Intervista: Be Forest. Che suono ha l’inquietudine

Be Forest (foto: Luca Sorbini)

L’immagine che viene in mente ascoltando Knocturne (in uscita l’8 febbraio per We Were Never Being Boring) è di una danza post punk nel cuore di un incendio nero e freddo, molto freddo. Sembra di sentire i Be Forest al quadrato: più radicali nei suoni, più a fuoco in ciò che fanno e sanno. Potevano alleggerire gli arrangiamenti e guadagnare quella facilità d’ascolto che oggi pare l’unica campana che conta: e invece tirano fuori il loro disco più scuro, denso, quasi disperato. Shoegaze Blog ne parla con Erica Terenzi (voce, batteria, synth): il risultato è una lunga chiacchierata sull’essere tormentati, sull’essere non più giovani e sul non essere ancora adulti. I Be Forest sono tornati anche a suonare dal vivo: dopo la prima data a Firenze lo scorso 2 febbraio, le prossime sono giovedì 7 febbraio all’Ohibò di Milano, venerdì 8 alla Latteria Molloy di Brescia e sabato 9 al Bradipop di Rimini (tutte le tappe del tour qui).

Suonare per noi significava comunicare: al di fuori delle tre ore in sala prove loro non sapevano nulla di me

Erica, nel 2019 i Be Forest festeggiano i dieci anni di carriera. Che cosa ricordi di quei primi giorni, quando tutto doveva ancora prendere forma?

“Io sono arrivata leggermente dopo, avevano iniziato Nicola (Lampredi, chitarra) e Costanza (Delle Rose, voce e basso) e cercavano qualcuno alle percussioni. Tramite un amico in comune, Andrea Giometti dei Soviet Soviet, ci siamo trovati e abbiamo iniziato a comporre qualcosa insieme, in modo peraltro abbastanza veloce. Il primo disco era un lavoro molto semplice, in effetti, ma c’era un’urgenza comunicativa”.

Che cosa cercavate nella musica?

Non abbiamo mai cercato qualcosa di specifico da un punto di vista musicale. Ognuno di noi compone e ognuno ha gusti e approcci completamente diversi. Nel primo disco queste diversità di vedute non hanno pesato sulla rapidità di scrittura, forse perché non ci aspettavamo nulla: ci piaceva la musica e ci piaceva suonare.  C’era anche molta meno consapevolezza in quello che facevamo. Più che altro, suonare in quel periodo era anche un modo per conoscerci molto più velocemente. In effetti al di fuori di quelle tre ore che passavamo in sala prove io non conoscevo né Nicola né Costanza e loro non sapevano nulla di me. Dunque l’unico modo che avevamo per comunicare era suonare. Nicola e Costanza hanno imparato a conoscermi attraverso la musica e ciò che facevo durante quelle prove. È una cosa un po’ strana da raccontare”.

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Foto: Marco Cappannini

Che idea ti eri fatta di loro due?

(ride)Sono due persone genuine, nel bene e nel male. Erano e sono estremamente disordinati. Io invece sono quella precisina, così ogni tanto ci scontriamo per cose come la puntualità”.

Quando ti vedono iniziano a sbuffare?

“Sì, sempre. Io sono quella che cerca di riportare l’ordine, solo che non ci riesco mai perché sono da sola contro loro due. Anzi, per la verità Costanza col tempo si è un po’ inquadrata, invece Nicola è un animale che scorrazza liberamente”.

Beh, se ti sono serviti dieci anni per portare Costanza dalla tua parte, non butta benissimo con Nicola.

(ride)Il futuro promette bene. Magari fra altri dieci anni riusciamo a portare Nicola nel mondo degli adulti”.

Ciò che mi piaceva ascoltare da ragazzina mi piace anche adesso. Non so però se vale il discorso inverso

Ricompreresti i dischi che ascoltavi in quel periodo embrionale dei Be Forest?

“Oddio, dovrei ricordare che cosa ascoltavo (ride). Molto difficile. Sono una frana per le date. Però in genere non mi pento di ciò che ascolto. Quello che mi piaceva quando ero piccola mi piace anche adesso. Non so se sia vero il contrario. Cioè non so se da ragazzina avrei ascoltato quello che ascolto adesso”.

Per esempio?

“In questo periodo sono molto curiosa di sentire il nuovo disco dei C’mon Tigre, che uscirà a breve. I C’mon Tigre hanno la necessità di essere approfonditi e per farlo bisogna avere conoscenze altre: dal mondo di Fela Kuti a certe robe vagamente jazz che magari quando avevo diciott’anni non ero pronta ad accogliere”.

Quando avevi diciannove anni, nel 2011, hai pubblicato Cold. Pensi che l’aver iniziato a fare seriamente musica a un’età così giovane ti abbia concesso la possibilità – direi la libertà – di poter sbagliare senza paura delle conseguenze?

Sicuramente sì, anche se c’è da dire che in realtà ho sempre avuto molta paura di quello che mi aspetta. Magari quelli che hanno trainato di più in una certa direzione sono stati Nicola e Costanza. Erano sempre molto carichi, del tipo Dai ok proviamoci, andiamo in America, facciamo questo tour. Io sono sempre stata un po’ più razionale, con i piedi attaccati per terra. Lo sono tuttora, forse sono anche peggiorata. Però in generale l’essere così giovane, poter vivere quei momenti lì a quell’età ha significato tanto per me. È stata una fortuna. Non tutti possono dire a diciotto-vent’anni di aver calcato determinati palchi, portando la propria musica e trovando un certo seguito, magari non eclatante, di gente che conosce ciò che fai”.

Se a un concerto vuoi vedere dei modelli mi sa che hai qualche problema: meglio se vai a una sfilata di moda

Ti ricordi il primo insulto che avete ricevuto su internet come Be Forest? Di solito quello è lo momento in cui una band raggiunge lo status di gruppo famoso.

A livello di musica non ricordo nulla di particolarmente esagerato. Anche perché di base ti metti in gioco: finché le critiche riguardano le canzoni non me la posso prendere. Ricordo invece uno spiacevole commento incentrato sul nostro aspetto fisico quando suoniamo dal vivo. C’era rimasta male anche Costanza. Se ci ripenso è una cosa che fa abbastanza ridere. All’epoca avevo avuto la tentazione di rispondere, però alla fine è qualcosa che si commenta da sé. Se a un concerto vuoi vedere dei modelli con gli strumenti mi sa che hai qualche problema: meglio se vai a una sfilata di moda”.

In un’intervista risalente al 2011 dicevate di voler andare a registrare presto nuove canzoni perché non ne potevate più di suonare quelle vecchie. Poi invece sono passati tre anni tra Cold e Earthbeat. E altri cinque per arrivare a Knocturne. Che cosa succede nella vita dei Be Forest in questi lassi di tempo così estesi?

“Come ti dicevo prima, noi scriviamo insieme, nessuno va in sala prove con un giro di chitarra già pronto. Quindi devi far sì che tutti e tre siano ben disposti e sulla stessa lunghezza d’onda per comporre qualcosa di sensato. Ecco perché il tempo di scrittura è sempre molto dilatato. Poi ci si è messo il lavoro: non abbiamo più diciott’anni, non viviamo più con i genitori, dobbiamo pagare l’affitto e il lavoro d’ufficio o quello che è ci ha portato via un po’ di tempo. Comunque per ogni disco ci mettiamo sempre più tempo perché siamo più puntigliosi. Knocturne ci ha richiesto tanta attenzione su qualsiasi cosa, che si trattasse di una percussione, di un organo, di un delay da mettere a tempo”.

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La copertina di “Knocturne” (foto di Marco Cappannini)

Knocturne mi sembra una celebrazione dell’inquietudine, un lavoro molto freddo che quasi vuole contrapporsi al calore di Earthbeat.

“L’inquietudine ricorre molto in Knocturne, è qualcosa di ipnotico. Tutti i giri sono praticamente dei loop: c’è una circolarità insistita, quasi fossero dei canti dell’inferno, tanto che uno dei titoli iniziali dei brani era Selva oscura. È come se in queste canzoni ci fosse una pena che, in maniera ciclica, continua a tormentarci”.

Tu sei una persona tormentata?

Mi tormento. Sempre. Ma credo che sia giusto così. Tormentarsi è un modo per migliorarsi. Secondo me è una pratica buona, entro certi limiti (ride). Mi pongo sempre delle domande, alle quali magari non so dare delle risposte. Però chissà, forse in futuro tutto sarà più chiaro”. 

Una cosa che secondo me non viene sottolineata molto è la centralità che riveste la sezione ritmica nei vostri brani. C’è un groove particolare che rimbalza tra la batteria e il basso: per esempio è interessante come è stato gestito il 5/4 di Atto I

Atto I è partita da un ritmo che stavo facendo io. Poi si è aggiunta la chitarra e infine il basso. In generale io e Costanza siamo cresciute tanto come musiciste perché entrambe eravamo nel ruolo sbagliato: io non suonavo la batteria e lei non suonava il basso. Adesso sono dieci anni in cui ci siamo approcciate a strumenti per noi nuovi, quindi abbiamo preso una certa confidenza. Io e Costanza ci influenziamo molto nella scrittura, mentre Nicola è più indipendente: ha un suono che è quello sin dal primo disco. Io e Costanza invece siamo più duttili, ci piace cambiare e provare strade diverse”.

C’è un verso di Bengala che mi ha incuriosito. “I’m waiting for thunders to see the dust of my old life”. I tuoni preludono sempre a una tempesta, quindi a un cambiamento anche un po’ traumatico se vogliamo. Sembra insomma che vi troviate alla vigilia di qualcosa di nuovo e sconosciuto. 

Di base Knocturne è un disco che rappresenta un punto di confine tra due mondi: da una parte la società in cui stiamo vivendo, dall’altra noi, ovvero io, Nicola e Costanza. Tutti e tre non siamo più in quell’età giovanile in cui possiamo ancora giocare e scherzare, ma non siamo nemmeno nel mondo degli adulti: ci troviamo in quel territorio di mezzo in cui aspettiamo e cerchiamo di capire che cosa può succedere. Knocturne è un disco che si pone in quella fessura temporale, dai contorni che nessuno conosce davvero. È come se fosse una pelle, cioè qualcosa che non non sta né all’interno né all’esterno di un organismo”.

Ed è anche un disco che chiude un ciclo nei Be Forest?

Chissà, vedremo che cosa accadrà. È un disco che racconta una situazione di inquietudine che ci riguarda direttamente. È come se fossimo sul crinale di una montagna senza sapere se stiamo andando a est o a ovest. È anche per questo motivo che abbiamo scelto per la copertina del disco il sipario, che è quasi frapposto tra due mondi”.

Siamo stati al bar di Twin Peaks, solo che io non ho mai visto la serie

L’estetica della copertina del disco e anche del video di Atto I ricorda molto Twin Peaks.

È un caso, non era voluto, poi ce ne siamo resi conto anche noi. Ma ti dirò: non ho mai visto Twin Peaks“.

È la risposta che temevo di più.

“Amo molto David Lynch, il punto è che in generale non mi fa impazzire il formato serie. Certo, ha contribuito anche il fatto che tutti mi hanno detto che devo vedere Twin Peaks: più lo ripetevano, meno avevo voglia. Fra trent’anni magari lo vedrò, e a quel punto penserò che avrei dovuto guardarlo trent’anni prima. Peraltro siamo anche stati a Twin Peaks, nel bar dove c’è quel caffè dannato… non ricordo la citazione”.

Damn good coffee.

“Esatto. Abbiamo preso quello e la fetta di torta alle ciliegie. Credo che fosse il primo tour in America. Eravamo tra Seattle e un’altra città. Siamo andati al bar e ci siamo fermati a fare colazione. Io non ero consapevole di dove mi trovavo. Gli altri due invece erano molto entusiasti: a me piace vedere la gente entusiasta, però non ho potuto apprezzare il momento come invece hanno fatto loro”.

So che ti piace molto Reykjavík. 

“Non si sono ancora stata. Mi immagino l’Islanda come il posto più bello sulla faccia della terra. È il mio sogno sin dalla quarta superiore. Ho fatto gli ultimi due anni di scuola progettando il mio viaggio di diploma in solitaria, volevo trascorrere due settimane in Islanda. Sapevo tutto: quanta gente moriva l’anno, il cambio della moneta. Ero un libro di dati e cifre. Purtroppo all’epoca i voli costavano tantissimo, c’era solo una compagnia aerea e non potevo affrontare quella spesa. Ma un giorno ci andrò”.

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Foto: Luca Sorbini

Nel frattempo a marzo torni in America. Che cosa hai capito del mondo della musica, suonando così spesso all’estero?

“In Italia il mondo della musica è una realtà a parte, nel bene e nel male. È molto piacevole perché in genere qui i musicisti vengono coccolati in tutto e per tutto, cosa che all’estero non succede spesso. Però il pubblico straniero è un po’ più genuino e un po’ più aperto. Inoltre ho imparato che bisogna adattarsi a tutto: più vai avanti e più ti adatti, quindi suonare diventa sempre più bello. Ovviamente fare tour è faticoso perché vuol dire essenzialmente stare in furgone, dormire poco, guidare tanto, mangiare male, trascorrere tantissimo tempo con le stesse persone: dopo due settimane cominci a detestare ogni cosa, però è bello per quello, dai. Vorrei portare avanti questa cosa il più a lungo possibile, senza ovviamente forzare nessuno”.

Qualche anno fa avevate fatto un tour suonando le canzoni di Earthbeat con quartetto d’archi. Ci sarà un’esperienza simile anche per Knocturne

“Forse non con gli archi. C’è uno spunto che mi piacerebbe portare avanti e che si trova in Atto I. All’interno del pezzo c’è un loop di sax: dico sax ma in realtà non sappiamo se sia davvero un sax. È un tape loop preso da una cassetta che avevamo in studio e che non sapevamo di chi fosse. È stata una specie di magia: quando abbiamo tagliato il nastro magnetico abbiamo scoperto questo suono che sembrava provenire dall’oltretomba. Quindi sarebbe interessante interpretare qualche pezzo con dei fiati, che a me piacciono molto. Uno dei miei sogni è imparare a suonare il corno francese, anche se sarà dura. Di sicuro me lo farò regalare quando mi sposerò”.

Segnato.

“Allora mi sposo subito”.