Best Shoegaze & Dream Pop 2026: le migliori canzoni dell’anno (finora)

Lauren Lakis

Ritorna la playlist Best Shoegaze & Dream Pop 2026, con le migliori canzoni dell’anno (finora) su Spotify, Apple Music e (a breve l’aggiornamento) Tidal. Tra le novità, Lauren Lakis (copertina), Tokyo Shoegazer, Fir Cone Children, Tangients, Angel Names, Hich Von Cassen + The Dreamers, Honeyboi, Taglialucci, Boy With Apple, Honey I’m Home, Misty Coast, The Bernadette Maries, Darkswoon, Linda Guilala, Elbowsway, Silk, Blearyhaze. Come sempre, l’avvertimento è obbligatorio: non si tratta di una classifica. E allora premi play, salva, condividi, supporta. E dicci chi dobbiamo aggiungere.

Lauren Lakis, There. Fammi riprendere in mano quella Jazzmaster dalla finitura sunburst; Hole che ascoltano Slowdive; andiamo a Austin.

Tokyo Shoegazer, Missing. Tokyo quando non c’è nessuno in giro; sparire dentro una canzone; cuffie+volume=buonanotte.

Fir Cone Children feat. Liisu, St. Vincent. Padre e figlia sotto lo stesso muro di chitarre; il primo concerto della vita è quello di St. Vincent; a tredici anni le idee sono già meravigliosamente chiare.

She’s Green, Mettle. C’è una crepa in ogni cosa; melodia perfetta; tenere botta.

Tangients, The ether. Ancora tre curve e sarò a casa; Cocteau Twins sotto la pioggia di novembre; ci sono io e ci sei tu.

Willow’s Hill, Summer Breeze. Strofa sottovoce e ritornello che ti crolla addosso; grunge gaze dall’Ucraina; l’estate che arriva.

Glazyhaze, Do you? Party in piscina di metà primavera; intorno tutti saltano come pazzi; baciami finché non avrò il tuo stesso odore.

Sadplanet, Do you? Baciami mentre hai ancora il caffè in bocca; l’amore è una faccenda di dettagli; una canzone che termina in modo gigantesco.

Leaving Venice, Zebra. Piacenza come Portland; persone che si allontanano; musica da ascoltare a occhi chiusi.

Black Reverie feat. The Stargazer Lilies, When the reverb ends. Premi play se vuoi sapere cosa resta quando il riverbero finisce; Rev Rev Rev; schianti armonici.

Nothing, Toothless coal. Ho perso il conto di quanti pedalini della distorsione ci sono; chitarre come muri scrostati; volume 10 e via.

Waving Blue, Waves. Chitarre altissime in cuffia; RAM in rapida saturazione; pioggia in arrivo.

Angel Names, Un dolce finale. La parola partigiano non va mai tolta; la Resistenza prima di tutto; shoegaze oppure rock alternativo: suona comunque benissimo.

Emilya Ndme, Plasters. Ultimo giro in macchina prima di salutarsi; vinili che si inceppano sulla puntina; melodie orecchiabili e ritmi dal passo svelto.

Cashier, The weight. Walkman anni Novanta; stanza piccola; suono enorme.

Hitch Von Cassen & The Dreamers, Gatti. La dedico al mio gatto Mogwai detto Capitan Budino; croccantini o bustina?; dream pop o post rock?

Glass Egg, Passionate enough. Dream/synth pop per le ore piccole; mi conoscerai mai abbastanza?; le risposte che fanno male.

Winter Gardens, Adored. Piastrelle fredde sotto i piedi scalzi; uscire di casa alle quattro di notte senza una meta; il post punk che diventa shoegaze.

Yumeia & Tre Flip, Eterno riposo. Quella batteria può essere ferro e può essere piuma; soffrire fino in fondo; epicità fuori scala nel finale.

Doused, Xoxo. La regola delle chitarre offset non tradisce mai; My Bloody Valentine; parapiglia sopra e sotto il palco.

Honeyboi, Candy bar. Lo-fi come lingua madre; un pomeriggio caldo col ventilatore acceso; un suono sempre più totale.

Plush Crush, South side. Dream pop fa rima con malinconia; camminare nella nebbia senza fretta; aspettare qualcuno che forse non arriva.

Dusk Saffron, Erasure. In auto alle tre di notte; quartiere deserto; dream pop di livello superiore.

The Mystery Divide, Wars. Vagamente Future Islands; mancarsi anche quando si sta insieme; corridoio lungo con una porta chiusa in fondo.

Cigarettes For Breakfast, Melting. Il suono delle chitarre oscilla come se respirasse; potenziometri spostati a destra; vetro che si appanna dall’interno.

bill., Claw. Plettri sparsi un po’ ovunque; Converse slacciate; comanda la batteria.

Taglialucci, Celestiale. Una jam session tra Battiato e i Nothing; il rimbombo della città fuori; le domande senza risposta.

Heel, Stare. 60 cycle hum; martellare a più non posso sul rullante; caos + malinconia.

Plaaaato, Circlescope. Testo in ucraino; suoni di chitarra che sembrano frantumarsi e va bene così; correre senza essere inseguiti.

Sparkler, Last left. Frequenze che non esistono eppure eccole che risuonano; riff che sembrano sporgersi su uno strapiombo; perdere la cognizione del tempo e dello spazio.

Boy With Apple, Simplicity. Camminare con le mani in tasca a Göteborg; colonna sonora dream pop per sentimenti contrastanti; se siamo gli opposti c’è attrazione o repulsione?

Klimt 1918, Dream core. Un disco ogni dieci anni o giù di lì; ritrovarsi in mezzo a una bufera improvvisa; arrangiamento extralarge.

Lozenge, For lack of trying. Un tappeto di cavi colorati; il fonico impazzisce di fronte a questi suoni selvaggi; magliette a righe come nei primi anni Duemila.

Kodaclips, Pirouette. Felpa troppo grande rubata a qualcuno; post punk e shoegaze che risuonano da cuffie a tutto volume; pogare in solitudine in cameretta.

Gnaw, Star. Lo schiaffone arriva al minuto 0.00; la sonorizzazione perfetta di un pogo shoegaze; poi le armonie si addolciscono.

Yumi Zouma, Bashville on the sugar. Ti vedo in metropolitana; si alza il ritmo; e noi a cantare con la band.

Whitelands, Blankspace. Specchi dritti e ritratti inclinati; vederti sempre e non vederti mai; shoegaze/dream pop al suo massimo.

The First Eloi, Porcelain. Amplificatori valvolari belli caldi; in sala prove ci staremmo delle ore; shoegaze cantabile.

Mint Tea & Biatlón, Summer is a dream. L’estate è bella solo quando è inverno; riverberoni e arpeggioni; dream pop il nostro folk.

Panauer, Il mondo senza me. Cosmetic + Gea; restart di anime; prendere l’ultima corsa della metro e iniziare a pensare troppo.

Ohio Mark, The art of being dead wrong. Tutti gli strumenti al massimo; corde di chitarra che sembrano prendere fuoco; frequenze selvagge.

Inframell0w, Alive. Dream pop tendente al post punk; mezzanotte e dintorni; luci al neon.

Violet And Sparingly, September haze. Sneakers e tappi per le orecchie; pickup delle chitarre spinti al massimo; settembre mese shoegaze per eccellenza.

Grigio Scarlatto, Take me. Prendimi per come sono; buttiamoci in mezzo al pogo; accendi tutti i pedalini che hai.

Deary, Seabird. Cocteau Twins a un tiro di schioppo; sale sulla pelle e cielo pallido; piano sequenza al ralenti.

Softcult, Queen of nothing. Melodia pop ma con i denti serrati; non farti buttare giù da questo mondo terribile; e allora fatti sentire.

Honey I’m Home, Hyperspace mountain. Progressioni indie rock e chitarre shoegaze; braccialetti fluorescenti; ritornello da vivere al mosh pit.

Misty Coast, Always sun. La luce del sole alle undici di sera; quella playlist dream pop che non puoi fare a meno di ascoltare a ripetizione; e se si mette a piovere è perché stai andando via.

The Giraffe Told Me In My Dream, 散步. Come cantare sott’acqua; una passeggiata in un mondo laterale e a gravità zero; il mistero su ciò che la giraffa ha detto.

Koko Moon, Croste. Una casa immersa nella notte; se vorrai stammi accanto; puoi ascoltarla ovunque tranne che su Spotify.

Tvfuzz, Valentine’s. Il ringhio delle Jaguar; muoversi sott’acqua come se fosse normale; puoi ascoltarla ovunque tranne che su Spotify.

Vixsin, Keep it. Chitarre che sembrano quasi respirare; una domenica che non finisce mai; un lunedì che è meglio se non arriva.

The Bernadette Maries, Eso. All’inizio grunge-gaze e poi elettronica pura; non si capisce se si poga o si balla; facciamo entrambe le cose.

Lucid Express, Faux sweetness. Loveless ha ancora la linea telefonica attiva; una vocalità lieve e ben calibrata; chitarre a volte dense e a volte trasparenti.

Darkswoon, Antivenom. In memoria di Nex Benedict, persona non binaria vittima di bullismo e morta suicida nel 2024; il post punk dalla parte giusta; empatia sopra ogni cosa.

Swayglow, Grey blooming. Fiaba shoegaze dai toni noir (o grigio siderale); potere femminile; colonna sonora per film inquieti.

Youth Valley, Cerberus. Vetro poco prima che si rompe; l’aria densa di un club underground; sai esattamente che il finale sarà un fracasso sacrosanto.

Sunstinger, Nvr Nvr. Chitarre che sembrano provenire da un’altra dimensione; voci perse nella nebbia; una camera buia.

Noday, 30 gradi. Il tocco è pesante; la melodia resta poco più di un soffio; cinque martini a colazione = colazione dei campioni.

Linda Guilala, Momento. Il synth pop suonato col cuore che sta per infrangersi; nostalgia da fine estate anche a maggio; sentire la mancanza di qualcuno fingendo di divertirsi

Dillon Jo, Jo. Basso in stile Cure; il futuro non sappiamo dove ci porterà; segui quelle chitarre arrembanti.

Callière, Solar. Voci sommerse e dunque perfette; shoegaze tarato nel modo giusto; guidare in autostrada.

Elbowsway, Trees. Città fredde e amplificatori surriscaldati; fissare palazzi come se dovessero darti chissà quale risposta; gran baccano dall’Uzbekistan.

Silk, Auralux. Dormire con la felpa della tua band preferita; melodie pop sepolte da tonnellate di gain; premere play quando tutto va storto.

Adriano Marinelli, For a while. Ko emozionali e dove trovarli; cantautorato traslato shoegaze; spazi ampi che si restringono all’improvviso.

Blearyhaze, Instrumental0. Duster e Slint come modelli di vita; guardare il soffitto ascoltando musica in repeat; mormorii che si persono tra gli arpeggi.

Draag, Nsps. Pickup humbucker per cominciare; voce che si appoggia sulle chitarre; un ballo shoegaze come piace a noi.

Darksoft, Spend your days. I giorni sono lunghi e gli anni sono brevi; la verità dentro melodie dream pop.

Dewey, Summer on a curb. Estate su un marciapiede; ampli accatastati tipo Tetris; ti ricordi quando avevi quindici anni?

King Hit, Sap. Hum; aria e poi peso specifico; ci sono almeno tre generazioni dentro queste strofe.

Manic Sheep, Dream. Un disco del 2026 che in realtà è del 2014; insieme nella stessa felicità; uniti nella stessa inquietudine.

As Above,Upside down. Il grunge è il nuovo shoegaze; chitarre ampie tipo maglioni troppo larghi ma estremamente fighi; radio college 1993 ore 23:43.

Glixen, Unwind. Passo lento; chitarre che slittano sulle armonie; un equilibrio pronto a spezzarsi.

Ulrika Spacek, This time I’m present. Psichedelia; una jam session tra gli anni Settanta e gli anni Novanta; stiamo fluttuando nello spazio.

Crushingswans, Limerence. Non svegliarsi dal sogno; sacrosanta ortodossia shoegaze; limonare davanti a un amplificatore valvolare assordante.

Good Day Father, Sonic Amadea. La chitarra di Brian Futter dei Catherine Wheel e la voce di Tanya Donnely; lo shoegaze da chi sa come farlo; melodie a presa rapida.

All You Can Hate, Take me to the moon. L’esatto punto d’incontro tra shoegaze e post punk; concerti in cui chi non salta è perduto; manici sudati di chitarra.

Adiós Cometa feat. Fin Del Mundo, El mundo en mis brazos (Leonor). La cosa migliore è vederti arrivare; chitarre che si addensano fino a diventare temporale; romanticismo gaze.

Trauma Ray, Clown. Shoegaze sotto forma metal; lo spleen suonato bene; strofe evanescenti.