L’anno in cui ricevetti lo Spirito Santo fu anche l’anno in cui partecipai per la prima volta a un premio letterario di poesia nella mia città. Arrivai terza. Indossai l’abito che avevo usato sia per l’incomprensibile Cresima che per l’emozionante quanto imbarazzante primo recital di pianoforte, ma anche per tutte le occasioni pubbliche dove potevo abbinare solo delle scarpe comode e brutte. L’anno seguente, la cresima rappresentava già per me il concedo al cattolicesimo, il foglio di via finalmente. Allo stesso concorso stavolta arrivai prima. Quell’anno diventai anche donna, sgradevolmente signorina. Avevo appena aperto il libro di scienza, capitolo “riproduzione sessuale” immagine sezionate di corpi, budella, tubi e connessioni specifiche e rientrata da scuola nel bagno di casa ebbi la stessa faccia di Carrie lo sguardo di Satana. Mia madre se ne accorse dall’espressione del mio viso che senza voce le comunicò chiaramente «mamma, non voglio cambiare», ma fui in grado di pronunciare soltanto «non dirlo a papà».
Alla premiazione ebbi l’obbligo di salire sul palco per ringraziare tutta l’organizzazione della serata con un discorso. Indossavo desiderati jeans Diesel neri e una t-shirt nera con impresso sul petto il simbolo della donna, quello usato per indicare le porte dei bagni pubblici. Sul palco mi avvicinai al microfono con la mia faccia, Carrie era già morta, ma con un’intenzione robotica. Dopo qualche sospiro, feedback e silenzio dissi soltanto «grazie», fissando lo sguardo dalle mie nuove e amate zeppe nere verso i miei unici fan, i miei genitori. Quella fu la mia prima esperienza un po’ punk.
La seconda t-shirt la feci io dopo aver ascoltato London Calling dei Clash mi improvvisai una locale Vivien Westwood perché senza e-commerce dei Clash avrei trovato solo la taglia L da Uomo in qualche negozio di dischi, utile forse per un pigiama. Su una bella, aderente e già mia t-shirt Red Cherry scrissi con un pennello e dell’ acrilico bianco ad altezza dei miei nuovi seni la parola Clash. Il ragazzo con la maglia dei Ramones si innamorò di me, giusto il tempo di uno sguardo e un sorriso. Quel momento lo ricordiamo ancora come il nostro possibile colpo di fulmine.
La terza maglietta figa fu sempre nera con la faccia bianca stencil di Lou Reed in Transformer, lo specchio della mia nuova anima. L’acquistai dopo un suo concerto in forma jazz in cui tutti da lui si aspettavano rock e invece pareva non averne nessuna voglia, forse quella sera gli mancò anche la voglia della nostra imbalsamata presenza, stava sempre a occhi bassi. Aveva desiderio di variare, di esprimere altro. Per me fu davvero una trasformazione, la mia.
E le vostre prime t-shirt quali sono state? Dicono moltissimo di noi. Sono la nostra identità che si afferma, muta e si trasforma. Con una stampa, un poster, un quadro, un accessorio, vogliamo dire qualcosa a qualcuno, a noi stessi e agli altri, un messaggio anche abbastanza chiaro. E poi sì, anche le scarpe hanno parola, soprattutto e nel nostro caso, quando hai una pedaliera da mettere in moto. Questo lunedì dove «i pomeriggi di maggio non esistono più», frase disperata urlata da Nanni Moretti spaventato dalla nuova vita da adulto, Shoegaze Blog vuole proporvi album che urlano questo.
Fir Cone Children, Vs. the real world
L’artista tedesco Alexander Leonard Donat continua la sua epopea musicale genitoriale con il naif e affascinante progetto Fir Cone Children. Le sue figlie crescono e diventano adolescenti, lui ne documenta tutti quei messaggi chimici e sociali della loro evoluzione in questo speciale album dreampunk Vs. the real world. C’è l’abbandono della sognante infanzia che si spinge verso la nuova tensione emotiva punk, bedroom pop e ovviamente immancabile in questa fase l’introversione shoegaze dell’adolescenza. È entusiasmante pensarle anche collaborative. La primogenita Liisu scopre di avere lo stesso spirito rock del padre. Nel brano St. Vincent canta insieme a lui della sua speciale nuova esperienza avuta al concerto di St. Vincent. Sono proprio queste esperienze, per noi amanti della musica, ad averci fatto fare lo scatto, il salto verso il cambiamento. Saltate insieme a Fir Cone Children, saltate sopra i materassi e gridate, saltate e continuate a sognarvi sempre diversi, sempre più maturi ma eternamente giovani. È tutto godibilissimo quando si ha uno spirito punk.
Blackwater Holylight, Not here not gone
Gli strumenti dall’attitudine dreamy raccontano con fresco e incauto fascino una vecchia storia che conosciamo tutti. Tra i riff distorti e sporchi di grunge non mancano note nitide, assoli e feedback che si allungano in modo infinito come un grido verso qualcosa che in realtà non dovrebbe mai finire. A metà album avviene una battaglia epica di chitarre disperate, dure come metal, colpite da raffiche di doppio pedale, un manrovescio per la coscienza più ingenua. Si cambia, la band si sosta da Portland. Le luci di Los Angeles possono cambiare prima calde, romantiche, per sognatori impavidi ora tutte bianche fredde, indifferenti, comfort per chi ha smesso di sognare. Per le Blackwater Holylight le luci potrebbero spegnersi tutte, nel buio è tutto permesso.
The Haunted Youth, Boys cry too
The Haunted Youth ovvero il belga Joachim Liebens, si è sempre posto il problema del cambiamento. Nel nuovo album Boys cry too fa sapere a tutti di non essere più lo stesso, dalla propria stanzetta entra in studio per registrare con una certa intenzione. I Cure in Boys don’t cry chiedevano scusa, imbarazzati per le loro lacrime quasi vietate ai ragazzi, anche ai più sensibili. The Haunted Youth esternizza e se ne frega e dichiara che i ragazzi in realtà piangono tutti, eccome. Cambia l’età e i conflitti interiori restano, ma stavolta devono essere espressi. Un’evoluzione della sua rabbia è ben rappresenta nel primo brano In my head, accumulo di note malinconiche Slowdive che vengono espulse in gridi finali così grunge da immaginare un Kurt vorticoso e sudato nel suo maglione tanto largo quanto la sua voglia di sparire dentro quel morbido conforto. Ogni generazione ha un idolo da seguire, l’idolo della disperazione che non sappiamo esprimere: abbiamo la fortuna di trovare certe figure che riescono a farlo per noi, con testi e note. Un album che continua a essere forever young shoegazer, a parlare bene ai giovanissimi e a far sentire giovanissimi chi non lo è non più.
Noday, Solo stare solo
Quella chitarra. E la batteria. E il basso. I Noday suonano come se dovessero farsi sentire a cento milioni di chilometri da qui: premo play e sembra che tutto si sposti in avanti – la città, le persone attorno, forse pure il cielo disegnato male di questi giorni incerti di maggio. I Noday spingono tantissimo e non resta che farsi travolgere. La pelle vibra seguendo la pressione sonora di 30 gradi e dei suoi stop&go brucianti e bruciati: viene il fiatone anche solo ad ascoltarlo ad alti volumi. E poi ancora Occhiali da sole – melodie slacker alla Cosmetic & distorsioni a grana grossa – e la baraonda punk con effettistica shoegaze di Turista. «Voglio stare a casa con gli occhiali da sole, voglio solo stare solo con gli occhiali da sole», si sente in Occhiali da sole. Ma questa è una musica che vuole massa, densità, contatto: prima o poi ti trascina fuori. (Manfredi Lamartina)
Lauren Lakis, Deadlights
Ho sempre odiato la finitura sunburst. È un colore che sta benissimo addosso a chi sa eseguire un assolo di chitarra a occhi chiusi e senza sbavature. Su di me, che a malapena so fare un arpeggio cercando di non sudare troppo sulla fronte, è una sfumatura stonata e impegnativa. Promette qualcosa che non posso mantenere. Mi fa sentire inadeguato. Mi invecchia. Eppure appena prendo la mia Jazzmaster sunburst è come se ogni ansia si rivelasse per quello che è davvero: una sciocchezza. La chitarra non giudica, il colore non influenza, conta solo il suono, possibilmente assordante e indomabile, perché nella musica le mezze misure dimezzano le emozioni. Lauren Lakis funziona così. Le distorsioni del suo nuovo album arrivano potenti e ben dosate, a volte sembrano quasi schiantarsi — grunge nell’indole, shoegaze nell’attitudine — e invece tengono tutto insieme: malinconia e ferocia, trambusto e rarefazione. E quando ascolto There, il pezzo d’apertura che rivela subito intenzioni e condizioni, mi ritrovo subito con la Jazzmaster in mano e l’Op Amp Big Muff al massimo, a dare pennate come se il tempo e lo spazio fossero una questione elastica, del tutto malleabile, dunque non definitiva. (Manfredi Lamartina)
