My Bloody Valentine, trent’anni di “Isn’t anything”: come eravamo, come saremo

La prima canzone in assoluto che ho ascoltato dei My Bloody Valentine è tratta da Isn’t anything ed è No more sorry. Ha un arrangiamento paradossale e inafferrabile: se presti attenzione ti rendi conto che è un brano velocissimo e lentissimo al tempo stesso. Non conoscevo all’epoca il dramma che Bilinda Butcher raccontava in quel pezzo – il padre di suo figlio che la terrorizzava, la paura che si trasformava in panico – ma in qualche modo il suono spaventoso e affilatissimo di Kevin Shields mi trasmetteva un’inquietudine strana, una rabbia sottile e invisibile e dolorosa e totale: qualcosa che non ha un vero nome, che ti fa vibrare le dita delle mani (per esempio quando senti che il tuo posto nel mondo è messo in discussione dal corso degli eventi) ma che ti lascia comunque paralizzato – infuriato eppure sfinito. Ecco: Isn’t anything è un disco che permette di trovare la dimensione giusta ai pensieri di chi non trova pace.

Trent’anni fa – era il 21 novembre 1988 – quelle canzoni hanno ridefinito la band, prendendo il rumore sghembo di You made me realise e scomponendolo punto per punto, fino a farlo diventare un noise sgangherato e disturbante, qualcosa che non si era mai sentito prima e – cosa ancora più incredibile – non si è mai sentito nei decenni successivi. Il paradosso vero infatti è che oggi lo shoegaze è lontanissimo dal suono frammentario di Isn’t anything, troppo cerebrale e avant-garde – quasi dadaista forse – per poter essere compreso, fatto proprio e riprodotto dalle generazioni che sono arrivate dopo. Resta dunque un unicum, una frattura nella storia del rock che non è mai stata ricomposta pienamente.  Trent’anni fa ero troppo giovane per questo album, vent’anni fa ero troppo impaziente per dargli più di una chance, un ascolto distratto e infastidito: i My Bloody Valentine non sono i Sonic Youth, che rendono punk la sperimentazione, e questo aspetto per lungo tempo ha tenuto la band di Kevin Shields lontano dai miei ascolti quotidiani. Quando però ho trovato la chiave per decodificare quel caos slegato da ogni convenzione, beh, è cambiato tutto. Sono cambiato io, è cambiata la mia visione della musica, è cambiata in un certo senso la mia stessa vita. Solo il destino sa come saremo e dove ci ritroveremo, tra trent’anni.

Per celebrare degnamente Isn’t anything dei My Bloody Valentine, Shoegaze Blog ha chiesto ai Daysleepers, a Esmeralda Vascellari di Lady Sometimes Records, agli etti/etta e a Dottie di raccontare che cosa ha significato per loro questo disco incredibile. Buona lettura!

Jeff Kandefer (The Daysleepers)

The Daysleepers Group

Ho scoperto lo shoegaze con un disco degli Slowdive e immediatamente dopo quell’esperienza incredibile mi sono messo a caccia di altra musica dai suoni simili. Risultati di ricerca, liste “il meglio di” e vari algoritmi mi hanno indirizzato verso il classico dei My Bloody Valentine, Loveless. Lo comprai ma non ne rimasi particolarmente colpito. Pensavo che il cd fosse danneggiato. Ho cercato di insistere ma non era per me. Io gravito verso uno spettro sonoro più melodico e ambient in ambito shoegaze. Gruppi come Cocteau Twins, Slowdive, Pale Saints e Catherine Wheel erano molto più semplici da ascoltare per me. I MBV rappresentano una sfida e alla fine o riesci a capirli oppure rinunci del tutto. Siccome non volevo mollare così, ho provato l’altro album raccomandato, Isn’t anything. Pezzi come Lose my breath e No more sorry mi hanno subito affascinato e ancora oggi sono le mie preferite del disco. Non avevo mai ascoltato qualcosa di simile prima. Quelle canzoni hanno una sorta di vibrazione inquietante che fa accapponare la pelle, come se fosse un suono che senti durante un incubo. Allo stesso tempo, le musiche hanno una bellezza quasi paradisiaca. Quelle sono le caratteristiche che i My Bloody Valentine riescono a bilanciare come nessun altro. Le chitarre lancinanti di Soft as snow e (When you wake) You’re still in a dream mi hanno fatto impazzire. Questi riff chiassosi che suonano quasi male si combinano con melodie vocali bellissime: sembra una nuova esperienza, qualcosa di extraterrestre. I My Bloody Valentine mi hanno aiutato ad andare oltre i miei limiti e a cercare musica al di fuori della mia comfort zone. Dopo aver ascoltato Isn’t anything ho finalmente apprezzato Loveless per il capolavoro che è: evidentemente all’inizio non ero pronto per questo tipo di shoegaze. Avevo bisogno di una porta d’ingresso che mi aiutasse a comprendere quel suono sperimentale. Isn’t anything è stato il trampolino di lancio verso una nuova dimensione musicale, senza quel disco probabilmente non ne sarei mai rimasto contagiato.

I was introduced to the shoegaze genre with a Slowdive album, but almost immediately after that mind blowing experience I was on the hunt for more music with similar sounds. Search results, best of lists and various algorithms all pointed me toward My Bloody Valentine’s classic “Loveless” so I bought the CD but at first, I was not very impressed. In fact, I thought the CD I bought was damaged. I kept trying to be patient with it but it was just not happening for me. I naturally gravitated to the more melodic, ambient end of the shoegaze spectrum. Bands like Cocteau Twins, Slowdive, Pale Saints & Catherine Wheel, were easy for me to love on first listen. My Bloody Valentine challenges the listener a bit more, and you’ll either eventually get it or you won’t. Not wanting to give up on My Bloody Valentine I tried the next recommended album, “Isn’t Anything”. Songs like “Lose my breath” & “No More Sorry” captivated me right away and are still my favorite tracks on the album. I had never heard sounds quite like this before. Those songs in particular had this sort of creepy and unsettling vibe, like something I’d hear in a nightmare, yet, at the same time they also had this heavenly, melodic beauty. Those are unique, juxtaposed characteristics that My Bloody Valentine balances in a way that nobody else can. The grinding guitar sounds on “Soft As Snow [But Warm Inside]” & “[When You Wake] You’re Still in a Dream” just blew my mind. Again these brash, almost ugly sounding guitars with heavenly vocal melodies hovering just over the top somehow hit this juxtaposed state where everything just sounds like a new experience…almost alien-like. That’s what I love about MBV. They helped me to push the boundaries and reach for music outside of my comfort zone. I’m happy to say that soon after this I recognized “loveless” for the masterpiece it deserves to be, but in my early exposure to shoegaze I wasn’t ready for it. I needed a gateway album to help me understand that more experimental sound that they would eventually progress to with “Loveless”. “Isn’t Anything” proved to be that stepping stone into a whole new dimension of music I otherwise may not have been exposed to.

Esmeralda Vascellari (Lady Sometimes Records)

Esmeralda Vascellari

Sarò sincera: era qualche anno che non ascoltavo interamente Isn’t anything.​ Complice il primo freddo, ho inforcato le cuffie sprofondando in un groviglio di cuscini, plaid IKEA e un gatto un po’ ingombrante. E sono tornata di colpo a quel 2003, anno di scoperta dei MBV, in un’estate (e un’età) ancora pigra e fitta di musica da scoprire. Adoravo Loveless ed approcciavo questo LP con il forte desiderio di comprendere una band misconosciuta ai più e che nell’era pre-social, pre-ristampe sembrava davvero un miraggio distante. Parte Soft as snow e riemergono quegli inizi perfetti tipo Little fury thingsLiar – una sinfonia di voci, reverse reverb e rullante, che lascia il passo all’ipnotica Lose my breath, ​con sospiri, vibrati e quell’acustica che diventerà un assoluto marchio di fabbrica​. ​Ecco, basterebbero già questi due brani per condensare il suono, il significato, la portata di questo lavoro che al noise-pop è riuscito ad insinuare una sensualità oscura e selvaggia. Fu ed è tuttora una conferma: un disco capace di stregare e perturbare, dove la purezza melodica sposa il rumore più assordante, in un matrimonio tra cielo e inferno. Trent’anni dopo l’unione perdura, facendo di Isn’t anything un capolavoro pre-capolavoro.

Marcus (etti/etta)

etti etta

Mi piace il fatto che sia molto ritmato. Persino i brani più lenti non divagano mai. Questo album è piuttosto differente da ciò che la gente può aspettarsi se paragonato ad alcune delle convenzioni che attualmente dominano il genere. È molto innovativo senza essere forzato o auto indulgente e questa è una cosa molto rara. Adoro il fatto che il rullante della drum machine venga spinto oltre i limiti umani in Nothing much to lose. Il disco mi ricorda sempre che cosa vuol dire scrivere più velocemente che puoi per mettere in pratica un’idea, prima che questa svanisca. Tutte le canzoni hanno questo punto focale, ma allo stesso tempo sono incredibilmente creative e possiedono un caos esplosivo. Il big bang dello shoegaze. 

I really love how upbeat it is. Even the slower songs don’t meander. So, it’s quite different from what people might think, or expect maybe compared to some of the dominant contemporary conventions of the genre. It’s so innovative without feeling overly contrived, or self-indulgent, and that’s pretty rare. I love how the rolls of the drum machine get pushed beyond human capacity on Nothing Much to Lose, so much. The record always reminds me of the feeling of writing as fast as you can in order to realize an idea before it fades away. The songs all have such focus, but at the same time an amazingly creative, and explosive chaos. The Shoegaze Big Bang.

Dottie

dottie

Per me, i My Bloody Valentine sono l’incarnazione della sperimentazione. La loro musica è davvero fantasiosa e può attirare l’attenzione di chiunque. Isn’t anything è libertà creativa al suo apice. Ogni canzone ha un’atmosfera totalmente differente dalle altre, eppure tutti questi suoni alla fine riescono a formare un tutt’uno. È un bellissimo inizio per questa leggenda musicale. Le mie preferite sono No more sorry, Lose my breath e Nothing much to lose. Si tratta di brani che mi hanno cambiato la vita e mi hanno confortata nella scelta di sperimentare un tipo di scrittura musicale non convenzionale. Isn’t anything è un ruvido e veloce album pop dal quale ognuno può prendere qualcosa. Un po’ meno conosciuto e un po’ più freddo del famigerato Loveless, Isn’t anything ha una genuinità durevole. Mi trovo a mio agio in ciò che è brutto e sottovalutato e riesco a ad approcciarmi più facilmente a quel suono sincero e grezzo. Questo album è letteralmente più vecchio di me (ho 26 anni) ed è stato molto più avanti rispetto alla musica del suo tempo, tanto che ancora oggi riesce ad avere un impatto sulle generazioni giovani e meno giovani.

To me, My Bloody Valentine is the epitome of experimentation. Their sound is so imaginative and can draw anyone’s attention. Isn’t Anything is creative freedom at its finest. Each song has its own totally different atmosphere. Yet all the different sounds fit together as a whole. As their debut, what a beautiful, eye-opening, beginning for a magical, musical legend it is. My favorite songs are “No More Sorry”, “Lose My Breath”, and “Nothing Much To Lose”. All have been life changing songs for me and have given me comfort to experiment with writing non-traditional sounds and songs. Isn’t Anything is a perfectly fast and rough pop album that everyone can take something from. A little lesser known and a little colder than the infamous, Loveless; Isn’t Anything has an enduring genuineness. I find comfort in the more “ugly” and underrated and can relate and approach more easily to that heartfelt, raw sound. This album is literally before my time (I’m 26) and was way before music of it’s time and has made and still makes an impact on older and younger generations.