Intervista: Stella Diana. I numeri perfetti e il vuoto tra le persone

Che cos’altro dire di una band che ha dato forma e sostanza allo shoegaze in Italia, prima che all’estero parlassero di italogaze? Gli Stella Diana (che fanno parte della compilation gratuita Chiaroscuro) sono i portabandiera di un genere musicale che ha trovato in Italia terreno fertile e grandi talenti. Il nuovo album 57 è l’ennesima conferma di una band che è un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole provare a capire che cos’è lo shoegaze oggi (assieme a tutte le sue diramazioni). Dario Torre, cantante e chitarrista del gruppo, svela a Shoegaze Blog un po’ di segreti relativi alla poetica dei numeri degli Stella Diana.

 

Ciao Dario. Come mai il disco s’intitola 57? C’è qualche legame con l’album intitolato 41 61 93, il quale aveva a sua volta altri titoli composti soltanto da cifre? Che cosa ti affascina dei numeri?

“Prima di risponderti, ti ringraziamo per l’opportunità di fare quattro chiacchiere con te, Manfredi, e farti i complimenti per Shoegaze Blog, ottimo spazio dove è la musica è trattata con amore e competenza. Allora, 57 perchè il 5 è un numero molto curioso. Innanzitutto rappresenta la stella a cinque punte nella quale ritrovo anche l’Uomo Universale o Polimata, il cosiddetto uomo vitruviano, la perfezione e l’armonia nella conoscenza, nella sapienza, nell’arte e via dicendo. Cinque è anche la mano, la mano che afferra e che è parte dei cinque sensi. Infine, rappresenta i nostri cinque album. C’è soprattutto un significato nascosto che non voglio svelare e di cui si può trovare una traccia nel libretto interno del disco. Il sette è ancora più simbolico: i peccati capitali, le sette opere di carità, candelabro ebraico, i sette giorni della creazione e via così. Sette è il numero dei nostri album più due demo e se sommi cinque e sette ne ricavi 12 che sommati danno tre che è numero perfetto. Stesso numero che compariva in prima persona o con i suoi multipli in 41 61 93. Ora, mi dirai che sono un pazzo, in realtà sono uno che ama la numerologia, l’esoterismo, la filosofia giacché la insegno pure e la simbologia. I numeri, pitagoricamente parlando, sono quanto di più perfetto possa esistere e sono, se possibile qualcosa di divino. In ogni album mi diverto a disseminare tracce, messaggi e segni nascosti”.

stella diana 57

In questo disco ci sono riferimenti a Blade Runner. Come mai?

“La fantascienza e il cyberpunk sono una delle mie tante ossessioni e Blade Runner (con il suo seguito) è l’eccellenza in fatto di sci-fi insime a Star Wars. Naturalmente in questo discorso rientra anche la letteratura di genere con Philip Dick, Gibson, Matheson… In quasi ogni album metto delle citazioni e Blade runner poi, rappresenta il connubio perfetto tra estetica, filosofia, musica e cinematografia. In 41 61 93 c’era un campionamento di una frase di Deckard in Motel Sagrera, una scena tratta da Alien in Ash e lo stesso dicasi in 4.57 (ecco che ritorna il 57) con uno stralcio preso da Sunshine di Danny Boyle. Anche in Nitocris c’è un pezzo intero dedicato a un genio come John Carpenter e adesso, su 57, Do androids che è l’inizio del titolo del racconto di Dick dal quale è stato tratto Blade Runner e infine Harrison Ford, brano che ha per titolo il nome di uno che per me è più che un attore. Ci gioco, mi diverto e penso che magari qualcuno che ha la mia stessa passione abbia piacere a cercare queste citazioni o omaggi. Fondamentalmente vedo la musica degli Stella Diana adatta a essere la colonna sonora di un film di genere, anzi diciamo che è quella la direzione che vorrei prendere: scrivere un giorno qualcosa di totalmente strumentale e carico di tensione e atmosfera”.

In effetti nei vostri dischi ci sono sempre tanti riferimenti a personaggi di fantasia o realmente esistiti, da Dale Cooper a Edward Teach. Come scegli un soggetto per un tuo brano? In che modo la loro storia viene raccontata in musica?

“Dare il titolo ad un pezzo è la cosa più complicata che possa esistere per quanto mi riguarda. Una volta scelto il titolo diventa una sola cosa con la musica e deve essere come una sorta di epitaffio, di marchio perenne. A me piacciono i titoli brevi che possano essere compresi da chiunque perché intraducibili. Il testo invece si riferisce alla musica, non al titolo. Mi spiego. Un nome come Edward Teach, piratesco e avventuroso, ci stava bene con il mood del brano che dà l’idea di un mare in tempesta solcato da vascelli. Dale Cooper è sempre un omaggio a Twin Peaks e alla follia di Lynch che ha partorito un personaggio apparentemente equilibrato, quadrato e semplice, mentre in realtà Cooper è molto di più. La musica del brano mi ricorda i colori di Twin Peaks”.

Scrivere di se stessi è difficile. E io ho paura a espormi

Citare storie altrui ti permette di raccontare in qualche modo anche te stesso o invece è proprio un modo per evitare di esporti troppo sul personale?

“Scrivere di se stessi è difficile. Io non voglio espormi, ho paura, perché la mia esposizione è già enorme come chitarrista, cantante e come colui che dà una direzione estetica alla band. Pertanto quello che io sono è già, per dire, presente nella copertina di 57. I testi sono frutto di un’analisi di quello che vedo negli altri e di quello che vedo tra me e gli altri. E quello che vedo non mi piace. La comunicazione, non necessariamente verbale, per me è tutto. Comunicare significa anche solo guardarsi e penetrarsi emotivamente. È un po’ il discorso Levinasiano del sé e l’altro, l’altro che è il viso nel quale trovo anche me stesso e per questo sono responsabile dell’altro che è come me. Io avverto vuoto, avverto un muro tra le persone e questo cerco di descriverlo in qualche modo. Mi rivolgo a un tu o a un voi, ma spesso potrebbe essere meglio interpretato come un noi o anche un io. Poi, comunque, ognuno ci vede quello che crede. Non mi piace nemmeno dilungarmi troppo su alcuni concetti e infatti spesso sono abbastanza ermetico”.

stella diana
(foto: Oriana Spadaro)

Perché hai deciso con il vostro album precedente, Nitocris, di passare dall’italiano all’inglese? E come questa scelta ha influenzato il processo compositivo?

“Perchè l’italiano, che è una bellissima lingua ed è probabilmente una delle più complicate al mondo, è troppo “classica”. Per comporre in italiano bisogna avere una certa struttura intellettuale, cosa che, a parer mio, pochi hanno avuto e hanno; cito a caso Panella, Rino Gaetano, Battiato o Ivan Graziani, giusto per fare qualche nome. L’italiano ti aggredisce con la sua ricchezza di termini, i suoi barocchismi. Una varietà che devi rispettare se non vuoi cadere nell’ovvio o nel criptico intellettualoide. Paradossalmente funziona benissimo col punk perché è veloce, ma su tempi più cadenzati io vado in difficoltà. Prosaicamente per un genere come il nostro l’inglese è di più ampio respiro e mi consente di esprimere un concetto con meno frasi non dilungandomi su finali di parole – allungando le vocali a dismisura – col pericolo di scadere nel declamatorio. Non trascurabile è il fatto che, in inglese, possiamo in potenza arrivare ai quattro angoli del globo. Compositivamente mi ha dato grande sollievo tornare all’albionico idioma rendendo così il mio lavoro più disteso. Tutto quello che ti sto dicendo è perché non sono mai stato capace di dare un colore italiano alle mie melodie e questa è anche una mia pecca evidentemente”.

Io non lo so se ci sarà un nuovo album in futuro e non ho nemmeno la voglia di pensarci

Questo album mi sembra più scuro del precedente e anche un po’ più post punk, quasi Cure, per certi versi. I brani hanno una struttura più circolare e orizzontale: che tappa rappresenta 57 nella carriera degli Stella Diana?

“Gli Stella Diana, se ti facessi ascoltare le prime demo, erano quasi esattamente così agli inizi. Siamo tornati alla base per scelta dopo un girovagare per porti e città interessanti, ma forse troppo lontane dalle nostre abitudini. Purtroppo siamo stati anche obbligati dagli eventi. Tu sai benissimo che siamo stati in quattro dal primo album, Supporto colore, e l’assenza di un membro che ora suona con un gruppo di Milano che noi amiamo (Raffaele Bocchetti, ora negli In Her Eye, ndr), mi ha messo davanti una responsabilità enorme in quanto unico chitarrista rimasto. Certe persone non le puoi sostituire facilmente e allora devi cambiare o tornare alle origini. Non rinneghiamo nulla, almeno io non cancello niente delle prime cose, anzi, ma per quanto mi riguarda questa band ha sublimato il suo essere da Nitocris in poi. 57 è l’archetipo di quello che io ho in testa da sempre: basso presente e portante quasi fosse un’altra chitarra, acquerelli di voce e chitarre esangui e sognanti, il tutto sorretto da una batteria pulsante e non invasiva. Quando abbiamo iniziato a comporre il nuovo materiale ci siamo guardati e ci siamo detti di tornare da dove tutto è iniziato, tornare a fare quello che sapevamo fare meglio. Da lì in poi è stato come aprire un rubinetto, i pezzi sono usciti senza nessuno sforzo. Io non lo so se ci sarà un nuovo album in futuro e non ho nemmeno la voglia di pensarci, ma so che con 57 ho in gran parte soddisfatto quello che volevo essere come musicista e compositore”.

Beh, speriamo che gli Stella Diana non si fermino qui. Qualche tempo fa Mario Lo Faro ha svelato i trucchi del suo splendido suono di chitarra nei Clustersun. Quali sono i segreti di Dario Torre?

“L’esperienza mi ha insegnato che il motto less is more è fondamentale, a questo si aggiunge la mia consunta forza fisica nel trasportare enormi pedaliere. Credo che quello che ho assemblato sia assolutamente peculiare alle mie esigenze e quelle della band. Dall’ampli verso la chitarra: un chorus della Digitech, ottimo e affidabile, due DD-3 della Boss, uno con un ritardo minore e l’altro più lungo. Soluzione furba poiché insieme col chorus garantiscono un riverbero grosso e un effetto di doppia chitarra. Infine il caro vecchio Tube Screamer e un Metal Muff dell’Electro Harmonix che uso solo per fare feedback e che ho trovato usato a 30 euro. Il tutto è enfatizzato dall’uso del doppio amplificatore che mi dà sul palco un effetto stereo dando l’illusione di ascoltare due chitarre”.

Stella Diana

Doppio amplificatore, alla faccia del less is more! Sbaglio o la tua band esiste da una ventina d’anni? Che cosa ricordi dei primi tempi di Stella Diana?

“A me il fatto di pensare ai venti anni deprime all’infinito perchè odio il tempo che passa e infatti non festeggio i compleanni e nemmeno l’ultimo dell’anno. Tendo comunque a calcolare il tempo dall’uscita del primo album che è datato 2007, ma in generale sì, sono tanti anni. Io vorrei solo riprovare le sensazioni che avevo a 17 anni quando entravo nelle sale prove, attaccavo il jack senza capirci una mazza, suonavo di merda, ma quella schifezza che usciva mi sembrava la cosa più bella del mondo. Era un gioco bellissimo, ora invece è tutto vissuto con serietà”.

Oggi secondo te le band shoegaze che situazione trovano in Italia? C’è attenzione, curiosità, indifferenza?

“Come sai, cerco di sostenere per quanto posso la scena, se di scena vogliamo parlare, col mio blog e la mia radio e devo dirti che almeno per la radio, abbiamo più ascoltatori all’estero che autoctoni. La situazione non è delle migliori, ma siccome parliamo di band che mediamente sono di ottima fattura non vedo perché queste non potrebbero/dovrebbero cercare di crearsi uno spazio anche all’estero se il nostro paese non recepisce a dovere la proposta. Per lo shoegaze in genere, parliamo comunque di un tipo di musica di nicchia e lo è sempre stata anche in Inghilterra nel periodo di massima esplosione. Mi piacerebbe che in questo paese, come si è fatto chiaramente o occultamente per altri fenomeni che non sto a elencare, ci fosse un lampo di luce e attenzione anche per lo shoegaze. Sono sicuro che molte band lo meriterebbero”.

Premi play: quattro dischi consigliati da Dario Torre degli Stella Diana

Theresa Wayman, LoveLaws. “Questa musicista, che fa parte delle Warpaint, ha realizzato un album delicato, intenso e romantico”.

The Sound, From the Lions Mouth. “In questo periodo sto riascoltando la discografia intera dei Sound, ma cito solo From the lions mouth, un album disperato, senza tempo, geniale”.

“Seguo molto le band italiane sia per interesse verso l’underground nostrano, sia per il blog che porto avanti. NON- dei Klam e Change degli In Her Eye sono due ottimi lavori che consiglio”.