Forse è arrivato il momento di smetterla con gli anni Novanta

Abbiamo un problema serio: gli anni Novanta.

Detta in altri termini, forse è arrivato il momento di smetterla con un decennio che ultimamente viene utilizzato come benchmark aprioristico per sostenere – con motivazioni opposte ma speculari – la discutibile verità propagandata a vari livelli: la nullità artistica dell’attuale scena shoegaze. L’aspetto più interessante degli anni Novanta è che hanno cominciato a funzionare bene soltanto un decennio dopo – o forse anche più in là. A parte il rap, il grunge, il brit pop, i Radiohead e i Chemical Brothers, tutto il resto non se la passava poi così tanto bene. È vero infatti che il 1991 ha reso migliore la musica che ascoltiamo, ma nel breve periodo il costo è stato pagato a carissimo prezzo dal versante indipendente: ora tutti ascoltano i My Bloody Valentine, ma all’epoca c’era spazio solo per i Nirvana. Non occorre poi certo ricordare il trattamento pesantissimo che la stampa britannica ha riservato agli Slowdive di Souvlaki: oggi di fatto stato dell’arte dream pop, ieri ridotto al rango di poltiglia di porridge. C’è un che di ironico e di paradossale in tutto ciò: gli eroi di oggi erano i reietti di ieri. Ricorda qualcosa? Ecco: nel tempo gli anni Novanta si sono trasformati da decade di originalità zero decennio del senno di poi. La conseguenza è stata che le gerarchie si sono ribaltate – il brit pop è morto, lo shoegaze è sopravvissuto – e la nostalgia si è fatta spietata, altro che canaglia. Dalla quale rischia di non uscire vivo nessuno.

Un feticcio

Gli anni Novanta si sono trasformati in un feticcio, dunque. Una situazione senza scampo che viene ben rappresentata da due dischi usciti in questi mesi, quello dei Ride (This is not a safe place) e quello dei BlankenbergeMore. Anagraficamente (trent’anni di carriera da una parte, forse nemmeno cinque dall’altra) e geograficamente (Regno Unito e Russia) si tratta di realtà diversissime e ovviamente anche il rispettivo peso specifico nella storia della musica non è paragonabile – d’altronde sarebbe anche sciocco farlo. Gli album che i Ride e i Blankenberge hanno pubblicato nel 2019 hanno ottenuto però lo stesso piccolo risultato: spaccare in due gli appassionati. This is not a safe place viene sostanzialmente descritto con un solo concetto, poi variamente declinato e raccontato: “Non sono più i Ride di Nowhere. Ovvero: non fanno più shoegaze. Al contrario, More viene spesso liquidato con una frase che è la peggiore delle rasoiate: “Fanno una musica che non è originale”. Tradotto: fanno shoegaze. In sostanza, ciò che non va bene per un gruppo andrebbe bene per l’altro. E il motivo alla base di entrambi i giudizi è sempre quello: gli anni Novanta.

Nel primo caso, quello dei Ride, il problema è semplice: l’evoluzione è un tradimento alla nostra adolescenza, che è il periodo in cui ognuno di noi ascolta la musica più importante e significativa per la propria crescita personale. Alterare quell’equilibrio significa perdere la nostra identità: dunque, deviare dagli anni Novanta è un peccato mortale. Il disco dei Ride dal mio punto di vista è un buon album, non un capolavoro di scrittura – parecchie idee, molto mestiere, forse troppa pulizia – ma comunque una raccolta interessante da quattro musicisti che certi suoni li hanno nel dna e vogliono andare oltre, visto che l’età di vent’anni l’avevano trent’anni fa ed è corretto che si cerchi di non scimmiottare ciò che si era. Ma i Novanta non possono diventare una scusa per liquidare un album e andare oltre. Perché se no o sono invecchiati loro, oppure siamo vecchi noi.

L’album dei Blankenberge è invece un capolavoro proprio per quello che per molti è il punto debole: la – presunta- scarsa originalità. Questi ragazzi fanno uno shoegaze così sfaccettato, preciso e al tempo stesso irruento che è quasi impossibile da replicare. Pochi hanno un suono come il loro. Il gruppo russo porta a compimento un lavoro di rivalutazione dello spirito degli anni Novanta riadattandolo ai giorni nostri – si sente dalla rotondità dei suoni, grossi ma non compressi, e dal lavoro sui brani, che prevedono quasi sempre cambi, crescendo e giravolte. Ma non è solo una questione di estetica sonora. Questi pezzi sono forti anche perché funzionerebbero con qualsiasi arrangiamento: acustico, grunge, pop, IDM. Lo shoegaze è insomma solo un mezzo per esaltare la scrittura, non è l’obiettivo di quattro musicisti dal suono vanitoso e fine a se stesso. Il problema però è che per molti gli anni Novanta sono dominio esclusivo di chi c’era già (i Ride, e dunque guai ad allontanarsene) e non di chi è arrivato dopo, come i Blankenberge (e quindi non hanno il diritto di dire la loro sull’argomento). More è un disco originale? Non molto. È dannatamente efficace? Eccome. Il solito dilemma: è meglio ascoltare una canzone originale o una canzone bella? È una domanda alla quale è impossibile dare una risposta che sia sempre valida. Ovvio, in generale ricalcare cose già esistenti non è una scelta saggia, senza una qualità di scrittura solida a supporto. Però se fossimo sempre stati così rigidi, allora non ci saremmo mai emozionati per esempio con Turn on the bright lights degli Interpol. Ne sarebbe valsa la pena?