Da una parte un brano dream pop dai toni scuri e cinematografici, dall’altra un album che alterna baccano e bassi volumi. Questa settimana iniziala con due progetti che sanno come colpire il bersaglio. Premi play, salva, ascolta, condividi.
Lunar Bird, Sinderesi
«Io non so se bere la pioggia o aprire l’ombrello», canta Roberta Musillami dei Lunar Bird. Nemmeno io so sciogliere il dubbio. Le piccole scelte nascondono strane sensazioni che non trovano mai uno sbocco naturale nelle parole di tutti i giorni: e allora ci si affida all’istinto, all’intorno, a un suono che sembra provenire da un autunno di nuovo concreto e presente, che nulla sa di questa primavera bollente e sfacciata. Sinderesi è la prima canzone in italiano del duo – una versione in inglese, Synderesis, è contenuta nel nuovo ep Whatever time we have left – ed è come un soffio di vento notturno che suggerisce mistero e meraviglia: Julee Cruise insieme con i Beach House in un film di Fellini, un ballo lento con i piedi sospesi e le mani che si sfiorano appena.
Feeble Little Horse, Bitknot
La prima traccia riassume un po’ tutto il discorso dei Feeble Little Horse: un suono prima denso, compatto e impenetrabile, poi scomposto, fratturato, che va ripetutamente in crash. Il gruppo statunitense gestisce il caos a modo suo: un po’ malinconia glitchy dei Ms. John Soda e un po’ il fracasso valvolare dei They Are Gutting A Body Of Water, giri di chitarra che richiamano Pixies e Nirvana e accordi shoegaze che friggono dagli ampli. Nel mezzo, c’è la vita vera. Il nichilismo come reazione al capitalismo (l’urlo «death, money, tech» che si trasforma provocatoriamente in DMT non è tanto diverso dal «produci consuma crepa» dei CCCP) e una giovinezza raccontata non in termini assoluti, ma con una peculiare attenzione ai particolari che taglia di sbieco ogni certezza. In Dior, per esempio, si sente la cronaca di una serata che prende direzioni impreviste: un concerto dei Wednesday evitato, canzoni preferite di cui non si conosce il finale, incontri che era meglio non fare — «you are not David Berman, you are not Kurt Cobain». E chi siamo davvero, sembra suggerire la band, potrebbe non piacerci troppo.
