Trent’anni fa usciva “You made me realise” dei My Bloody Valentine e non ci stancheremo mai di ascoltarlo

Il segreto sta nel mezzo. “Quando vai a vedere un piccolo concerto, non senti così tanti bassi e suoni in alta fedeltà. È più un rumore focalizzato sui medi in cui tutti gli strumenti lottano fra loro per essere ascoltati. È qualcosa di molto eccitante e non avevo mai ascoltato una roba del genere nella musica: ecco perché i nostri album erano molto incentrati sui medi”, ha spiegato qualche tempo fa Kevin Shields. Ecco, io non so se sia una questione di suoni che si impastano lungo l’orizzonte dell’equalizzazione, non so se sia la “mancanza di riverberi e di compressione nelle voci, che le rendevano molto grezze e in qualche strano modo intime” (sempre Shields) oppure le sfrontate bastonate noise alla maniera dei Sonic Youth più radicali: il punto è che You made me realise dei My Bloody Valentine, l’ep pubblicato trent’anni fa, è uno dei momenti centrali non solo dell’intera carriera della band shoegaze per eccellenza, ma anche della storia del rock.

Una strana rivoluzione

È la rivoluzione strana di una musica assordante che però viene cantata sottovoce, che ti fa ammattire perché tutto sembra soccombere al caos e invece alla fine niente deraglia davvero. È soprattutto una musica in divenire, che non si ferma agli schemi codificati dal disco ma che si presta a una costante evoluzione e rinnovamento. L’esempio più ovvio è la parte centrale del brano You made me realise, quella che viene chiamata col discutibilissimo nome holocaust section: quei pochi secondi di rumore assoluto diventano dal vivo un’apocalittica tortura shoegaze di durata varia, ovvero dai dieci ai trenta minuti di volumi esageratamente alti in cui di fatto c’è un’unica nota suonata – anzi, martellata – dalla band, lasciando sotto shock il pubblico, persino quelli più scafati che sanno già che cosa attendersi. Dunque, trent’anni fa usciva questo ep e probabilmente nessuno pensava che sarebbe giunto fino a noi, oggi, ancora purissimo nel suo suono abrasivo e nelle sue premonizioni iconoclaste. Canzoni che non ci stancheremo mai di ascoltare, anche perché in fondo il mistero di questo suono sconcertante ed estatico non è ancora stato risolto. Per fortuna.