Slowdive: 25 anni fa usciva “Pygmalion”, ovvero la fine dell’utopia shoegaze

Di fatto, Pygmalion è un disco che muore subito dopo la sua pubblicazione, il 6 febbraio 1995. Tanto per cominciare, non viene suonato dal vivo. NME – come era già successo per Souvlakine parla come se si trattasse dell’ennesima cantonata di una band senza senso: “Della serie, ancora un suicidio commerciale”, si legge all’inizio della recensione. C’è da capirlo: nella Gran Bretagna tornata grandissima con il brit pop degli Oasis a che serve una band che non vuole dominare il mondo? D’altronde siamo all’inizio del ’95: Definitely maybe è già il benchmark dello showbusiness musicale e (What’s the story) Morning glory è in fase avanzata di preparazione. Dunque, fare rock cantabile = fare un mucchio di soldi. L’America dopo i fasti del grunge non tocca palla, l’Inghilterra si è ripresa la scena e allora serve sfrontatezza, non timidezza. In un periodo storico in cui le band se la giocano a Wembley e non più nella zona retrocessione del post punk, Pygmalion le manca tutte: non ha ritornelli memorabili, non ha riff da alta rotazione, non ha nemmeno l’epica malinconica dei primi album degli Slowdive. “Non riesco a farci nulla con questi brani”, si legge ancora nella recensione di NME. Hanno ragione: avranno torto.

L’oblio

Gli Slowdive di Pygmalion sono una band a pezzi. Esistono da separati in casa, come se ormai la faccenda non riguardasse più nessuno di loro, a parte forse Neil Halstead. “Quando è stato registrato l’album, Neil e io eravamo molto distanti. Lui viveva a Londra e io ero ancora a Reading. Entrambi eravamo all’interno di una sorta di trip techno, sperimentando qualche stupida droga – lui più di me. Pygmalion era, credo, nato in una circostanza di questo tipo”, dice Rachel Goswell in un’intervista del 2004. Più che altro, Pygmalion suo malgrado ha rappresentato la fine dell’utopia shoegaze e l’inizio del cinismo mainstream che ha caratterizzato la seconda parte degli anni Novanta. Forse in risposta alla piega commerciale che prende la musica in quel periodo, Halstead sembra prendere le distanze da tutto: dalla scena brit, dal dream pop, dagli Slowdive stessi. Alla stratificazione sonora predilige la rarefazione, la sottigliezza, il non detto. L’oblio di Pygmalion dura due decenni: eppure alla lunga è venuta fuori tutta la magia di una musica scomposta e ricostruita secondo regole diverse da quelle del sentire comune. Venticinque anni dopo, queste canzoni rappresentano un’occasione persa per il massimalismo mediatico della discografia britannica e una promessa mantenuta per chi continua a credere nell’arte per l’arte stessa. Sempre dalla parte degli Slowdive, dunque: abbiamo sempre avuto ragione noi, hanno sempre avuto torto tutti gli altri.