“Mellon Collie” degli Smashing Pumpkins ci dice che la nostra adolescenza non è finita invano

Per raccontare la genesi di Mellon Collie and the infinite sadness degli Smashing Pumpkins, uscito il 23 ottobre 1995 in Gran Bretagna e il giorno successivo negli Stati Uniti, bisogna fare un salto indietro al 1994. Il suicidio di Kurt Cobain è un momento chiave nella storia del rock perché svela la verità sul grunge, cioè che è un genere emotivamente insostenibile per chi sta su quei palchi a urlare al microfono la propria angoscia senza sbocchi. La popolarità, insomma, è una trappola per quella generazione di cantanti arrabbiati più con se stessi che col mondo. Per Corgan il discorso è diverso. Anche il musicista di Chicago ha i suoi tormenti irrisolti e i suoi traumi mai superati, ma vive la fama più come una conquista che come una costrizione e questo lo pone in rotta di collisione con la scena alternativa statunitense. La faida con i Pavement, per esempio, diventa aneddotica rock dopo la pubblicazione nel ‘94 del loro disco Crooked rain, crooked rain, in cui i Pumpkins vengono canzonati nel brano Range life (“Non capisco cosa vogliano dire e non me ne frega davvero un cazzo”). Corgan, un fumantino che non dimentica – combo letale –, se la lega al dito e segnali di pace tra i due non se ne vedono. Kim Gordon, ex bassista e cantante dei Sonic Youth, definirà invece Corgan “uno che non faceva che frignare” e i Pumpkins “troppo atteggiati e fissati con la loro immagine” nel libro Girl in a band, uscito nel 2015. Non proprio quello che si dice una carineria.

Lui, Corgan, ha sempre tenuto il punto. Ecco cosa dice nei primi anni Novanta, come riportato nel libro di Davide Sapienza Mellon Collie e le zucche infinite: “Non abbiamo addosso quella roba punk rock, non abbiamo mai fatto parte di nessuna scena alla moda. Non suono in un complesso per diventare un oscuro fenomeno indie in fondo alla collezione di qualcuno”. Dunque, dopo due dischi che hanno stabilito le coordinate musicali della band (la psichedelia dell’esordio Gish, ‘91, e il suono stratificato e contundente di Siamese dream, ‘93), inizia a farsi largo in lui un sogno più grande, una sfida più ardua: cambiare campionato, passare di livello e guardare dritto negli occhi la storia stessa del rock. Ovvero, Roger Waters, i Pink Floyd, The Wall. Auguri. L’ambizione di Corgan diventa lo spunto per ulteriori ironie. “All’epoca dicevo che mi ero ispirato a The Wall perché volevo creare un lavoro che avesse quel livello di ambizione e ovviamente i media continuano a prendermi in giro per averlo detto – racconterà nel 2012, nelle note di accompagnamento alla riedizione del disco – so che è da folli paragonarsi a certi gruppi ma, come si dice, meglio mirare alto”. Per questo tipo di sfida Corgan decide di cambiare la squadra operativa: non più il produttore Butch Vig, bensì Flood e Alan Moulder, che daranno ai Pumpkins nuove prospettive.

Cambia anche la metodologia di lavoro: a differenza di quanto è avvenuto con Siamese dream, in cui Corgan ha suonato quasi tutti gli strumenti, stavolta il chitarrista James Iha e la bassista D’Arcy sono più coinvolti nella registrazione. È un’idea di Flood, che insiste affinché ci sia un’atmosfera più inclusiva e meno nervosa. Poi c’è Jimmy Chamberlin, batterista formidabile dal retroterra jazz che in questo disco deve darsi parecchio da fare tra psichedelia, post punk, heavy metal, pop beatlesiano e tanto altro ancora. Infine c’è lui, Corgan: ha 28 anni, ritiene che questa sarà la sua ultima occasione per poter raccontare le tristezze infinite e i sogni immensi dell’adolescenza – che sono poi l’essenza stessa del rock’n’roll – senza per questo sentirsi fuori tempo massimo. Il tema viene affrontato esplicitamente nell’epica Tonight, tonight, magnifica cavalcata sinfonica che porterà la band in cima al mondo, ma la narrazione della giovinezza perduta e il racconto di certi demoni che mordono il cuore di Corgan – la depressione, soprattutto – attraversano l’intera scaletta. To forgive ne è l’esempio più lampante: uno slowcore nerissimo che va oltre il dolore, il ricordo di una festa di compleanno che diventa una resa dei conti tra Corgan e i suoi genitori, tutti protagonisti di una storia che in cui non c’è spazio per il perdono evocato dal titolo. “È più una canzone di condanna, la più grande della quale è riservata alla mano di chi l’ha scritta”, ha detto Corgan.

C’è la storia di Take me down, una canzone umbratile e a mezze tinte, una parentesi solista di James Iha nell’imponente soliloquio di Corgan. Viene posizionata alla fine del primo disco: James considera questa scelta – imposta dal leader – come una sorta di schiaffo in faccia, una concessione che sa di retrocessione. Sia come sia, il taciturno chitarrista non comporrà mai più nulla per i Pumpkins. Poi c’è la vicenda surreale di 1979, che ha rischiato di non entrare nella scaletta definitiva del disco. Il motivo? L’arrangiamento iniziale ricorda i Rolling Stones e se non sei Mick Jagger questo non è certo un complimento. Bisognerà attendere l’ultimissimo giorno in studio affinché Corgan trovi la quadra e trasformi quel blues un po’ scarico e svogliato in un pop ibrido e futuribile, tra new wave e indie rock. L’altro super singolo, Bullet with butterfly wings, porta i Pumpkins proprio dove non si pensava che volessero andare, ovvero dalle parti del grunge radiofonico: tra nichilismo un po’ à la page, rabbia irrisolta e topi chiusi in gabbia, nel tempo quel ritornello dal volume massimo diventa l’incendio perfetto di ogni concerto. Zero è invece uno schianto metal in cui in poco meno di tre minuti Corgan diventa diavolo e lancia la sua maledizione: “Dio è vuoto, come me”. Questa frase diventerà prima tormentone e poi tormento per il musicista di Chicago: “Quel verso ha portato per alcuni anni i timorati di Dio e amanti dell’inferno in diversi nostri backstage: facevano del loro meglio per convertirmi a un Dio e Salvatore al quale ero già stato venduto. Non ho litigato in maniera tenace, mi sono limitato a dire loro che un verso non fa un uomo, né mostra la profondità di ciò che crede nel suo cuore”.

Mellon Collie and the infinite sadness esordisce al numero uno negli Stati Uniti e trasforma gli Smashing Pumpkins nella più importante band del pianeta. Il lieto fine, però, non ci sarà. La notte dell’11 luglio del ‘96, nel pieno del tour, muore per overdose di eroina Jonathan Melvoin, tastierista trentaquattrenne che si era aggregato pochi mesi prima. Con lui quella sera c’è Chamberlin, che sopravvive ma viene licenziato. Di fatto, è proprio quello il momento in cui la carriera di Corgan cambia, forse per sempre. Ci saranno nuove formazioni, nuove formule sonore, nuove reunion e nuove canzoni, ma la morte di Melvoin crea un buco nero che, probabilmente, finisce per influire sul delicatissimo equilibrio creativo dei Pumpkins. Oggi Corgan sta per fare uscire un nuovo doppio album, Cyr, ma nel frattempo annuncia un altro obiettivo, più lontano e più affascinante: il seguito di Mellon Collie e di Machina, qualunque cosa significhi.

Non è la prima volta che succede: nel 2005, all’epoca del primo disco solista, Corgan pubblicò un annuncio in cui si rivolgeva ai vecchi compagni degli Smashing Pumpkins per un ritorno in grande stile. Tempo dopo, il mastodontico progetto Teargarden by kaleidyscope (44 brani) venne poi accantonato in favore di Oceania (2012). È come se Corgan voglia sempre spostare un metro più in là l’attenzione, quasi che non creda davvero in ciò che fa: il doppio album in arrivo diventa dunque già vecchio e superato dalla promessa di un domani migliore, nel circolo infinito di un ritorno perennemente atteso e concretizzato solo a tratti. Corgan però continua ad avere quel dono che lo ha reso il nostro eroe: nessuno come lui è capace di smuovere quei sentimenti mai domati, quelle inquietudini sempre vigili, quelle braci ancora accese. Venticinque anni dopo siamo tutti diversi e il tempo si è dimostrato mediamente indegno delle aspettative di chiunque, vincitori e vinti: eppure Mellon Collie ci dice ancora oggi che la nostra adolescenza non è andata via per nulla, che la vita può cambiare davvero, che non resteremo incastrati invano, che l’impossibile diventerà possibile. Fosse anche per una notte sola. Fosse soltanto per una canzone ancora.