Estate shoegaze e dream pop. Belle canzoni contro la bella stagione

C’è il tuo amichevole Shoegaze Blog di quartiere a difenderti dalla bella stagione e dai suoi riti stanchi e banali. Ecco alcune recenti uscite discografiche che ci hanno colpito particolarmente: premi play e dimmi che te ne pare.

Turnover, Down on Earth

«If we try, I bet we could live in a dream», si sente in I see you and realize, con quel vago piglio Cure in sottofondo – le chitarre sbarazzine e quella tipica epperò inspiegabile malinconica euforia: ci sono loro, ci siamo noi. Gli statunitensi Turnover tornano con un disco maturo e azzeccato, in cui le variabili dream, gaze, emo – e tutto ciò che è struggimento ed empatia in musica – sono ben amalgamate.

Chainlacing, Messuage

Quando gli statunitensi Chainlacing decidono di andarci giù pesante, lo fanno per davvero. Sidon, per esempio, è una canzone che alterna armonie gaze morbide e sprofondi metal, un suono che si fa claustrofobico e brutale: ti inghiotte e ti risputa lasciandoti i lividi addosso. Fragile, invece, è un po’ l’opposto: una cantilena folk dilatata nel riverbero. Nel mezzo: post punk, dream pop, shoegaze e un’oscillazione tra quiete e caos.

She’s Green, Swallowtail

«I’m looking California and feeling Minnesota», cantava Chris Cornell: la geografia come sintesi di un’inquietudine universale. Gli She’s Green vengono davvero da Minneapolis, ma il loro Minnesota è un altro: non gelo grunge, semmai la sovrapposizione tra i primi Slowdive e gli ultimi Sigur Rós, tipo due nastri suonati insieme che creano un’emotività diversa. Locket, la traccia d’apertura, è un classico istantaneo: dream pop che si muove lento come fiato su un vetro freddo. Qualcosa che resta, insomma, anche quando va via.

Ada Miēle, Ada Miēle

Ho provato a entrare nel labirinto artistico di Ada Miēle, in cui musica e narrazione tendono a mescolarsi in un insieme caotico di dettagli e indizi sparsi tra link tinyurl, player Bandcamp, video su YouTube, file pdf e caroselli Instagram. Insomma, il progetto è affascinante e curatissimo, ma ammetto che fatico a trovare il filo di un discorso che fa della non linearità la propria caratteristica. Forse perché ormai sto invecchiando, alla fine mi limito a fare la sola cosa in cui, modestamente, sono ancora il migliore al mondo: usare il pollice della mano destra per premere play sul telefono. E in effetti le canzoni reggono benissimo anche senza il complesso storytelling che le tratteggia. È un suono che si muove tra il tenero e il perturbante, spesso nello stesso verso: in Be honest una cantilena quasi infantile scorre su un giro di chitarra secco e il contrasto lascia addosso una sensazione di leggera inquietudine. In Hatred in my heart ricorda Maria Somerville, con i suoi fantasmi e i suoi riverberi, forse il riferimento artisticamente più vicino assieme a Grouper (ma c’è anche Gia Margaret con il suo minimalismo pop). È una musica che in un certo senso va attraversata, tipo quegli appartamenti disabitati pieni di polvere e illuminati malamente dai riflessi delle auto che passano. A un certo punto ti chiedi chi va là. E invece sei solo tu.

Mind your mind

“Mind your mind”. È una compilation mastodontica di trentuno brani, ma non c’è margine per riempitivi, skip, cali di tensione. Mind your mind è una fotografia molto a fuoco – ma anche, ovviamente, meravigliosamente fuori fuoco come piace a noi – con alcune delle più interessanti realtà shoegaze e dream pop internazionali, dal suono denso e siderale dei Tombstones In Their Eyes alle suggestioni oniriche dei Calliere, dalle armonie cupe e malinconiche di Swayglow, a quelle squillanti e nostalgiche dei Suncharms, dallo slowcore struggente di Beatastic al synth pop virato post punk dei Sun Shines Cold. La qualità è alta dalla prima all’ultima traccia. La compilation è nata per iniziativa di Tom Leonard e Shane Speed (Sea Of Days) e di Shore Dive Records, con la collaborazione di Black Market Playlist @blackmarketplaylist e Fabrizio Lusso di White Light White Heat.  @fabriziolusso. È disponibile sul Bandcamp dell’etichetta e tutti i proventi andranno a Mind, organizzazione benefica britannica per la salute mentale.

Blackberry Crush, Patterns

«Blackberry Crush is about finding healing through noise. While it may seem cheesy, we think this sums up our act pretty well». Quel che dice il gruppo statunitense è vero. Premi play e ti trovi subito in un flusso empatico: sei nelle malinconie sussurrate e negli strumenti imbizzarriti, nella pressione acustica massima e negli scarti armonici che cambiano lo scenario ma non l’orizzonte. È un suono che unisce grunge e shoegaze, ma che verso la fine sembra ammiccare agli American Football, ai loro arpeggi frenetici e a quelle batterie inafferrabili, fino a un epilogo che è un punto esclamativo quasi emocore. Il rumore esplode, la cura funziona

My Raining Stars, Toy club

C’è un momento esatto in cui l’ascolto da piacevole diventa personale, stretto ed esatto, come se il tuo diario segreto venisse a galla tra arpeggi in delay e melodie leggere ma malinconiche. In Fine, il francese My Raining Stars canta di rimpianti e anni perduti all’interno di un guitar pop scintillante in stile Creation e Sarah Records: «Yes don’t you realize everything has gone. There s nothing to be done. I know that tonight you feel sad and alone». Ma brani – e dischi – così hanno come unico obiettivo quello paradossale di smentire se stessi: premi play e non ti senti più così solo, non ti senti più così triste

Atmos Bloom, Everythingness

È un titolo difficile da tradurre in italiano, se non con un neologismo – tuttità – che è comico, fragile, assurdo: a pensarci bene, perfetto. Il duo londinese pubblica un disco che dà l’impressione di essere una dichiarazione d’intenti, perché in mezzo a canzoni che oscillano tra DIIV e Alvvays ci sono i dubbi tipici della giovinezza, ma che finiscono per accompagnarti anche nella presunta maturità: insicurezze, pressioni sociali, domande senza risposta. Però c’è una strana sensazione di ottimismo, o comunque di fiducia latente e mai doma: ciò che allora sembrano davvero dirci gli Atmos Bloom è che se il mondo diventa una giungla, il nostro cuore resta jangly. E dunque via con le melodie dream pop e le sterzate gaze: la tuttità è un sentimento senza appigli concreti, ma, per qualche motivo, ha un suo suono ben riconoscibile.