Vent’anni fa i Deftones con “White pony” hanno realizzato il disco della vita

Indietro tutta. È il 2001 e io ho tanta voglia di far casino. Le mie armi per colpire in faccia il mondo sono una chitarra Ibanez modello diavoletto, un amplificatore a transistor da duecentomila lire e un pedale multieffetto Zoom, di quelli che dovevi fare con i piedi una sorta di tip tap per passare da un emulatore del Metal Zone Boss a un combinato di chorus e riverbero (separati da circa sei o sette slot della memoria interna). Mi ritrovo in un gruppo in cui tutti sono nettamente più bravi di me a suonare ma io, per qualche ragione a me adesso ignota, sono convinto di essere il punto d’incontro musicale tra Billy Corgan e Chino Moreno. Nella mia testa mi sento il capopopolo del nuovo rock’n’roll, suono come se avessi appena inventato i migliori riff dei nostri anni e canto come se stessi insegnando come si fa a una generazione di sprovveduti rimasti fermi a Nevermind. Veniamo invitati a una festa del primo maggio in provincia di Palermo e ci ritroviamo in mezzo all’umanità più varia: c’è il gruppo ska core che ha capito che è il momento giusto per la musica in levare, c’è la cover band dei Deep Purple, c’è un tizio che canta proprio come Biagio Antonacci senza essere Cristicchi e ci siamo anche noi. Soprattutto, ci sono io: le persone delle altre band sono tutte gentilissime mentre io faccio lo stronzo e bollo chiunque come un illuso. Fatto sta che tutti suonano divinamente. Quando tocca a noi invece succede l’ovvio epilogo: i miei compagni tirano fuori un’esibizione maiuscola che i Deftones al confronto sembrano un gruppo unplugged, mentre io canto Change come se avessi appena visto uno scarafaggio con le ali puntare al mio cuore. Cioè insozzando il brano di acuti striduli e senza controllo. Il giorno dopo, con tutto il tatto possibile, la band mi dice che forse è meglio se suono soltanto la chitarra. Io faccio l’offeso e rispondo – tone of voice: moscerino imita leone – che invece me ne vado. La conclusione: non canterò mai più.

Ancora più indietro tutta. White pony è uno dei dischi della vita. Sinceramente sono molto più affezionato alla prima edizione, che esce il 20 giugno 2000 e ha la copertina grigia e il pony bianco in basso a destra. Quella, insomma, che inizia con Feiticeira. Adesso si trova solo la riedizione con una traccia diversa in avvio: Back to school (mini maggit), la versione rap-metal della conclusiva Pink maggit. Più che una semplice canzone, si tratta di un’evidente forzatura della casa discografica di allora, la Maverick. Nel pieno della tempesta commerciale del nu-metal – in pratica la versione Mtv-friendly dei Rage Against The Machine – nessuno riesce a capire che cosa farsene dei Deftones. Il nuovo disco sposta la band di Chino Moreno ben lontano da quell’eldorado di chitarroni extralarge privi di stile e di rapper pacchiani privi di logica: il problema è che in quel periodo a imporre una narrazione ben precisa – e un poco irritante, va detto – sono i Limp Bizkit. Ecco: Back to school è di fatto il tentativo di inserire nel flusso del rap-metal una band che in passato aveva già triturato ogni concorrente in tal senso – Headup è stata una bomba nucleare di flow e pressione sonora che ha pettinato in egual misura rapper e metallari – e che ora viene messo forzatamente in competizione con i Papa Roach. Con tutto il rispetto: anche no, grazie.

Il disco era uscito da un po’, ma volevano un secondo singolo e non pensavano ce ne fossero altri

Chino, parecchi anni dopo, l’ha raccontata così: “Ricordo che il disco era già uscito da un po’ e suonava alla radio, ma volevano un secondo singolo e non pensavano che ce ne fossero altri. Ho detto: «Beh, come fai a saperlo, perché non hai provato con i pezzi in scaletta?». Ricordo che mi hanno fatto notare che Papa Roach e Linkin Park avevano venduto 6 milioni di copie mentre noi nemmeno un decimo di quella cifra. Per me stavano dicendo che volevano un po’ di rap-rock e all’epoca stavo già finendo di fare una musica del genere. All’inizio la mia risposta era stata negativa, così poi hanno detto che il ritornello di Pink maggit era così bello e mi hanno chiesto di riscriverlo e metterlo dentro a una canzone di tre minuti. Continuavano a perseguitarmi, quindi avevo un approccio del tipo «Guarda questo», perché le robe di questo tipo sono facili da scrivere. Un giorno ho riscritto la musica e i testi, abbiamo registrato e poi ho detto: «È quello di cui stavi parlando?». E hanno detto che lo avrebbero pubblicato con un video”.

Nel Duemila, passando dagli Ottanta

White pony, insomma, è frutto di un equivoco: la casa discografica spera in una sorta di connubio di Eminem + Pantera uniti col bubble gum (e rimasticati a fondo per ammorbidirne la foga), mentre Moreno e gli altri (tra cui il povero Chi Cheng) guardano più che altro ai Cure, ai Duran Duran, agli Smashing Pumpkins. Alla new wave più che al metal e all’hardcore, insomma. Ed è questo che lo ha reso alle mie orecchie uno di quei dischi che ti cambiano la prospettiva e ti aprono il cervello. White pony ti spinge anche a espandere i polmoni per stare dietro alla vocalità assurda e impossibile di Moreno, uno che sussurra come se volesse diventare trasparente e poi urla come se un trapano stesse facendo a pezzi lo stereo. Per quanto possa sembrare una frase fatta, i Deftones hanno realmente portato il rock nel terzo millennio, ma per farlo si sono rivolti agli anni Ottanta di secondo livello, quelli più scuri e disallineati, con poca consolazione edonistica e con molto veleno esistenziale da tenere a bada. La già citata Digital bath è ancora oggi un miracolo di contemporaneità: ancora oggi è gagliarda, struggente e modernissima, a differenza dei brani dei concorrenti dell’epoca, che oggi sembrano puro modernariato distorto e ormai fuori dal tempo. Direi che si tratta di un post punk moltiplicato per mille. Change è il singolo che mi sarei aspettato quell’anno da Billy Corgan: rotondo, drammatico e nero, ha saputo rendere nuovamente sexy la formula del grunge – pianissimo più fortissimo – con quel ritornello che ancora oggi crea una connessione emotiva enorme tra band e pubblico. E se ti stai chiedendo che cosa ci facciano i Deftones su Shoegaze Blog (e perché ne parlino spesso gli utenti del gruppo Facebook Shoegaze, Dream pop & Nugaze, ovvero quella tana delle tigri in cui ci si azzanna nel nome dell’integralismo shoegaze) ascolta il crescendo definivo di Pink maggit. Se non ti fa venire sette minuti di brividi è perché, semplicemente, sei una persona senza cuore.