I 20 migliori album shoegaze e dream pop del 2025

Da sinistra, Sea Lemon, Glazyhaze, Wavepool, dottie

Alla fine del 2020 su Netflix esce il finto documentario Death to 2020: un riassunto grottesco degli eventi assurdi di quell’anno catastrofico. Tutti quanti pensiamo: «Peggio di così? Impossibile». Poi però ecco il 2021 e dal peggio passiamo all’ancora peggio: esce Death to 2021. «Peggio di così? Impossibile». Ma eccoci alla fine del 2025 in un contesto ancora più sottosopra: la pace diventa un concetto drammatico – non libertà, ma spartizione – imposto da chi ha una bomba atomica in tasca. D’altronde che cosa mai potrà andare storto quando l’estrema destra diventa status quo nei paesi più armati del mondo? Nell’era oscura di Putin, Trump e Netanyahu tocca farsi una domanda diversa: «Siamo realmente in minoranza, ormai?».

ShoeGaza, il suono delle persone consapevoli

Quest’anno con la giornalista Valentina Zona, In A State Of Flux e l’Arci Bellezza di Milano abbiamo organizzato la prima edizione di ShoeGaza, un evento shoegaze in supporto a Gaza, i cui proventi – tolte le spese vive – sono andati a Medici Senza Frontiere. Il genocidio in corso a Gaza ci dice dove si sta nascondendo la coscienza del mondo: all’inferno. E allora con ShoeGaza non si è voluto giocare con le parole, ma suggerire una presa di posizione: lo shoegaze non è solo il punk della gente introversa, è anche il suono delle persone consapevoli. Lo scorso settembre hanno partecipato con entusiasmo Cosmetic, Chiaroscuro, Edless e Brina come band e Resli Tale per la locandina: è stata una serata sold out bellissima e sono stati raccolti e devoluti 1.800 euro. Il prossimo 20 dicembre 2025 si replica con Glazyhaze, Satantango, Six Impossible Things e Stella Diana (locandina di Alessandro Baronciani). La cattiva notizia, insomma, è che viviamo in una realtà terribile che ti spinge a un isolamento esistenziale: che cosa posso fare di fronte a un orrore di così vasta scala? La buona notizia è che una piccola risposta – piccola, ma molto concreta – te la suggerisce la tua comunità musicale preferita: lo shoegaze.

I My Bloody Valentine

Nelle scorse settimane i My Bloody Valentine sono tornati a esibirsi dal vivo per una serie di concerti ultraterreni: «Il sogno melodico delle voci di Belinda e Kevin emergeva nitido, come il canto d’uccellini in mezzo a un uragano di chitarre, mentre il basso potente di Deb e la batteria di Colm scandivano ritmi quasi mantrici. Un concerto trascendente e psichedelico», ha scritto per esempio Thurston Moore, non proprio una persona facilmente impressionabile. Non so se ci sarà davvero la possibilità di ascoltare, un giorno, qualcosa di nuovo da parte del gruppo simbolo dello shoegaze. Ma sapere che la loro continua a essere una musica totale è meraviglioso. In fondo, il mistero di Loveless non è stato ancora del tutto svelato e, dal vivo, qualche indizio in più si rivela con forza ancora maggiore.

Che cos’è oggi lo shoegaze

Nessuno forse lo sa davvero. La tendenza degli ultimi anni, con tutte quelle chitarre fuse nel fuzz che trasformano l’ascolto in un’esperienza grunge, si è definitivamente consolidata nel 2025, istituzionalizzando un’estetica sonora ben precisa che capovolge i canoni tradizionali dello shoegaze. Dalla triade britannica MBV-SlowdiveRide si è scivolati verso quella statunitense HumDeftonesWhirr, un cambio di polarità che ha riscritto riferimenti e immaginario, ma non ha alterato la sostanza delle cose. È una musica che ha resistito per trent’anni nel perimetro degli ascolti sotterranei prima di iniziare a raccontare una quotidianità diversa, più ampia e condivisa: per moltissime persone, oggi, shoegaze e dream pop sono diventati la grammatica essenziale a cui aggrapparsi quando tutto prende una piega emotiva. L’aspetto più significativo è che dopo la fase TikTok, quella che ha sdoganato certi suoni nella fascia generazionale decisiva dell’adolescenza restando però dentro un passaparola smaterializzato, il genere ha finalmente trovato uno sbocco concreto sui palchi di mezzo mondo: Tagabow, Greet Death, NewDad, Glazyhaze, Soft Cult, Slow Crush sono soltanto alcuni dei nomi che quest’anno hanno dettato ritmo e nuove traiettorie.

Dunque rieccoci

I venti album shoegaze e dream pop più belli del 2025 dimostrano con chiarezza che in verità non esiste un unico suono, ma un’unica tensione condivisa, una vibrazione che ci tiene umani mentre il mondo diventa disumano. Finché questa musica continua a farsi sentire, forse non siamo maggioranza, ma di sicuro non siamo soli.

20. No Joy, Bugland

L’artista canadese con audacia mette nel nuovo disco sonorità apprezzate e raccolte nel corso della sua vita, intrecciandole con un dinamismo quasi surreale che va dal dream pop degli anni Novanta alla sua evoluzione distorta dei tempi attuali. Suona come un futuro che non è mai stato e un passato che continua a risuonare nel presente. Enciclopedico nel ventaglio sonoro, analogico per i synth, heavy & dreamy, cangiante come un gioco a livelli. Un album realizzato con coscienza per perdere la coscienza. (Agnese Leda)

19. Slow Salvation, Gemini

Il secondo album degli Slow Salvation conferma la loro impronta ultraleggera nel mondo dream pop che sta facendo strada. Dopo diversi singoli sparsi lo scorso anno come semi in campi pronti per germinazione, è un disco che aspettavamo con curiosità. Gemini è beatitudine sonora ben dosata: realizzato anche grazie all’intervento sonoro di Mark Gardener dei Ride, è divenuto un’aurora boreale riverberata in bianco e nero, magica e magnetica di riflesso Slowdive. Una raccolta di canzoni perfette per gli amanti di comunicazioni angeliche. (Agnese Leda)

18, Cosmetic, Normale

Questo disco dei Cosmetic, con l’irruenza indie rock e la tensione shoegaze, ci dice che la band continua a essere un centro di gravità permanente. Durante ShoeGaza, per esempio, ho visto la Palestra Visconti del Bellezza trasformarsi in uno spazio vivo. Il pogo come riflesso identitario di persone sconosciute diventate un corpo unico a densità variabile, un ballo scoordinato e stupendo scandito da ritornelli cantati col sorriso e Jazzmaster che passano di mano in mano in un perfetto rito gaze. Il cantante e chitarrista Bart in occasione del disco precedente aveva detto che sette album in carriera erano più che sufficienti. Ora siamo all’ottavo. Facciamo che arriviamo almeno a dodici e nessuno si farà male.

17. The Stargazer Lilies, Love pedals

Feticismo gaze in ogni parte estetica con sonorità pienamente contemporanee e statunitensi. È una musica che cammina con passo pesante e lento, ma che brilla di un glam perfetto, fatto di distorsioni psichedeliche e di giri di basso Seventies che sembrano partire da basi aerospaziali per finire in club interrati e per pochi. A questo si aggiungono plettrate filtrate con un tremolo di estetica elvisiana e una voce che, a tratti, si fa corale. Che altro? Tanta curiosità, vero? (Agnese Leda)

16. Darko’s Aufhebung, Loud attempts for the relieving of death

Il disco viene presentato così: «È dedicato alla gratitudine, al ringraziamento e alla celebrazione dell’essere vivi… partendo però dalla morte e dai dolori del passato». L’album della band francese è un rito collettivo di frastuono e redenzione, un modo per riaprire vecchie ferite e scoprirci dentro una verità forse meno cupa, senz’altro meno definitiva. Il suono è un ballo esuberante tra Radio Dept. e Julie, suoni sghembi e distorsioni grezze, armonie piene e vocalità nascoste.

15. Nossiennes, Water from the sun

Il consiglio è di ascoltare questa band britannica sempre, ma per voi sarà impossibile – e anche inutile – farlo in ore diurne. L’album è un notturno medievale, un temporale di riverberi shoegaze che piovono dal buio post punk. Ipnotizza come oppio con effetto immediato e travolge con il suo vento di distorsioni ben stilizzate. Il canto è la liturgia di un vampiro che si mostra e nasconde in tutta la sua intima sacralità. (Agnese Leda)

14. dottie, Intention

I dischi della cara incantatrice dottie possiamo considerarli a tutti gli effetti scrigni che custodiscono musica dream pop. Una collezione di sospiri indefiniti, musica celestiale così intima che viene difficile chiedervi di condividerla. Regalatela – in quanto benefica e affascinante – solo a persone veramente speciali, che come voi – e noi – fanno parte di un’altra dimensione. (Agnese Leda)

13. Bleary Eyed, Easy

L’astrattismo sonoro dei Bleary Eyed di Philadelphia confluisce in un disco sospeso tra passato e presente, tra suoni elettronici digitali e suoni elettrici analogici. È una musica che richiama una malinconia ostinata e, allo stesso tempo, tramanda un fluido sonoro sperimentale che invita alla condivisione e alla compagnia. Un insieme di suoni sconfinati, andanti, frizzanti, piacevoli come un brindisi. (Agnese Leda)

12. They Are Gutting A Body Of Water, Lotto

Se dovessero chiederti che aria tira nello shoegaze, potrebbe essere l’odore percepito dopo l’ascolto di quest’album: una sensazione di bruciato. Tra i resti di un incendio che ha messo a fuoco punk, hardcore e grunge ci sono gli statunitensi Tagabow. Incisivi con le distorsioni che sembrano rimproverare i pensieri negativi, hanno afferrato un desiderio che avevamo, quello di ricostruire una morale musicale fatta di personalità e racconti di strada. Non di web. (Agnese Leda)

11. Maquillage, ArMOR

Quando li ho visti per la prima volta dal vivo, un anno fa, ho pensato: ecco una band che sa come si fa. Gli italo-belgi Maquillage in questo album sono riusciti a sintetizzare ciò che viene fuori dai loro concerti: un suono tridimensionale (dream pop, shoegaze, post punk), dinamico e mai uguale a se stesso. Again ha una musicalità piena e movimentata alla M83, Are you safe? scatena un pandemonio sacrosanto, Moon è un piccolo capolavoro di cantabilità melodica che si chiude sciogliendosi in una dissoluzione armonica imprevedibile e azzeccata.

10. Sea Lemon, Diving for a prize

La vita, dice la statunitense Natalie Lew, è tragica, dolce, comica: tutto in una volta. È un po’ l’effetto che fa l’ascolto delle canzoni di questo album: musicalmente morbide e intimamente inquiete, come se sotto questi arrangiamenti liquidi e questi ritornelli super cantabili ci fosse una vibrazione diversa, sottile, spiazzante. Nella bellissima Give in si sentono queste parole: «Wake up, you’re listening to the cars. So what will be if you go off the road?». Già, cosa accadrà?

9. Satantango, Satantango

L’estetica dei Satantango è un bianco e nero cinematografico, uno sguardo partecipe che plana su una vita dal passo diverso. Lontana dal rumore urbano, questa musica racconta la provincia come una possibile metafora della contemporaneità: forse non un luogo da cui fuggire, ma uno in cui lasciare che il tempo rallenti. È una colonna sonora shoegaze quasi generazionale, tra Slowdive, Drop Nineteens e tutto il frastuono armonico di chitarre che crescono a ondate, fino a infrangersi in melodie malinconiche e sussurrate.

8. Just Mustard, We were just here

La band irlandese pubblica un album destinato a una realtà parallela fatta di un multistrato di tanti generi diversi, incluso lo shoegaze. L’innocenza vocale mette in eco il desiderio di salvezza dalla devastazione di flanger e distorsioni, dentro ritmi a volte trip hop e a volte industrial. Le ripetizioni rendono il tutto energico, quasi ballabile nei vuoti possibili di una calca da sottopalco. Lo stesso palco dei Cure, ormai incaricati ad aprire i loro concerti. (Agnese Leda)

7. Total Wife, Come back down

La vocalità al caramello, l’utilizzo percussivo della leva del vibrato e persino i ritmi spezzati drum’n’bass che sembrano uscire da un sogno distorto alla Wonder 2: l’album del duo statunitense è una dichiarazione d’amore ai My Bloody Valentine, ma senza timore reverenziale. C’è una consapevolezza che è tipica di chi abita davvero questo suono e lo piega al presente, con una sensibilità armonica limpida e coinvolgente. È una sorta di crash test sonico tra anni Novanta e anni Venti: superato a pieni voti.

6. etti/etta, Of two minds

Ecco, questo è un disco che troverai soltanto su Bandcamp. Ma la vita va ben oltre le consuetudini d’ascolto e lasciarsi sfuggire questo gioiellino sarebbe imperdonabile. Il suono degli italocanadesi etti/etta ha un qualcosa di lynchiano, aggettivo che ormai è diventato parodia ma che nel caso di Of two minds riacquista la propria purezza d’intenti: le canzoni oscillano tra dream pop e shoegaze come piccoli misteri armonici fatti di attese, riverberi, fragori e malinconie.

5. Cloakroom, Last leg of the human table

La biografia che si legge su Spotify («Four musicians with no agenda») più che dirci qualcosa degli statunitensi Cloakroom, ci racconta un sentimento tipicamente shoegaze: il fare musica senza doppi fini, senza finalità nascoste, senza ingannare chi ascolta. Le canzoni di Last leg of the human table, insomma, fanno quello che non fa l’industria discografica mainstream: ti prendono sul serio. È un suono a volte feroce, altre volte dimesso, sempre umanissimo.

4. Wavepool, Crayola

Le canzoni di questo disco sono tarate per quella che i francesi Wavepool definiscono late-afternoon nostalgia: una sensazione che forse nessuno è in grado di spiegare a parole, ma in cui chiunque ritrova in pieno il proprio vissuto. È una musica a tratti dolente e a tratti maiuscola, un’alternanza tra fruibilità dream pop e irruzioni shoegaze che pare disegnare nota dopo nota lo stato d’animo di chi si oppone al cinismo di questi tempi fratturati. «La vita è dura, quindi per favore siate gentili», cantano nella bellissima Tiny cowboy. E chi siamo noi per dire di no?

3. Greet Death, Die in love

I Greet Death con il nuovo album hanno preso sentimenti e ricordi, li hanno inseriti in una scatola ampia e narrati con un cantato così piacevole che fa più giri e ritornelli di una gita in bus. Il dolore tra amici si condivide e recita in delay drammatici e con grandi soluzioni stilistiche in chiave indie, come dei Pavement meno slacker e più impegnati. Poi – schiacciato il distorsore – tutto il disagio giovanile viene disintegrato come merita in suoni heavy e nasce così un album di umori e rumori shoegaze. (Agnese Leda)

2. Maria Somerville, Luster

Respira, siamo finalmente approdati nella pace sonora con un groove preciso. Dopo il disordine, resta il sentirsi paghi per quanto vissuto e superato: la voce di Marie Somerville in quest’album potrebbe confortare come una tazza fumante nel gelo di dicembre. Registrato di fronte al Lough Corrib, si percepiscono tutti i vapori grigi di un album creato per la solitudine di orecchie dream pop lo-fi. Un suono che decolla, plana e si perde nei verdi prati irlandesi. (Agnese Leda)

1. Glazyhaze, Sonic

Guarda un po’ qual è il campionato che stanno giocando i Glazyhaze. Le lodi di Stereogum, i tour europei, le aperture all’estero per Softcult e Slow Crush, le copertine editoriali su Spotify: al secondo album il quartetto veneto sale di livello e la sensazione è che lo storytelling sia ancora al prologo. Il punto fondamentale, però, è un altro. Le canzoni di Sonic ci dicono che la band ha trovato il proprio baricentro artistico ideale dentro un suono in modalità sala prove, ovvero potenziometri sbilanciati in avanti e giovinezza che sgomita senza tregua. Sono brani che alternano densità shoegaze e rarefazione dream pop, tenuti insieme da un mastice sonico post punk, squadrato e ben teso. Suonano come veterani, ma con l’inventiva di chi sa di avere ancora tutto da dimostrare: la combinazione esatta che spiega perché Sonic è, senza discussioni, il disco dell’anno di Shoegaze Blog.