I Satantango sono reduci dalla settimana probabilmente più folle della loro vita, che li ha visti partecipare alle Targhe Tenco come candidati per la migliore opera prima. Pare la notizia WTF del 2026: hanno portato lo shoegaze al Teatro Ariston di Sanremo (nessuno li ha ancora rinominati Satantenco?). Jazzmaster, distorsioni, riverberoni e malinconie sul palco simbolo del meglio e del peggio dell’Italia nazional popolare. Un’amorevole profanazione che nemmeno Claude sotto allucinazione spinta poteva immaginare. Ed ecco che allora il vostro Shoegaze Blog di quartiere (che ha inserito l’album d’esordio tra i più belli del 2025 e ha anche ospitato i Satantango alla seconda edizione di ShoeGaza) ne approfitta per chiacchierare con Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi e indagare sui segreti delle loro canzoni che sono bufera e quiete (ma soprattutto bufera). Per la sesta puntata di Senti come suona, insomma, la parola d’ordine sembra una: risparmiare. Con lo scopo definitivo di togliere, come dicono loro scherzando ma non troppo, «qualsiasi dubbio mainstream». Siamo in adorazione.
E quindi? Com’è l’Ariston?
V: «Dalle foto sembra piccolo, invece è molto grande»
G: «Al festival solitamente tolgono una quindicina di file per la scenografia, di fatto sono quasi quattrocento posti in meno».
V: «L’atmosfera… beh, c’erano persone eleganti, tranne noi (risate), molti giornalisti, molta gente del settore».
G: «Ci sentivamo un po’ pesci fuor d’acqua, poi abbiamo preso le misure. Siamo anche diventati amici di Johnson Righeira».
Al Tenco erano tutti eleganti. Tranne noi
Un mito. Che brani avete suonato?
V: «Abbiamo suonato Villa Alluvioni, perché abbiamo detto vabbè, una volta che andiamo lì facciamo quella più lunga di tutte, un pezzo di sei minuti senza ritornello. L’acustica era perfetta, non abbiamo avuto alcun problema di rimbombi o altro. E poi abbiamo fatto Cinema Tognazzi, che era un pochino più da Tenco, se vogliamo».

È passato quasi un anno dall’uscita del vostro album d’esordio.
G: «Sono cambiate un sacco di cose, siamo anche sorpresi dalla risposta che c’è stata sin dall’inizio. Perché il genere che facciamo è un po’ un misto, non è solo shoegaze».
V: «C’è una scrittura un po’ più cantautorale. Al di là del Tenco, ero stupita delle aperture che abbiamo fatto, per esempio per I Cani, non ce l’aspettavamo».
G: «È stato tutto talmente veloce che a volte non ci stavamo dietro. Abbiamo realizzato un po’ a mente fredda, nella casa qui in campagna, fuori dal vortice. E siamo veramente felici».
Abbiamo lanciato la monetina e ci siamo detti “vediamo come va”
Che cosa avete capito dell’industria discografica?
V: «È stata una scommessa. Abbiamo visto che si può fare così, cioè fare quello che ti piace. Abbiamo lanciato la monetina e ci siamo detti “vediamo come va”. Non volevamo stare ad analizzare quello che va e quello che non va. Quindi ciò che ho capito è che va bene fare ciò che ami se ti impegni nel modo giusto, anche se ciò che fai non è mainstream».
G: «Fregarsene delle classifiche, fregarsene di non entrare in un certo filone».
V: «Devi essere onesto in quello che fai, devi rispecchiarti in quello che suoni. E alla fine una risposta arriva dall’altra parte».
Dite la verità: avete scritto a Stefano De Martino.
(risate) G: «No, per il momento stiamo bene qui, nella nostra realtà».
Beh, sarebbe stato un bel flash. State lavorando a qualcosa di nuovo?
V: «Sì, stiamo lavorando».
Qual è stata la vostra prima chitarra?
G: «Avevo dieci anni, era una Squier Stratocaster tutta nera, battipenna compreso, aveva un feeling dark. Purtroppo poi l’ho venduta e mi mangio ancora le mani perché non si vende la prima chitarra, ma quando hai 17 anni e ti servono soldi per acquistarne un’altra non ci pensi».

Abbiamo fatto tutti lo stesso errore. Valentina, tu?
V: «Io fino a un anno fa gli rubavo le chitarre (risate). Poi ho comprato una Gretsch solid body. È un modello che abbiamo trovato in vendita solo in Indonesia e in Canada, l’abbiamo fatta arrivare da lontanissimo, per me un colpo di fulmine. Ha suoni molto caldi, mi consente di creare una sorta di “pasta” che unisce tutto, portandomi in direzione di una sonorità più emotiva. Peccato che sia pesantissima. Fortunatamente suoniamo per 50 minuti!».
G: «Al confronto la mia Jazzmaster è una piuma».
E che modello è la Jazzmaster?
G: «Una Vintera Modified, che ho comprato di seconda mano a Torino. Ha un suono incredibile, specialmente sulle medie. Forse è meno definita e surf su certe cose, ma quelle medie belle piene mi fanno impazzire. Poi uso una Schecter Omen-7, una sette corde, per suonare 9.11. Non dico che faccio metal, ma comunque ci vado giù più pesante».
La sette corde devo dire che mi fa paura, ma tu sei un dilettante rispetto a Stephen Carpenter dei Deftones che è arrivato a nove.
G: «Ecco, lui è uno di quelli che mi ha influenzato di più come suono. E anche Steve Hackett dei Genesis».
Adrianne Lenker ci piace non solo come chitarrista, ma anche come compositrice
E tu Valentina a chi ti ispiri?
V: «Direi Adrianne Lenker, non solo come chitarrista ma anche come autrice, apprezzo la sua scrittura, il mood dei suoi brani. Però come muro del suono in tanti nostri pezzi c’è sicuramente Kevin Shields».
Pickup al ponte, al manico o entrambi?
G: «Entrambi usiamo la posizione di mezzo, perché ci piace quel suono lì. Tranne in Cinema Tognazzi, dove seleziono il pickup al manico. Ma la posizione di mezzo ci sembra che abbia frequenze molto emotive»
V: «Le uniche volte che uso il pickup più acido è quando me lo dice il fonico perché magari il posto ha un’acustica in cui rimbomba tutto e dunque c’è bisogno di un po’ di punta».
Chi è il vostro fonico?
V: «Andrea Sologni dei Gazebo Penguins, che di muri di suono se ne intende e siamo tranquilli».
Che accordature utilizzate?
V: «Io standard. Lu mi sa che lo faccio impazzire, per colpa mia le canzoni sono in tonalità diverse».
G: «Su Cinema Tognazzi uso un’accordatura aperta scomodissima, DADF#GD, ma mi piace. Su Gioventù, amore e rabbia sono in drop D, mentre in 9.11 uso la sette corde come una baritona, tutta in si bemolle, e il doppio si bemolle cantino in basso mi dà una risonanza in stile effetto chorus».
Qual è la canzone che sentite che vi rappresenta di più come suono?
V: «Per me Permafrost, perché è quella dove siamo riusciti a fare il muro più muro possibile sulle medie, caldissimo, in faccia».
G: «Cinema Tognazzi per il suo feeling alla Genesis. Mentre Villa Alluvioni per le distorsioni, c’è una valanga di chitarre».
E la canzone o il disco che vi ha fatto dire: «Questa è la musica che vogliamo fare»?
V: «Quando abbiamo sentito per la prima volta Sometimes di Loveless, una catarsi. Io ho detto “basta, siamo questi”».
G: «Ricordo un concerto di quindici anni fa dei Deftones, con dei pezzi super shoegaze come Minerva o Rosemary. All’epoca non conoscevo i My Bloody: scoprire che Loveless era la casa dei suoni che ci piacevano e che sentivano in altri gruppi è stata un’epifania».
Quali amplificatori usate?
G: «Se abbiamo i nostri sono un Fender Deville e un Fender Eighty-Five, quello con le manopoline rosse. È un transistor, ma ha un suono bello caldo. Oppure, se possibile, andiamo di valvolari come il Twin Reverb, ma restiamo sempre su Fender».

Passiamo al vero tunnel infinito di ogni musicista shoegaze. I pedalini.
V: «In realtà ho solo due pedali».
Ma come?!
(risate) V: «Ho un riverbero e un fuzz, messi in questa sequenza, oltre ovviamente all’accordatore. È sufficiente».
G: «Sui pedali abbiamo seguito la stessa filosofia del disco, cioè puntare al mega low budget. Per il distorsore cercavamo di avvicinarci il più possibile ai My Bloody Valentine, con quel loro Boss che oggi è quasi introvabile. Però c’è il Behringer Heavy Metal, che ha pure il colore di Loveless, che è praticamente una copia di quello che Kevin Shields usava per registrare. Ventisei euro. Come riverbero il Moer R7. Sempre prima delle distorsioni. E poi aggiungo anche il riverbero dell’ampli sul 4».
Giusto così.
G: «Per togliere qualsiasi forma di attacco e qualsiasi dubbio mainstream». (risate)
