Trentemøller, “Obverse”. Contro la tirannia del groove

Cold comfort, il brano con cui Trentemøller dà il via al suo nuovo album Obversepiù che un inizio è un altolà, proprio come lo era stato The dream in Lost: è un pezzo che traccia la via, definisce uno standard e illumina il percorso. Si parte da qui, senza ripensamenti né perplessità, anche perché la musica di Trentemøller va in retromarcia rispetto al resto del mondo: dove la trovi ormai una musica pop così, con un bpm sempre più rallentato, spezzettato, dissolto? Quasi ti restano briciole di ritmo e schegge di melodie in mano mentre Rachel Goswell interviene a modo suo nell’architettura sonora gotica della traccia d’apertura. È bello che il producer danese prosegua questa sua decostruzione sonica: Obverse è il classico lavoro che spezza i generi di riferimento e fa ammattire gli inquadrati a prescindere, quelli cioè che cercano un suono, non un batticuore, come se la musica non fosse altro che seguire le regole anziché l’istinto. Mi piace immaginare questo disco come un atto necessario contro la tirannia del groove, contro la dittatura della musica fisica: quella di Trentemøller è una roba di cuore e di testa, non – solo – di gambe e di bacino. C’è dunque lo shoegaze di One last kiss to remember (con Lisbeth Fritze), ci sono i rilanci melodici alla New Order di Try a little (con Jenny delle Warpaint alla voce), c’è un’elettronica scomposta ed emozionale (Sleeper). Trentemøller è uno di noi ed è qui per restare.