Nuovo aggiornamento per la playlist Best Shoegaze & Dream Pop 2026, con le migliori canzoni dell’anno (finora). La trovi su Spotify, Apple Music e Tidal (quest’ultima verrà aggiornata a breve). Tra le novità Glazyhaze (copertina), Sadplanet, Emilya Ndme, Glass Egg, Winter Gardens, Darksoft, Sparkler, Plush Crush, Plaaaato, Panauer, Manic Sheep, Vixsin, The Mistery Divide, Tvfuzz, Black Reverie feat. The Stargazer Lilies, Honeyboi, Adriano Marinelli, Youth Valley, Kodaclips, Tribes Of The City. Come sempre, non è una classifica. E ora ascolta, salva, condividi.
Glazyhaze, Do you? Party in piscina di metà primavera; intorno tutti saltano come pazzi; baciami finché non avrò il tuo stesso odore.
Sadplanet, Do you? Baciami mentre hai ancora il caffè in bocca; l’amore è una faccenda di dettagli; una canzone che termina in modo gigantesco.
Leaving Venice, Zebra. Piacenza come Portland; persone che si allontanano; musica da ascoltare a occhi chiusi.
Black Reverie feat. The Stargazer Lilies, When he reverb ends. Premi play se vuoi sapere cosa resta quando il riverbero finisce; Rev Rev Rev; schianti armonici.
Nothing, Toothless coal. Ho perso il conto di quanti pedalini della distorsione ci sono; chitarre come muri scrostati; volume 10 e via.
Whitelands, Blankspace. Specchi dritti e ritratti inclinati; vederti sempre e non vederti mai; shoegaze/dream pop al suo massimo.
Waving Blue, Waves. Chitarre altissime in cuffia; RAM in rapida saturazione; pioggia in arrivo.
She’s Green, Mettle. C’è una crepa in ogni cosa; melodia perfetta; tenere botta.
Emilya Ndme, Plasters. Ultimo giro in macchina prima di salutarsi; vinili che si inceppano sulla puntina; melodie orecchiabili e ritmi dal passo svelto.
Cashier, The weight. Walkman anni Novanta; stanza piccola; suono enorme.
Glass Egg, Passionate enough. Dream/synth pop per le ore piccole; mi conoscerai mai abbastanza?; le risposte che fanno male.
Winter Gardens, Adored. Piastrelle fredde sotto i piedi scalzi; uscire di casa alle quattro di notte senza una meta; il post punk che diventa shoegaze.
Yumeia & Tre Flip, Eterno riposo. Quella batteria può essere ferro e può essere piuma; soffrire fino in fondo; epicità fuori scala nel finale.
Doused, Xoxo. La regola delle chitarre offset non tradisce mai; My Bloody Valentine; parapiglia sopra e sotto il palco.
Plush Crush, South side. Dream pop fa rima con malinconia; camminare nella nebbia senza fretta; aspettare qualcuno che forse non arriva.
Dusk Saffron, Erasure. In auto alle tre di notte; quartiere deserto; dream pop di livello superiore.
The Mystery Divide, Wars. Vagamente Future Islands; mancarsi anche quando si sta insieme; corridoio lungo con una porta chiusa in fondo.
Cigarettes For Breakfast, Melting. Il suono delle chitarre oscilla come se respirasse; potenziometri spostati a destra; vetro che si appanna dall’interno.
bill., Claw. Plettri sparsi un po’ ovunque; Converse slacciate; comanda la batteria.
Heel, Stare. 60 cycle hum; martellare a più non posso sul rullante; caos + malinconia.
Plaaaato, Circlescope. Testo in ucraino; suoni di chitarra che sembrano frantumarsi e va bene così; correre senza essere inseguiti.
Klimt 1918, Dream core. Un disco ogni dieci anni o giù di lì; ritrovarsi in mezzo a una bufera improvvisa; arrangiamento extralarge.
Lozenge, For lack of trying. Un tappeto di cavi colorati; il fonico impazzisce di fronte a questi suoni selvaggi; magliette a righe come nei primi anni Duemila.
Kodaclips, Pirouette. Felpa troppo grande rubata a qualcuno; post punk e shoegaze che risuonano da cuffie a tutto volume; pogare in solitudine in cameretta.
The Foxgloves, Barbed wire kisses. Baci come filo spinato; sussurri coperti dal rumore; chitarre in corsia di sorpasso.
Yumi Zouma, Bashville on the sugar. Ti vedo in metropolitana; si alza il ritmo; e noi a cantare con la band.
Blandest, Trinket. Poster punk stropicciati alle pareti; volume illegale; occhio all’acufene.
The First Eloi, Porcelain. Amplificatori valvolari belli caldi; in sala prove ci staremmo delle ore; shoegaze cantabile.
Mint Tea & Biatlón, Summer is a dream. L’estate è bella solo quando è inverno; riverberoni e arpeggioni; dream pop il nostro folk.
Panauer, Il mondo senza me. Cosmetic + Gea; restart di anime; prendere l’ultima corsa della metro e iniziare a pensare troppo.
The Mad Mile, Smiths. Finestre chiuse; polvere sottile; sonorità cupe per cuori sensibili.
Ohio Mark, The art of being dead wrong. Tutti gli strumenti al massimo; corde di chitarra che sembrano prendere fuoco; frequenze selvagge.
Tribes Of The City, Fourteen. Guardare il soffitto finché non perde la sua forma; voci lontane al caramello; strati su strati su strati.
Inframell0w, Alive. Dream pop tendente al post punk; mezzanotte e dintorni; luci al neon.
Violet And Sparingly, September haze. Sneakers e tappi per le orecchie; pickup delle chitarre spinti al massimo; settembre mese shoegaze per eccellenza.
Grigio Scarlatto, Take me. Prendimi per come sono; buttiamoci in mezzo al pogo; accendi tutti i pedalini che hai.
Deary, Seabird. Cocteau Twins a un tiro di schioppo; sale sulla pelle e cielo pallido; piano sequenza al ralenti.
Softcult, Queen of nothing. Melodia pop ma con i denti serrati; non farti buttare giù da questo mondo terribile; e allora fatti sentire.
The Giraffe Told Me In My Dream, 散步. Come cantare sott’acqua; una passeggiata in un mondo laterale e a gravità zero; il mistero su ciò che la giraffa ha detto.
Koko Moon, Croste. Una casa immersa nella notte; se vorrai stammi accanto; puoi ascoltarla ovunque tranne che su Spotify.
Tvfuzz, Valentine’s. Il ringhio delle Jaguar; muoversi sott’acqua come se fosse normale; puoi ascoltarla ovunque tranne che su Spotify.
Vixsin, Keep it. Chitarre che sembrano quasi respirare; una domenica che non finisce mai; un lunedì che è meglio se non arriva.
Gnaw, Star. Lo schiaffone arriva al minuto 0.00; la sonorizzazione perfetta di un pogo shoegaze; poi le armonie si addolciscono.
Lucid Express, Faux sweetness. Loveless ha ancora la linea telefonica attiva; una vocalità lieve e ben calibrata; chitarre a volte dense e a volte trasparenti.
Swayglow, Grey blooming. Fiaba shoegaze dai toni noir (o grigio siderale); potere femminile; colonna sonora per film inquieti.
Youth Valley, Cerberus. Vetro poco prima che si rompe; l’aria densa di un club underground; sai esattamente che il finale sarà un fracasso sacrosanto.
Sunstinger, Nvr Nvr. Chitarre che sembrano provenire da un’altra dimensione; voci perse nella nebbia; una camera buia.
Noday, 30 gradi. Il tocco è pesante; la melodia resta poco più di un soffio; cinque martini a colazione = colazione dei campioni.
Dillon Jo, Jo. Basso in stile Cure; il futuro non sappiamo dove ci porterà; segui quelle chitarre arrembanti.
Sparkler, Last left. Frequenze che non esistono eppure eccole che risuonano; riff che sembrano sporgersi su uno strapiombo; perdere la cognizione del tempo e dello spazio.
Callière, Solar. Voci sommerse e dunque perfette; shoegaze tarato nel modo giusto; guidare in autostrada.
Adriano Marinelli, For a while. Ko emozionali e dove trovarli; cantautorato traslato shoegaze; spazi ampi che si restringono all’improvviso.
Sleep Keeper, Falter. Lo shoegaze che si ricorda di avere un cugino a Seattle; adolescenza infinita; reverse reverb.
Draag, Nsps. Pickup humbucker per cominciare; voce che si appoggia sulle chitarre; un ballo shoegaze come piace a noi.
Darksoft, Spend your days. I giorni sono lunghi e gli anni sono brevi; la verità dentro melodie dream pop.
The Desperate Call Of The Sea, Quello che non ho più dentro. Scandire la propria verità in un caos di distorsioni; fogli sparsi; vietato abbassare il volume.
Dewey, Summer on a curb. Estate su un marciapiede; ampli accatastati tipo Tetris; ti ricordi quando avevi quindici anni?
King Hit, Sap. Hum; aria e poi peso specifico; ci sono almeno tre generazioni dentro queste strofe.
Manic Sheep, Dream. Un disco del 2026 che in realtà è del 2014; insieme nella stessa felicità; uniti nella stessa inquietudine.
As Above,Upside down. Il grunge è il nuovo shoegaze; chitarre ampie tipo maglioni troppo larghi ma estremamente fighi; radio college 1993 ore 23:43.
Honeyboi, Glimmer. Sento il tuo respiro che sa di fiori nelle mie orecchie; siamo dentro un suono totale; e chi vuole uscirne?
Glixen, Unwind. Passo lento; chitarre che slittano sulle armonie; un equilibrio pronto a spezzarsi.
Rocket Rules, Chapel St. Camminare di notte pensando troppo; shoegaze perfetto per quando non hai sonno; c’è ancora tempo per affrontare il domani.
Ulrika Spacek, This time I’m present. Psichedelia; una jam session tra gli anni Settanta e gli anni Novanta; stiamo fluttuando nello spazio.
Crushingswans, Limerence. Non svegliarsi dal sogno; sacrosanta ortodossia shoegaze; limonare davanti a un amplificatore valvolare assordante.
Good Day Father, Sonic Amadea. La chitarra di Brian Futter dei Catherine Wheel e la voce di Tanya Donnely; lo shoegaze da chi sa come farlo; melodie a presa rapida.
All You Can Hate, Take me to the moon. L’esatto punto d’incontro tra shoegaze e post punk; concerti in cui chi non salta è perduto; manici sudati di chitarra.
Dogflesh, Black spell. Punk per gente introversa; grande baraonda in cuffia; occhio che ti metti a pogare in metro.
Adiós Cometa feat. Fin Del Mundo, El mundo en mis brazos (Leonor). La cosa migliore è vederti arrivare; chitarre che si addensano fino a diventare temporale; romanticismo gaze.
Trauma Ray, Clown. Shoegaze sotto forma metal; lo spleen suonato bene; strofe evanescenti.
