Best Shoegaze & Dream Pop 2026: tante, tantissime novità

Trentemøller (foto Sofie Nørregaard)

Riecco la playlist Best Shoegaze & Dream Pop 2026 (disponibile su Spotify, Apple Music e Tidal) con un ennesimo maxi aggiornamento. Tra le novità, Trentemøller & Sakura, Japanese Heart Software, Esquimaux, Pearl Moth, Pine District, La Tempesta Gentile, Quinn O’Donnel, Byebye99, Ellecielles, Whereabouts, Clustersun, Drag Us Please, Helen, Chancery Lane, Bad Bloom, Azure Rose, The Sewing Club, Gluecose, Mourning Haze, Como Como, Tarzo, Sidewave, In Her Eye, Belinda Rose, Cosmetic & Quercia. Come sempre, non è una classifica, ma un tributo a una scena che amiamo e che sosteniamo. Salva, ascolta, condividi. E dicci se vuoi chi dobbiamo aggiungere.

Trentemoller & Sakura, Swerve. Shoegaze dell’anno 3026; synth analogici; tornare a casa in bici alle due di notte.

The Sewing Club, Drop C. Cambiare l’accordatura della chitarra; pausa sigaretta cercando di non pensare a te; un venerdì sera trascorso a casa.

Cosmetic & Quercia, Unghie. Più synth che chitarre; la colonna sonora di Stranger Things; stringersi forte per scacciare la paura.

Belinda Rose, Yesternight. Perdere tempo in attesa di chissà cosa; ascoltare shoegaze mentre pattini sul ghiaccio; prendere lezioni di guida a 90 anni.

Azure Rose, December. Stilare classifiche musicali a fine anno; respirare a pieni polmoni mentre nevica; chitarre perse nel delay.

Bad Bloom, Emergent architecture. Scrivere per sbaglio una canzone d’amore; imparare a rimettere insieme i cocci della propria vita; suole di gomma consumate.

Gluecose, Keep them in. L’ultimo giorno d’estate; sigle di serie tv britanniche drammatiche; chiamate non risposte.

Yumeia & Tre Flip, Eterno riposo. Quella batteria può essere ferro e può essere piuma; soffrire fino in fondo; hanno suonato a ShoeGaza #3 all’Arci Bellezza di Milano.

Como Como, Grand combat. Cigarettes After Sex in Costa Azzurra; dj-set al tramonto; riguardare le foto della scorsa estate

Klimt 1918, Dream core. Un disco ogni dieci anni o giù di lì; ritrovarsi in mezzo a una bufera improvvisa; hanno suonato a ShoeGaza #3 all’Arci Bellezza di Milano.

Leaving Venice, Zebra. Piacenza come Portland; persone che si allontanano; hanno suonato a ShoeGaza #3 all’Arci Bellezza di Milano.

Sidewave, Big whisper. Canzoni che iniziano pianissimo e proseguono fortissimo; la tensione tra l’immensità dell’universo e la piccola vita quotidiana; fuochi d’artificio in Alaska.

Whereabouts, Flashback. Pedali fuzz artigianali; DIIV; fare surf in pieno inverno.

Esquimaux, Bricks and bones. Demo ritrovati dopo anni; una tazza di tè caldo guardando la pioggia di ottobre; maniche lunghe.

Ellecielles, Buio presto. Parannoul; cercare plugin a buon mercato; mormorare in mezzo al rumore.

M83, Blister sunrise. Scrivere lettere che poi non spedirai mai; ritrovare un amico che pensavi di non rivedere più; urlare in solitudine per scacciare ogni angoscia.

Byebye99, Skytrace. Bowery Electric; fantasmi dietro l’angolo; poesie scritte a mano.

Tarzo, Rotonda. Offlaga Disco Pax; un’Italia che va a rotoli senza che nessuno se ne renda davvero conto; chitarre dream pop come scudo contro un mondo alienato.

Quinn O’Donnel, Quicksand. Suonare la chitarra elettrica scollegata dall’ampli alle quattro del mattino; candele che stanno per spegnersi da sole; letti sfatti.

Pine District, Corvax. Alzare gli occhi quando qualcuno dice che la voce non si sente; modalità cancellazione rumore per isolarsi dal mondo; ordinare su Thomann l’ennesimo pedalino.

Clustersun, Fire! Fire! Fire! Feste illegali in edifici abbandonati; spaccare rullanti; eruzioni dell’Etna.

Dillon Jo, Vertigo. Risalire dall’abisso della droga; soffrire di vertigini; abbracciarsi forte mentre intorno la gente poga.

DIIV, The fountain. Nomi di band in caps lock; camicia di flanella in piena estate; vivere negli Stati Uniti al tempo di Trump.

She’s Green, Locket. Feeling Minnesota; fiato su vetro freddo; souvlaki space station.

Skiptrace, Rest assured. Canzoni che cambiano tre volte in cinque minuti; ricordi che affiorano; turbolenze in volo.

Shadow Flowers, Paraselene. Mastering spinti al massimo; il grunge non muore mai; scalette scritte a mano.

Helen, Starline. Grouper; l’altro lato della luna; suonare sotto un nubifragio.

Chancery Lane, Lights and sirens. Rotolare ridendo da una collinetta senza farsi male; amplificatori messi uno sopra l’altro; pareti insonorizzate.

Marcovaldo, 99 – 101. Soundcheck alle 18; qualcuno usa il termine “dreamo”; lo trovi ovunque tranne che su Spotify. 

Blue Cinema, Infinite monkeys with infinite instruments. Un sogno che non ricordi più tanto bene ma che ti lascia una bella sensazione; andare in bici all’alba; scrollare reel di Kexp.

Blackberry Crush, Patterns. Trovare la cura nel rumore; gli arpeggi degli American Football; grungegaze o shoegrunge.

Atmos Bloom, It’s enough. Le aspettative degli altri; la vita è una giungla ma il nostro cuore è jangly; gigbag usurate.

Baby B, Pretty boys. Luci stroboscopiche prima che inizi il concerto; fine serata a casa tua; avere vent’anni.

Dottie, Doll. Chitarre abbandonate in soffitta; crepuscolo già alle 16:30; ballare con Audrey Horne di Twin Peaks.

The First Eloi, Drawn into these headlines. Caos calmo; tornare a casa alle 6 del mattino; spegnere le notifiche del telefono.

Laterno, Drift. Lasciare la riva e scegliere la deriva; Cada vez dei Los Planetas; amore a primo ascolto.

Sadplanet, Please. Sentirsi chiedere come stai e non sapere che cosa rispondere; guardare il cielo dalla finestra; chitarre che esplodono.

They Are Gutting A Body of Water & Horse Jumper Of Love, Charter spec. Gruppi dai nomi lunghissimi; e che fanno casino nel garage sotto casa; parole incomprensibili ma stranamente chiare nell’intento.

Feeble Little Horse, Doorway. Distorsioni ovunque; giocare con l’Amiga 500; una soffitta piena di scatoloni.

Lauren Lakis, There. Fammi riprendere in mano quella Jazzmaster dalla finitura sunburst; Hole che ascoltano Slowdive; andiamo a Austin.

Japanese Heart Software, Cold weather. Tu sei Kevin McCallister, io Marty McFly; un amore che finisce senza astio; sciarpe di lana.

Mourning Haze, Breath. Neil Halstead in libera uscita dagli Slowdive; vita rurale e dream pop; film polacchi d’autore anni Ottanta.

Red Red Sun, Designated driver. Specchietti retrovisori; guidare piano apposta; autoradio dream pop.

Fir Cone Children feat. Liisu, St. Vincent. Padre e figlia sotto lo stesso muro di chitarre; il primo concerto della vita è quello di St. Vincent; a tredici anni le idee sono già meravigliosamente chiare.

Grivo, May. Cemento ancora umido; cassette vhs smagnetizzate; leva del vibrato.

Tokyo Shoegazer, Missing. Tokyo quando non c’è nessuno in giro; sparire dentro una canzone; cuffie+volume=buonanotte.

Wishy, Lovesick. Guitar pop come non se ne sente più; stupidamente romantici; correre al parco la mattina presto.

Bleu Reine, Cavalier seul. Cartoline mai spedite; quel bacio che rimpiangerai per sempre; annega la tristezza nel riverbero.

Glazyhaze, Do you? Party in piscina di metà primavera; intorno tutti saltano come pazzi; baciami finché non avrò il tuo stesso odore.

Dalmatia, Dive in. Marine-layer music; leggere i libri di Jennifer Egan; il battipenna dorato della J Mascis Jazzmaster.

Slow Pulp, Red car. Mazda del 96; guidare senza meta purché sia lontano da qui; schitarrate ispide.

Nothing, Toothless coal. Ho perso il conto di quanti pedalini della distorsione ci sono; chitarre come muri scrostati; volume 10 e via.

In Her Eye, Emma. Hanno suonato a SHOEGAZA #3; power trio; Telecaster psichedeliche.

Sundayclub, Blue wave. Alvvays; comprare dischi indie durante il Bandcamp Friday; incontrarsi per caso in fila per entrare a un concerto.

Angel Names, Un dolce finale. La parola partigiano non va mai tolta; la Resistenza prima di tutto; shoegaze oppure rock alternativo: suona comunque benissimo.

Waving Blue, Waves. Chitarre altissime in cuffia; RAM in rapida saturazione; pioggia in arrivo.

Cashier, The weight. Walkman anni Novanta; stanza piccola; suono enorme.

Hitch Von Cassen & The Dreamers, Gatti. La dedico al mio gatto Mogwai detto Capitan Budino; croccantini o bustina?; dream pop o post rock?

Velveteen, Shoot me down. Perché non possiamo fare a meno dello shoegaze; scambiarsi playlist su whatsapp; il tavolo del merchandise ai concerti.

Turnover, Little bees don’t bite. Salva le api per salvare il mondo; chitarre che vanno in derapata sull’arrangiamento; cravatta sottile su camicia a quadretti.

Hazel English, Conversations. Victor Hugo diceva che la malinconia è la felicità di essere tristi; non riuscire a prendere sonno; commuoversi ascoltando la sua canzone.

Honeyboi, kissmekissmekissme. Più che altro Disintegration; Robert Smith apprezzerebbe; si alza il vento.

Doused, Xoxo. La regola delle chitarre offset non tradisce mai; My Bloody Valentine; parapiglia sopra e sotto il palco.

Castlebeat, Stay with me. I Cure; dire a qualcuno di restare sperando che basti; tutto sembra possibile in tre minuti di canzone.

Black Reverie feat. Vanessa Billi, Revolution or reverb. Holy gaze; chitarre a dodici corde; Madchester sulla luna.

Cigarettes For Breakfast, Melting. Il suono delle chitarre oscilla come se respirasse; potenziometri spostati a destra; vetro che si appanna dall’interno.

bill., Claw. Plettri sparsi un po’ ovunque; Converse slacciate; comanda la batteria.

Attic Ocean, Aurora. Provare a reagire a un dolore devastante; suonare più forte della tristezza; il ricordo resterà.

Taglialucci, Celestiale. Una jam session tra Battiato e i Nothing; il rimbombo della città fuori; le domande senza risposta.

Pearl Moth, Daphne. Comodini pieni di libri impolverati; orologi rotti appesi alla parete; stare accanto ad amiche in difficoltà.

Heel, Stare. 60 cycle hum; martellare a più non posso sul rullante; caos + malinconia.

Plaaaato, Circlescope. Testo in ucraino; suoni di chitarra che sembrano frantumarsi e va bene così; correre senza essere inseguiti.

Boy With Apple, Simplicity. Camminare con le mani in tasca a Göteborg; colonna sonora dream pop per sentimenti contrastanti; se siamo gli opposti c’è attrazione o repulsione?

Lozenge, For lack of trying. Un tappeto di cavi colorati; il fonico impazzisce di fronte a questi suoni selvaggi; magliette a righe come nei primi anni Duemila.

Kodaclips, Pirouette. Felpa troppo grande rubata a qualcuno; post punk e shoegaze che risuonano da cuffie a tutto volume; pogare in solitudine in cameretta.

Ultrasaturated, Moor. Esistenzialismo urbano; i fraseggi di Peter Hook; i mezzi a tarda notte.

Youth Valley, Cerberus. Vetro poco prima che si rompe; l’aria densa di un club underground; sai esattamente che il finale sarà un fracasso sacrosanto.

Gnaw, Star. Lo schiaffone arriva al minuto 0.00; la sonorizzazione perfetta di un pogo shoegaze; poi le armonie si addolciscono.

Whitelands, Blankspace. Specchi dritti e ritratti inclinati; vederti sempre e non vederti mai; shoegaze/dream pop al suo massimo.

Whirr, Spiral again. Discutere di pedali del riverbero; canzoni punk sussurrate; stare a letto tutto il giorno.

Mint Tea & Biatlón, Summer is a dream. L’estate è bella solo quando è inverno; riverberoni e arpeggioni; dream pop il nostro folk.

Blackwater Holylight, How will you feel. Sole californiano; nuvole del Nordovest; Siamese dream.

Grigio Scarlatto, Take me. Prendimi per come sono; buttiamoci in mezzo al pogo; accendi tutti i pedalini che hai.

Deary, Seabird. Cocteau Twins a un tiro di schioppo; sale sulla pelle e cielo pallido; piano sequenza al ralenti.

Softcult, Queen of nothing. Melodia pop ma con i denti serrati; non farti buttare giù da questo mondo terribile; e allora fatti sentire.

Mad Honey, Reaching. Dipendenze emotive; diventare una cattiva abitudine; lo shoegaze è sempre dalla tua parte.

Malafauna, Iridi. Hum + Nothing; suono brutale; cuore fragilissimo.

La Tempesta Gentile, Sogno elettrico. Fermare la notte per tenerti qui con me; fare sogni shoegaze; dimenticarsi di regolare la sveglia.

Tuffie, Eraser. Sistemare la stanza ma ciò che hai lasciato resta; scoprire nuove band su r/shoegaze; rullante consumato al centro.

Waves Crashing, Out & away. Bicchieri di birra vuoti sugli amplificatori; la luce accesa del fuzz; le orecchie fischiano.

Misty Coast, Always sun. La luce del sole alle undici di sera; quella playlist dream pop che non puoi fare a meno di ascoltare a ripetizione; e se si mette a piovere è perché stai andando via.

Koko Moon, Croste. Una casa immersa nella notte; se vorrai stammi accanto; puoi ascoltarla ovunque tranne che su Spotify.

Vixsin, Keep it. Chitarre che suonano come dio comanda; una domenica che non finisce mai; un lunedì che è meglio se non arriva.

Swayglow, Grey blooming. Fiaba shoegaze dai toni noir (o grigio siderale); potere femminile; colonna sonora per film inquieti.

Rainsong, Queen of Wands. Ancora nel sogno; le ultime gocce di pioggia; lasciarsi trascinare.

Noday, 30 gradi. Il tocco è pesante; la melodia resta poco più di un soffio; cinque martini a colazione = colazione dei campioni.

Draag, Nsps. Pickup humbucker per cominciare; voce che si appoggia sulle chitarre; un ballo shoegaze come piace a noi.

Darksoft, Spend your days. I giorni sono lunghi e gli anni sono brevi; la verità dentro melodie dream pop.

Manic Sheep, Dream. Un disco del 2026 che in realtà è del 2014; insieme nella stessa felicità; uniti nella stessa inquietudine.