Slint e i trent’anni di “Spiderland”, l’anti “Loveless”

Mi ha fatto riflettere parecchio – e mi ha affascinato parecchio – un bellissimo articolo scritto nel 2016 da Silvia Mascheroni su Indie For Bunnies. «A me, allora, manca una versione di me più vecchia di dieci/quindici anni che possa aver vissuto almeno un pezzo di Slint in presa diretta (e non con un ritardo di anni) e che abbia una storia in proposito da raccontare». Ecco: che storia posso raccontare io? Quando Spiderland degli Slint uscì – il 27 marzo del 1991 – ero sul punto di festeggiare il decimo compleanno. Oggi che il disco compie trent’anni io sono a un passo dai quaranta e ho grossomodo il doppio dell’età che avevano questi quattro ragazzi di Louisville quando incisero il loro capolavoro. Dieci, venti, trenta, quaranta: è strano pensare che in alcune circostanze la vita sembra muoversi per cicli decennali e se non hai la data di nascita giusta ti limiti a osservare – ad ascoltare – un male di vivere generazionale che apparentemente non ti riguarda perché parla di altri tempi, altre esistenze, altre fragilità. Il rischio insomma è avere il fiato corto seguendo le orme lasciate da canzoni che teoricamente non ti appartengono davvero: solo che invece per qualche assurdo motivo queste stesse canzoni a un certo punto parlano anche a te – com’è ritrovare il proprio presente narrato in differita per filo e per segno? Dunque, di nuovo: che storia ho da raccontare sugli Slint?

Ricordo perfettamente la prima volta che sono inciampato sul passo strascicato di Washer. Era il ’99, un’estate stramba in cui ho celebrato i miei 18 anni nel modo peggiore: andando a sbattere il mento – il cuore – sugli spigoli di una storia-lampo durata un piccolo scorcio d’agosto, una relazione palesemente senza futuro ma che avevo sentito mia fino a un secondo prima dell’inevitabile addio. In seguito – ma questa è un’altra faccenda – ho impiegato un anno abbondante per staccare pezzo dopo pezzo un ricordo che era rimasto incollato pure ai miei respiri, figurarsi ai miei pensieri: ciò che nessuno dice degli amori adolescenziali estivi è che ti bloccano in una bolla temporale non sincronizzata con la realtà. Washer ha scandito parte della quotidianità all’interno di quella bolla: un brano dallo sviluppo lento e dal minutaggio mastodontico, poco meno di nove minuti stilisticamente perfetti in cui trovavo indizi di amori distanti e impossibili proprio come era il mio, benché con una disperazione nera di fondo in cui non mi rivedevo – nel testo si fa riferimento al suicidio. Era soprattutto il giro di chitarra ad avermi attirato: d’altronde lì dentro c’è la musica che amo davvero, dal post rock allo slowcore.

Chiunque l’ha provato

Spiderland rappresenta un fatto diverso rispetto al resto della musica alternativa dell’epoca: l’estrema complessità ritmica, con un approccio matematico rigido se non maniacale, fa da contrappunto a un minimalismo sonoro che a volte (Don, Aman, per esempio) sfiora la rarefazione. È in un certo senso l’anti Loveless perché privo di quell’epica della stratificazione – la grandeur dei pedalini – che vuole imbrigliare il rumore per trasformarlo in bellezza. Nel caso degli Slint, invece, a dettare l’agenda è il silenzio: un vuoto da raccontare e non da riempire. Proprio come quei misteri che ogni persona porta con sé e che non hanno bisogno di troppe parole per essere rivelate. Tipo urlare un «I miss you» senza che ci sia la necessità di aggiungere altro: chiunque l’ha capito, chiunque l’ha provato.