Come dicono i Perturbazione, nell’altro emisfero lo chiamano inverno, ma nel nostro il vero nome di agosto è un altro: sudore. Eppure, nonostante sia il mese – e la stagione – che odio di più, c’è sempre qualcosa nella fine di agosto che coincide con quel tormento che Robert Smith ha descritto in The last day of summer: una sensazione fredda e indefinita di tristezza. E dato non c’è niente di più malinconico del post rock, che tu sia al mare, in montagna, all’estero o in città, ecco una piccola selezione di cinque brani di band post rock italiane per sopravvivere alla fine dell’estate (perché settembre è informalmente già autunno) e a tutte le sue promesse mancate.
Giardini Di Mirò, Good luck (live)
Che cosa c’è di diverso tra il 2001, anno di uscita di Rise and fall of academic drifting, e il 2026, con la pubblicazione del live Quasi casa che segna la pausa/fine dei Giardini Di Mirò? L’impressione è che il mondo sia lo stesso – un gran casino con affaccio sull’apocalisse – ma a essere cambiato sono io. Non riesco più a riconoscermi: più barba, meno capelli; più occhiaie, meno diottrie; più pancia, meno fiato. Gli anni bruciano sulla pelle in maniera esponenziale: per dirla come i Baustelle, il tempo ci sfugge ma il segno del tempo rimane. Ciò che rimane davvero, però, è la musica che continua a stare dalla mia parte, nei giorni buoni e in quelli storti. E nel corso di questi venticinque anni i Giardini Di Mirò sono sempre stati una casa in cui tornare. Un gruppo che ha saputo suonare col fuoco accanto: a volte lento, a volte incendio. Non voglio credere che sia finita qui: il loro saluto resta sospeso nelle note espanse della versione dal vivo di Good luck, chitarre post rock e attitudine post punk – sempre e comunque post tutto, oltre le etichette, al di là delle convenzioni. Premi play e convincili a riprendere in mano gli strumenti e a far ripartire l’incantesimo.
Eimog, The last step over
A metà degli anni Zero eravamo ventenni con niente in mano e un approccio agli strumenti romantico, sgangherato, sincero. La Sicilia era un piccolo continente in cui ogni strada aveva un suo suono e c’era la possibilità di trovare band disallineate, consapevoli, fragorose: il noise, il punk, la sperimentazione più radicale, l’indie pop. Gli Eimog però erano un caso a parte. Venivano da Agrigento ma potevano essere di Glasgow, Reykjavík o Portland, quei luoghi che nessuno di noi aveva visitato, ma che sentivamo più nostri delle nostre città. Avevano ciò che cercavo: gli arpeggi dolenti che si allineavano ai miei umori, i crescendo con cui i brani sembravano volersi espandere ben oltre i limiti degli amplificatori sul palco, quelle armonie che erano colonne sonore in diretta di una giovinezza vissuta con passione e ingenuità. Tra i loro brani bellissimi, forse The last step over li racconta al meglio: è tutto lì, in quei quasi sei minuti di magia malinconica. È uno dei pezzi post rock più struggenti che abbia mai ascoltato. Gli Eimog si sono fermati dopo l’album Scenario, nel 2009. Ma voglio credere che certi stop sono solo lunghe attese: non durano per sempre.
Sense Of Akasha, People do not now who rules
Si può dire, col senno di poi, che i Sense Of Akasha hanno anticipato di una quindicina d’anni i britannici Caroline, per via di un approccio che nasce post rock ma che si evolve in qualcosa di diverso, come in un’oscillazione emozionale i cui estremi sono i Mogwai e i Broken Social Scene e nel mezzo succede un po’ di tutto. Questo disco e questa traccia rappresentano un’idea di musica indipendente italiana che di lì a poco (siamo nel 2008) si perderà in favore dell’emergente nuova scena cantautorale: ma intanto People do not know who rules, con il suo suono variopinto e la sua malinconia necessaria, è come se fosse il nostro personalissimo – e sentitissimo – inno nazionale post rock.
The End Of Something, Still life with a curtain – Part 1
Non so se sia corretto parlare di supergruppo, ma senz’altro è un gruppo super: i curriculum dei componenti raccontano un piccolo pezzo di storia alternativa della musica indipendente italiana (Pecksniff, Cosmos In Collision, Winter Dies In June…) e la musica è liquida, gelida e siderale. Still life with a curtain – Part 1 è cinema senza immagini, storytelling senza parole, polaroid mentali da mettere a fuoco seguendo la progressione del crescendo. Il ritmo della batteria sigilla il brano con una dinamica storta e strascicata, che sorregge in modo interessante i pieni e i vuoti di un suono che è una sorta di dolente big bang.
No Pine Mall, Waiting for a sign
Lo spiegano nel comunicato stampa: «La loro musica evoca immagini di foreste canadesi, ghiacciai islandesi e oceani lontani; difficile associare i No Pine Mall alla provincia di Monza e della Brianza, dove la band prende vita nel 2019». È un sentimento condiviso: suonare post rock vuol dire sentirsi parte di un contesto che non è quello abituale, estraniarsi dalla propria quotidianità e cercare un orizzonte differente, una diversa gravità, un respiro più ampio. E Waiting for a sign in effetti ha un suono che è una Lonely Planet della malinconia, una geografia emozionale con gli arpeggi al posto delle strade e i riverberi in cui perdersi.
