C’è voluto – e ci vuole ancora – un po’ per metabolizzare tutto. È stato un bellissimo caos, e non è stato un banalissimo caso. Sorrisi, passione, decibel (madonna santa che botta). SHOEGAZA #3 è stato magico perché c’era la scena: quattro band, due generazioni diverse, stessa emotività. Ma soprattutto è stato magico perché c’eri tu, c’eravamo noi. Un’occasione per vedersi, per salutarsi, per contarsi, per stare insieme, per stringerci quando era il momento di farlo, per ricordare che Gaza non è una fantasia, è il buco nero della coscienza del mondo e prima o poi come collettività ne dovremo rendere conto alla storia, alle persone che verranno e, più di ogni altra cosa, a quelle che sono state uccise.
Grazie alla giornalista e musicista Valentina Zona, che più di un anno fa ha tirato fuori questa idea matta e all’apparenza velleitaria, invece aveva ragione. Grazie a Davide de Polo, che mette passione e competenza e ha già altri progetti sulla rampa di lancio. Lavorare con voi a questo festival è un gran divertimento. Grazie all’Arci Bellezza di Milano, alle sue ragazze e ai suoi ragazzi (Alberto Molteni, Alessandra La Terza, Davide Caldana, Antonio Schiano e il resto del team) che hanno messo su un evento perfetto e preciso, come sempre. Grazie alle testate che hanno parlato di SHOEGAZA, aiutandoci a raggiungere il tutto esaurito. Grazie a Resli Tale, il cui artwork è un invito a non dimenticare, un invito a non perdere la speranza. Grazie a Medici Senza Frontiere, che è il vero motivo per cui facciamo tutto questo.
Grazie agli In Her Eye. Il formato trio riduce l’arsenale ma aumenta la portata di fuoco. Sul palco sembrano godersi ogni nota, ogni riff e ogni ritornello. Riallacciano il filo di un discorso che pareva finito e invece ha ancora tanto da dire. È stata una preview del nuovo disco. Che da quello che si è sentito pare proprio che sarà un discone.
Grazie ai Leaving Venice. Trasformano la Palestra Visconti nel Roadhouse di Twin Peaks. Ci spiegano il vero significato del fare musica, che è essere felici anche quando si è tristi. Sara Groppi ha una voce speciale che è come un cuore svelato, mentre la sua Telecaster piena di stelle va a creare col resto della band un suono elegante e battagliero, che si infrange e poi ritorna. Una marea.
Grazie a Yumeia e Tre Flip. Prima volta live in formato band (con loro Thomas alla batteria e Ilaria al basso: sezione ritmica solida), una gioia stupenda e contagiosa: avevano dei sorrisi bellissimi, veniva voglia di stare lì con loro e farsi travolgere dal saliscendi sonico di questi brani. Rarefazione e tempesta, emozione e commozione.
Grazie ai Klimt 1918. All’ingresso della Palestra forniscono tappi per le orecchie. Si capisce dopo perché. Una master class di shoegaze. Imbrigliano il frastuono e lo trasformano in armonia. Portano il Bellezza in un’altra dimensione, un suono granitico e fragilissimo che lascia le persone attorno rapite e coinvolte. La lettura, alla fine, della poesia del palestinese Refaat Alareer, Se devo morire, è drammatica, struggente, verissima.
Non perdiamoci di vista.
