Le 20 canzoni più belle dei My Bloody Valentine

Mi sono sempre chiesto se Kevin Shields sia davvero consapevole del livello di fanatismo che da decenni circonda, travolge, sommerge il nome My Bloody Valentine. Di sicuro, c’è da credere che il suo scopo – ammesso che la musica sia una questione di obiettivi anziché di ispirazione – non è mai stato quello di rappresentare l’alfa e l’omega di un intero movimento musicale, lo shoegaze. Per molti, però, quella rivoluzione distorta e introversa nasce e finisce con loro, condannando almeno due generazioni di band a un confronto impari dal quale non si può che uscirne perdenti. Tutto infatti gira intorno alla stessa band e, soprattutto allo stesso disco, quel Loveless che è un moto ondoso perenne, un panta rei sonico che deve essere costantemente rinnovato, rinvigorito, rimasterizzato, come se quel rumore dolce e misterioso – astratto eppure concreto, se non carnale – non avesse ancora svelato pienamente il proprio potenziale, come se lo stesso Shields si fosse convinto che quei brani non abbiano ancora espresso pienamente la perfezione alla quale ambiscono. Loveless è il benchmark definitivo dello shoegaze, un archetipo talmente alieno e futurista che per due decenni abbondanti ha annichilito ogni prospettiva di sviluppo, finendo per oscurare il resto del repertorio della band, invero meritevole di ascolto e ugualmente portatore di meraviglia. Shoegaze Blog tenta allora di mettere un punto con le venti canzoni – siamo sicuri che sia giusto definirle così? – più belle dei My Bloody Valentine. Sulle prime due posizioni, probabilmente, sarai d’accordo anche tu.

20. Cigarette in your bed (1988)

Quando questo sito ha parlato di punk per gente introversa, aveva in mente innanzitutto questo brano. Un punk diverso: stasi acustiche vs. ritmiche rollercoaster. Le sigarette che non ho mai fumato, il suono che ho sempre desiderato, una band che non mi ha mai deluso.

19. Soft as snow (but warm inside) (1988)

Chi ha conosciuto i MBV con Loveless fa poi sempre un po’ fatica a trovare il bandolo della matassa in Isn’t anything. Che è un ibrido davvero strano, meno alieno e sfalsato, decisamente più concreto, definito e quasi metropolitano. Questo brano ha un groove quasi hip hop e chitarre squagliate che sembrano suonare in retromarcia. E allora vedi che alla fine tutto torna?

18. Cupid come (1988)

La progressione tra una chitarra che detta la linea e un’altra che è una frattura dissonante indica la linea che i My Bloody Valentine detteranno a un miliardo di band – arrotondando per difetto – nei successivi trenta e passa anni. Bellissima.

17. Soon (1991)

Soon ha uno degli inizi armonicamente più sbarazzini dell’intera produzione dei Valentine, una sorta di new wave esuberante che però viene immediatamente rasa al suolo da strofe che sono precipizi rumoristici in cui si sentono voci lontane come corpi in caduta libera.

16. Come in alone (1991)

Mister fracasso Kevin Shields qui si diverte a dare prova di ciò che può tirare fuori con dei pickup single coil ben carrozzati da un numero imprecisato di distorsioni, riverberi e diavolerie assortite. L’ambasciatore delle Jazzmaster inventa una nuova figura: non più chitarrista, ma pedalista.

15. I only said (1991)

Altro esempio di rumorismo dolce in cui le voci e le chitarre vanno a fondersi in un suono unico, un groviglio inestricabile, mentre la sezione ritmica viene letteralmente sopraffatta da queste note di granito.

14. If I am (2013)

La voce di Bilinda Butcher continua a essere un mistero: è ipnosi, un suono che si adagia su frequenze tutte sue, che riesce sempre nell’obiettivo di strappare il tessuto del reale che separa il mondo tridimensionale da quello onirico.

13. Feed me with your kiss (1988)

La lezione dei Sonic Youth: rimasticata, ridefinita, rivoluzionata. I MBV vanno di martello e tirano fuori una cacofonia che porta il noise rock su un altro livello, mentre Colm Ó Cíosóig alla batteria e Debbie Googe al basso tirano fuori un ritmo assurdo e, ben presto, iconico.

12. Blown a wish (1991)

Un dream pop alla maniera di Kevin Shields, ovvero chitarre che ronzano e voci che fluttuano. È come dei Cocteau Twins suonati al contrario e al ralenti, ma con testi finalmente chiari e comprensibili. Beh, più o meno.

11. Only tomorrow (2013)

Non ho mai capito perché M b v non abbia mai goduto di una buona considerazione da parte della comunità di fan della band. Only tomorrow ha un bel ritmo jazzato che va a spezzare gli splendidi e brucianti riff al sapore di fuzz (o qualunque cosa sia, vai a sapere).

10. Who sees you (2013)

Il riff principale è quasi un’autocitazione: utilizzo intensivo della leva tremolo e suono Blues Driver o giù di lì potenziato da decine di altri effetti. Sono loro, sono sempre loro. Ma come è stato scritto da altre parti, Kevin Shields la sua rivoluzione l’ha fatta, non avrebbe senso chiedergli altro. E come suona lui così, nessuno altro al mondo.

9. Lose my breath (1988)

Billy Corgan ha detto più volte che per Daydream, brano finale dell’esordio Gish del ’91, si è ispirato a certi brani oscuri e inquieti dei My Bloody Valentine. Per esempio questo piccolo capolavoro. Ed è anche uno dei brani che Robert Smith ama di più.

8. Only shallow (1991)

Rullata e poi l’inferno: questo probabilmente deve essere uno dei crucci principali alla base della mania rimasterizzatrice di Kevin Shields, perché il fuoco a volontà scatenato da questo brano – già adesso brutale il giusto – potrebbe essere ancora più spinto, ancora più teso, ancora più tetragono. Un’alternanza tra piano e forte che svuota e riempie il brano, fino a farlo diventare il sussidiario armonico dello shoegaze da qui in avanti. È, tra l’altro, uno dei due brani del disco – l’altro è Come in alone – con una batteria suonata dal vivo: Colm Ó Cíosóig in quel periodo è senza casa, situazione che lo porta a un esaurimento nervoso e a partecipare in maniera discontinua alle registrazioni.

7. Loomer (1991)

Una canzone frenetica, pur essendo di fatto senza una vera e propria sezione ritmica, per lo meno secondo il sentire comune. Sembra di sentire un brano con le chitarre tarate sui settantotto giri e la voce sui trentatré: di là l’incendio, di qua la ninna nanna. Farsi bruciare o farsi cullare è una decisione totalmente soggettiva: in ogni caso, qualunque scelta è quella giusta.

6. You made me realise (1988)

È la rivoluzione strana di una musica assordante che però viene cantata sottovoce, che ti fa ammattire perché tutto sembra soccombere al caos e invece alla fine niente deraglia davvero. La parte centrale, quel martello noise che dal vivo diventa una lunghissima tortura che può arrivare anche a trenta minuti, ancora oggi è uno shock.

5. Sometimes (1991)

Anche qui, ancora una volta, c’è il bagliore di un suono stratificato, ispido e malinconico che ritroveremo nel rock di Billy Corgan, altezza Siamese dream, e poi, molti anni più tardi, in quello che oggi viene definito nugaze. L’aspetto forse più interessante dei My Bloody Valentine è che anche quando partono da un’idea compositiva tutto sommato tradizionale – immagina questo brano per voce e chitarra acustica – riescono comunque a ridefinirne i contorni in una maniera insolita: in questo caso, un flusso di accordi aperti distorti che sboccano su una sospensione ritmica non scontata. Per la band anche l’assenza diventa, a modo suo, protagonista.

4. She found now (2013)

Questo brano è una sorta di evoluzione di Sometimes: la chitarra viene suonata come se fosse una percussione, i riff si prendono il compito di scolpire un ritmo fantasma eppure percepibile a livello inconscio, mentre la voce se ne sta lì, ancora una volta eterea e quasi trasparente, come se andasse alla deriva seguendo le onde di rumore e armonia che si spandono a cerchi concentrici, una specie di folk moderno che diventa incantesimo.

3. No more sorry (1988)

La prima canzone in assoluto che ho ascoltato dei My Bloody Valentine è No more sorry. Ha un arrangiamento paradossale e inafferrabile: se presti attenzione ti rendi conto che è un brano velocissimo e lentissimo al tempo stesso. Non conoscevo all’epoca il dramma di Bilinda Butcher – il padre di suo figlio che la terrorizzava, la paura che si trasformava in panico – ma in qualche modo il suono spaventoso e affilatissimo di Kevin Shields mi trasmetteva un’inquietudine strana, una rabbia sottile e invisibile e dolorosa e totale: qualcosa che non ha un vero nome, che ti fa vibrare le dita delle mani (per esempio quando senti che il tuo posto nel mondo è messo in discussione dal corso degli eventi) ma che ti lascia comunque paralizzato – infuriato eppure sfinito.

2. When you sleep (1991)

When you sleep è il brano più esuberante, fresco e giovanile che Kevin Shields abbia mai prodotto. È una corsa a perdifiato, un inno indie rock che pattina su uno dei riff più iconici della storia del rock alternativo, mentre la vocalità manipolata di Kevin Shields promette sogni, confusione e bellezza, le tre parole chiave per descrivere che cosa vuol dire avere vent’anni e riconoscersi in tutte le possibilità che il futuro ti pone di fronte. When you sleep è un talismano stretto attorno al cuore, la magia fragorosa che racconta a chiunque chi sei davvero: siamo ciò che ascoltiamo e quando i My Bloody Valentine chiamano, noi ci ritroviamo lì, al centro di un suono mai così esatto, mai così perfetto, mai così nostro.

1. To here knows when (1991)

Ó Cíosóig ha raccontato che cosa voleva dire per i tecnici del suono lavorare in studio con i My Bloody Valentine: un cazzo di inferno. «Kevin aveva una visione, lo percepivamo tutti – si legge su Uncut nel 2018 – e licenziavamo tecnici su tecnici. Non facevamo nulla di normale e loro andavano fuori di testa. “Quella frequenza, 4 hertz, sta distorcendo! Non potete farlo”, dicevano. E noi: “Non ce ne fotte niente della tua frequenza di merda. Suona bene. E quindi?”. Non riuscivano a capire la stranezza del disco, la sua deformazione». Credo che questo aneddoto spieghi bene la portata della rivoluzione messa in piedi dal gruppo: non una semplice rottura degli schemi, ma un ripensamento totale delle regole, una musica disarticolata che va lasciata andare, non normalizzata. To here knows when è il riassunto di tutto il pensiero di Kevin Shields su dove è possibile spingersi con gli strumenti, testare i confini e andare ancora più in là. Una psichedelia circolare, onirica, immersiva. Su YouTube un tizio ha commentato nell’unico modo possibile questa canzone: «È una roba che non diventerà mai vecchia».