Whirr, breve storia di una band fantastica che sbagliò tutto

Qualche mese fa ha suscitato accese discussioni un vecchio tweet del nuovo amministratore delegato di Twitter, Parag Agrawal. Nell’ottobre del 2010 aveva postato una citazione dell’attore Aasif Mandvi: «Se non fanno distinzione tra musulmani ed estremisti, allora perché dovrei distinguere tra bianchi e razzisti». Undici anni dopo, quel tweet è spuntato fuori di nuovo appena si è diffusa la notizia della nomina di Agrawal. Risultato? Un gran casino, con annesse accuse di presunto (e inesistente) razzismo. Si tratta di un tipico esempio di un fenomeno di cui si sta parlando parecchio negli ultimi tempi, il cosiddetto collasso dei contesti, una delle conseguenze più evidenti della comunicazione in questi tempi frenetici, ovvero estrapolare una frase e interpretarla nel modo esattamente opposto all’intento originale, con conseguenze potenzialmente dirompenti. Ecco, il collasso dei contesti non c’entra nulla con quanto è successo a una band shoegaze americana, i Whirr.

We’re weeding out the pussies

A parlare è il chitarrista della band Nick Bassett, intervistato da Noisey nel 2014. Il contesto di questa citazione è nel titolo di quell’articolo: Whirr wants you to fuck off. Insomma, una maxi trollata che scatena ovviamente un big bang di commenti, retweet, like, insulti, condivisioni. Polarizzare le discussioni è un buon modo per far parlare di sé e i Whirr certamente fanno molto discutere. Perché in quegli anni la storia della band americana prende una piega strana, a tratti inspiegabile: mandare affanculo chiunque, a prescindere, un atteggiamento truce che stride con la caratteristica principale dello shoegaze, l’empatia. Quella parola sgradevole, pussy, non viene detta a caso. Bassett la usa per esempio sui social contro Ian Cohen, giornalista di Pitchfork, colpevole di aver scritto una recensione a suo dire sconclusionata di Guilty of everything, il primo album dei Nothing. Il post viene in seguito cancellato – ma è facilmente recuperabile – e comunque la diatriba prosegue nei mesi a seguire facendo zig zag tra Facebook e Twitter, includendo anche l’ormai leggendaria recensione che i Whirr fanno di Pitchfork, di cui ancora oggi di tanto in tanto qualcuno torna a postare l’immagine nella tana delle tigri di Shoegaze, Dream pop & Nugaze.

Il 2015

La situazione cambia radicalmente nel 2015, in seguito a un brutto scambio di tweet con la band G.L.O.S.S., virata molto presto in una sequenza di insulti transfobici francamente atroci. Bassett poi chiede scusa, dicendo che quei messaggi erano stati scritti da un tizio esterno alla band. Qualunque sia la verità, il punto è che i Whirr vengono mollati un po’ da tutti per colpa di un uso sconsiderato dei social: il grande equivoco di questi anni è che per essere divertenti si deve per forza fare gli stronzi, ma non è così.

Il fattaccio dei Whirr rientra nella ben più ampia casistica riassumibile nella domanda «Devo ancora ascoltare la musica di qualcuno che è accusato di essere un pezzo di merda?». E sono giunto alla conclusione che la risposta è sì: la musica che ti piace davvero, quella che racconta il tuo vissuto e che ti indica la via, smette quasi immediatamente di essere di chi l’ha scritta per diventare di chi l’ascolta (ne avevamo già parlato qui). Distressor resta uno dei dischi shoegaze più belli di ogni tempo e anche l’ultimo Feels like you è degno di nota. In generale, la mia impressione è che alla band sia esplosa la bomba in mano e dopo sia rimasta scioccata a guardare le macerie intorno. Internet, si sa, è una zona di guerriglia permanente in cui non c’è spazio né per il perdono, né per l’oblio, dunque lo stigma continua ancora oggi a perseguitare il marchio Whirr, ormai bad company dello shoegaze nonostante le scuse e un radicale – e salutare – cambio di registro nella comunicazione social. Va detto che i Whirr di oggi sono di fatto un gruppo diverso, per certi versi rinato, sicuramente lontano da quello che abbiamo conosciuto negli anni scorsi. E i dischi continuano a venderli, la richiesta c’è. Ritornare alla musica lasciando perdere il resto ha fatto sicuramente bene a loro, a noi, allo shoegaze.