Ci si avvicina alla fine dell’anno e continuano a uscire album e canzoni di altissima qualità. Come sempre, il tuo amichevole Shoegaze Blog di quartiere ti propone solo il meglio. Premi play e supporta queste band.
Dillon Jo, Vertigo
Se non hai fatto attenzione a quanto sta facendo questa band neozelandese, forse faresti meglio a rimediare in fretta, a partire dal nuovo singolo Vertigo. Che in effetti è una vertigine di distorsioni dense e crescendo heavy shoegaze. Ha una produzione robusta in cui gli strumenti comandano all’unisono: tengono la scena, occupano l’intorno, rilasciano energia. È una traccia di perdizione e catarsi, un racconto shoegaze che parla di esperienze realmente vissute di consumo di droghe, dell’ansia e dissociazione che sono seguite, fino alla riconquista di una libertà che pareva compromessa. È una canzone dall’emozionalità intensa e fragorosa, una combinazione potente di melodia e armonia in cui finalmente ritrovarsi, per non perdersi mai più.
Dj Henry presents: Milano Underground Live To Tape
Milano da qualche anno è un crocevia del pop e del rock internazionale, il che ha portato a raccontare la musica usando termini oversize: i concerti sono sempre eventi, i palchi sono sempre lontanissimi, i biglietti sono sempre costosissimi. Sembra quasi che tutto il resto non esista, oppure non conti, il che è sostanzialmente la stessa cosa. Ma la verità è che ogni sera c’è un’altra Milano, non meno vivace e non meno decisiva: è quella dei locali alternativi e delle band underground che portano avanti un discorso artistico fatto di coerenza, bellezza e baccano. Una realtà che è minoranza ma non minoritaria e che è rilevante eccome, perché la vitalità – culturale e non solo – si misura su più livelli e senza una base forte la città sprofonda.
Dj Henry, Depo, Roberto Gramegna della Rocketman Records ed Ettore “ette” Gilardoni del Real Sound Recordings hanno ideato questa compilation composta da dodici canzoni inedite di altrettante ottime band alternative milanesi, che scuotono la scena e la rendono potente e imperdibile. È un disco molto bello e, per sua ovvia natura, meravigliosamente fratturato in tante sonorità differenti. Parlando dei gruppi che fanno riferimento a ciò di cui si occupa il tuo amichevole Shoegaze Blog di quartiere, ecco gli swan•seas con le loro armonie malinconiche ed emozionali, i Plateaux dall’orecchiabilità deliziosamente british, i Right Profile che uniscono con solida convinzione il post punk britannico all’indie rock americano, gli Stella Diana che portano la loro intensa oscurità darkwave, i Golden Eggs che suonano dritti al punto e fanno centro.
Whirr & Luster, Whirr & Luster
Il suono dei Whirr è un punk sussurrato, rallentato, stratificato. Un dogma heavy shoegaze dalle varie sfumature, ma dall’atmosfera omogenea: sai quello che ti aspetta. Spiral again è lì dove il gruppo statunitense rende al meglio: una deflagrazione struggente, suoni enormi e malinconia infinita. In Wish I could give you the world sembra quasi di ascoltare i Whirr sott’acqua: una ballata alla loro maniera, ma con chitarre diluite e una tensione emotiva un po’ scarica. I Luster picchiano bene e duro con Against the world e si scatenano ancora di più con Forever, uno shoegaze d’assalto che prevede pogo selvaggio e drumming ossessivo.
Slow Pulp, Melodie
Le chitarre fresche, le melodie aperte, le esplosioni armoniche: gli statunitensi Slow Pulp hanno una speciale propensione alla bella orecchiabilità che nel nuovo album Melodie diventa la grammatica di base dell’indie pop, dello shoegaze e di qualunque via di mezzo. Il trittico Better man, Melodie e Red car ne riassume al meglio l’efficacia, tra schitarrate ispide e gradevoli, moti ondosi gaze/punk e baldoria ben confezionata.
Lies, Burning wires, silent pull
Quando suonano i Lies si sta in silenzio, in una di quelle notti immobili in cui il sonno sfugge ma le inquietudini ti tengono con gli occhi aperti, a guardare il soffitto come se stessero scorrendo i titoli di coda di una serie che ti ha regalato lacrime impreviste. È slowcore in purezza con qualche rifrazione dream pop, dunque una malinconia profonda e scurissima. Ci finisci dentro al ralenti, col cuore gonfio e i brividi che assalgono. È un andare in discesa e poi in risalita. Alan Sparhawk amerebbe queste canzoni.
