Le 20 canzoni più belle dei Deftones

Foto: Deftones official Fb page

Da qualche tempo, nei vari gruppi Facebook dedicati allo shoegaze ci sono due tormentoni, ovvero le ormai logore battute sul parallelismo shoegaze-aspirapolvere (lo so, le ho fatte anch’io e per questo mi pento e mi dolgo) e soprattutto il dubbio dei dubbi: i Deftones fanno shoegaze oppure no? Io la risposta ce l’ho – ovviamente no – ma è indubbio che il feeling melodico della band ha evidenti affinità con il post punk, la new wave e il dream pop. In occasione dell’uscita di Ohms, Shoegaze Blog propone le 20 canzoni più belle dei Deftones.

20. Nosebleed (1995)

I Deftones del disco d’esordio Adrenaline sono ancora acerbi, in fondo piuttosto allineati a un misto di hardcore e rap-metal che in quel periodo stava cominciando a prendere piede ma che ancora era ben lontano dall’esplosione del 2000. Spaccano parecchio, i Deftones, però il meglio deve ancora venire.

19. Knife prty (2000)

Knife prty è il bignami del Deftones sound: schiaffoni metal alternati a una narrazione emocore che ancora oggi ti prende il cuore, la testa, l’anima.

18. RX Queen (2000)

White Pony è stato il disco che ha definito la carriera del gruppo californiano: detta in altri termini, è stato l’album che ha fatto capire a moltissime persone che nel caso dei Deftones bisogna fare i conti con il fattore sorpresa. In questo caso, abbiamo un batterista più preciso di una drum machine e più imprevedibile di un jazzista. Tutto intorno è new wave, spigoli e malinconia.

17. The spell of mathematics (2020)

Il nuovo disco, Ohms, è la conferma del fatto che, venticinque anni dopo l’uscita del primo album, i Deftones sono ancora una band che ha un senso. Non è un risultato ovvio: la band californiana è riuscita a resistere al tempo trascorso senza immaginare rivoluzioni né tentando forzature. Il suono dei Deftones ha una geografia ben definita, ma i confini si allargano o si restringono laddove è necessario. In questo caso, le chitarre di Carpenter e i synth di Delgado sono fuoco e fiamme fino al progressivo inabissamento conclusivo.

16. When girls telephone boys (2003)

Stephen Carpenter grazie alla sua chitarra a 8 corde (ma ora è appena passato a 9) è un detonatore di distorsioni profondissime, compatte e imperforabili. Il riff del ritornello di When girls telephone boys è quello di un martello pneumatico usato come strumento d’offesa: per suonare questa roba serve il porto d’armi.

15. Hole in the Earth (2006)

Kaboom e melodia: è la formula classica dei Deftones che qui trova una nuova sfumatura in grado di testimoniare, semmai ce ne fosse bisogno, che quella definizione che andava di moda anni fa – i Radiohead del metal – non era poi così lontana dalla realtà.

14. Passenger (2000)

Una volta Chino ha raccontato di quando era andato nella sala dove i Tool provavano abitualmente. Lì vide come componevano le loro canzoni: con la calcolatrice. I Deftones, al contrario, non danno proprio l’impressione di mettersi a contare le battute e controtempi – benché Abe Cunningham sia un signor batterista – ma sanno come costruire da zero un metal adulto, misterioso e psichedelico. Come dimostra questo duetto con Maynard James Keenan.

13. Sextape (2010)

La canzone più dream pop dell’intera discografia dei Deftones è una sorta di catarsi in cui Chino sembra essere vocalmente a suo agio come non mai in queste aperture melodiche che sfiorano la magia armonica dei Cocteau Twins.

12. Beware (2006)

Saturday night wrist è forse uno dei dischi meno amati dai fan dei Deftones, a questo giro mai così vicini ai Duran Duran e a una certa idea di new wave anni Ottanta, sia pure ben carrozzata dal classico approccio metal della band californiana. Questo è un brano di una raffinatezza rara, che si allunga tra i pieni e i vuoti di un suono ormai perfettamente a fuoco e, soprattutto, totalmente fuori dagli schemi.

11. Rickets (1997)

Semplicemente, una canzone che ti prende a pugni dall’inizio alla fine. E il bello è che dopo ne vuoi ancora.

10. Minerva (2003)

Tutto il suono dei Deftones è racchiuso in questo brano: riff giganteschi, ritmi prepotenti, vocalità melodica come non mai. È un singolo perfetto perché racconta esattamente la capacità della band di essere contemporaneamente delicata e pesantissima. In queste note si trovano le tracce di uno stile che verrà ripreso molti anni dopo dai Nothing di Fever queen.

9. Elite (2000)

Elite non è soltanto il brano più brutale dell’intera discografia dei Deftones. È soprattutto una traccia da non ascoltare mai dopo il tramonto. Chino fa il diavolo a quattro con quella voce horror tipo la strega di Suspiria, mentre il resto della band avanza compatta come se fosse pronta a radere al suolo la città. È un pezzo che fa paura.

8. Feiticeira (2000)

La prima edizione di White pony iniziava con questa canzone, che è un rock obliquo e proiettato al futuro, con un’interpretazione vocale di un Chino mai così in palla e una band che reinventa il concetto stesso di metal.

7. My own summer (shove it) (1997)

Il primo singolo di Around the fur è anche il brano che fa fare immediatamente il salto di qualità ai Deftones: non più metal tritatutto e un po’ stancante, tutto forza fisica e poco batticuore, ma un rock moderno, asciutto, visionario. Hanno impostato uno standard che sarà, da qui in avanti, il linguaggio unico e irripetibile della band.

6. Hexagram (2003)

Nel feroce dualismo – vero o fasullo, ma comunque di per sé affascinante – tra l’anima melodica di Moreno e quella ultrametal di Carpenter, a volte succede che a soccombere sono gli altri. In questo caso è Frank Delgado, tastierista e dj. Il suono nucleare di Hexagram si regge sulla voce spezzata di Chino e sulla chitarra al napalm di Stephan, che però finiscono per soffocare gli elegantissimi fraseggi di synth di Delgado: messi un po’ più in su nel mix avrebbero donato ulteriore epica a un pezzo che, comunque, già così spinge i Deftones oltre i loro limiti.

5. Change (in the house of flies) (2000)

Il super singolo di White pony è la canzone che sdogana definitivamente i Deftones nella scena rock internazionale. Un brano che traduce la classica formula incentrata su strofa sussurrata e ritornello al massimo in un’alternanza oscura e insolita, a metà strada tra estetica dark e massimalismo grunge.

4. Pink maggit (2000)

Ecco, no: il singolo rap-metal no. Una forzatura voluta dalla casa discografica che vedeva nei Deftones una risposta a Papa Roach e Linkin Park. Meglio, molto meglio la versione originale, un crescendo emotivamente intensissimo che annienta ogni tormento. Quel cuore che batte, alla fine, è il tuo.

3. Headup (1997)

Che cosa urli Moreno nel ritornello di Headup è ancora materia di discussione su Reddit. Possibile che sia una sorta di incomprensibile e furiosa maledizione lanciata a Dio o chi per lui per la morte di Dana Wells, figlio di Max Cavalera (Sepultura, Soulfly), ospite del brano. Il lutto trasformato in ribellione al destino, la rabbia che diventa via di fuga dalla disperazione: se c’è mai stata una canzone che ha saputo raccontare senza ipocrisie né patetismi la morte come dolore inarrestabile e furia assoluta, questa è Headup.

2. Digital bath (2000)

Quell’anno i Limp Bizkit erano il punto di riferimento del nuovo rap-rock che, nell’arco di una stagione brevissima ma intensa, andò a comandare nella programmazione pomeridiana di Mtv. Il rock futuribile di Digital bath è l’esempio migliore dell’attitudine dei Deftones a portare la loro musica là dove volevano andare: ovvero, lontano dal suono stereotipato del nu metal che, vent’anni dopo, nessuno ricorda più. Questo brano è dunque un piccolo miracolo di rock moderno, anzi contemporaneo, anzi senza tempo.

1. Be quiet and drive (far away) (1997)

Sin dall’uscita di Around the fur, nel 1997, una canzone su tutte è emersa in maniera dirompente, fino a diventare un classico istantaneo del rock alternativo anni Novanta: Be quiet and drive. Con questo brano, infatti, i Deftones iniziano ad allargare il campo e a salutare i diretti concorrenti: per Moreno e gli altri inizia infatti un altro campionato che li vede giocare direttamente con gli Smashing Pumpkins e non più con i Korn. Be quiet and drive è una di quelle canzoni che danno un senso a una carriera e che definiscono le ambizioni di una band che non si è mai sentita in obbligo di rispettare i salamelecchi della scena metal, old o nu che fosse. Sia in versione elettrica che in quella acustica, questo pezzo ha il dono di farti sentire la nostalgia dei tempi andati, “anche se non erano in fondo così belli da vivere”, ha scritto su YouTube un utente. Ti capisco eccome, amico.