove si sta dirigendo, cominciate pure da qui. Ci sarà da divertirsi.