SHOEGAZA #3 Preview: Klimt 1918. Musica, impegno civile ed Explosions In The Sky

I Klimt 1918 sono uno dei gruppi storici dello shoegaze italiano, ma hanno una rilevanza internazionale. Hanno un suono impossibile, che si espande a dismisura e finisce per travolgerti. Il loro nuovo album, Àmor, è uscito dieci anni dopo il precedente Sentimentale Jugend e rappresenta lo stato dell’arte di che cosa è davvero lo shoegaze: una musica potentissima e fragilissima al tempo stesso. La band sarà questo venerdì 23 ottobre 2026 sul palco dell’Arci Bellezza di Milano per la terza edizione di SHOEGAZA, festival shoegaze e dream pop a sostegno di Gaza. I biglietti sono in vendita su Dice (e sono in esaurimento, quindi se fossi in te non aspetterei) e il ricavato, al netto delle spese vive, andrà a Medici Senza Frontiere. La scena ci sarà, tu ci sarai?

«Ho smesso di ascoltare il disco», dice Marco Soellner, chitarra e voce dei Klimt. «Non mi appartiene più, semmai appartiene a chi preme play, a coloro che ci costruiscono sopra i loro ricordo. Essendo stato un album dal percorso lungo e travagliato, è anche giusto prendere le distanze da quello che è stato fatto». Àmor è un disco in cui tutto è oversize: va in un certo senso affrontato più che ascoltato, perché c’è una tensione emotiva fortissima che inevitabilmente risuona molto in cui si ritrova nella stessa inquietudine. «Vorrei che queste canzoni – prosegue Soellner – raggiungessero quelle persone che vivono un conflitto interiore e devono rapportarsi con la necessità di esprimersi attraverso l’arte».

I Klimt 1918 sono la dimostrazione che in Italia c’è spazio anche per quella musica che non è interessata ad allinearsi alla vocazione inevitabile al mainstream, una chimera che rischia di distruggere tante realtà indipendente (molte delle quali si sono bruciate, perse o semplicemente disinnescate, il che è pure peggio). «Una musica diversa c’è sempre stata – dice Soellner – basti pensare alla scena harcore punk, che è tra le più interessanti d’Europa. Mi vengono in mente i Raw Power, ma pure i Cripple Bastards se parliamo di grind. Il problema, di solito, è fare in modo che questo mondo “sommerso” venga conosciuto da più persone possibili». Però. «Però, ecco, restare sommersi significa vivere in un contesto che ti consente di non andare incontro a condizioni che snaturano la tua musica. Non sono convinto che sia auspicabile finire nello stesso tritacarne dell’industria discografica commerciale».

Un concerto dei Klimt 1918 è così: «Rumoroso, molto rumoroso». Non poteva essere altrimenti. Ma ciò che bisogna attendersi per il live al Bellezza è anche qualcosa di più. «Siamo attenti all’aspetto visivo – dice Marco – con una sovrapposizione tra suoni e immagini tratte da film che abbiamo amato di registi come Andrei Tarkovsky e Béla Tarr, che secondo noi si adattano bene alla nostra musica».

Ma SHOEGAZA, lo sappiamo, non è soltanto pedali, chitarre e atmosfere sognanti. Se si parla sempre meno del genocidio di Gaza, allora bisogna suonare sempre di più. E ancora più forte. «La musica ha la capacità di rischiarare questa oscurità in cui ci troviamo – dice Soellner – e a tal proposito vorrei citare uno dei miei gruppi preferiti, gli Explosions In The Sky. Mi piace l’idea che la musica possa rappresentare un’esplosione nel cielo, che quando avviene ti consente di guardare lontano, fino all’orizzonte». In effetti, SHOEGAZA è proprio questo. «Sarebbe bello se questa iniziativa andasse oltre Milano, magari giungendo a Roma, una città cruciale». Ci stiamo lavorando. «Tra l’altro, SHOEGAZA è un festival di musica e impegno civile che accende un riflettore su quanto sta accadendo in Palestina, ma è anche un evento che potrebbe diventare illegale se dovesse passare il Ddl antiseminismo». Vedremo come andrà a finire, ma di sicuro non ci fermeremo.