Vent’anni fa usciva “Rise and fall of academic drifting” dei Giardini Di Mirò: oggi come ieri, sempre dalla loro parte

Il ricordo che ho del 2001 è che si è trattato di un anno di merda. La morte di Carlo Giuliani, le torture, il terrore, le umiliazioni: è Genova, pare Tienanmen. Dall’altro lato del mondo, crollano le Torri Gemelle, fanno quasi tremila morti e lasciano un buco nero attorno al quale prosperano i peggiori istinti: non solo un altro mondo è impossibile, ma quello in cui ci ritroviamo ha pure azionato il timer per l’autodistruzione. Diventiamo tutti animali: alcuni comici, altri spaventati, molti – troppi – guerrieri, senza una risposta valida al caos che aggredisce la nostra quotidianità. Nel 2001 insomma prende il via quella catena di eventi che renderà la Terra un posto dominato dalla paranoia e il decennio appena iniziato qualcosa di simile a una lunga, tortuosa e snervante seduta dall’analista. Un analista di nome George W. Bush.

Io nel 2001 ho vent’anni e poche certezze: le sconfitte in politica (il 61 a zero di Forza Italia nella mia Sicilia), Nathan Never e il post rock. È uno stereotipo, d’accordo, ma ho sempre pensato che i vincenti fossero soltanto marionette incapaci di provare empatia, con un’unica faccia per ogni circostanza e con le stesse inutili parole per ogni evenienza. A che serve gente così? Nella musica è lo stesso: ai tormentoni preferisco i tormenti e ai ritornelli le code strumentali. Insomma, non posso che schierarmi dalla parte dei Giardini di Mirò e del loro disco più bello, Rise and fall of academic drifting, che esce proprio nel 2001 (vent’anni fa esatti) e che diventa subito la mia colonna sonora immaginaria preferita, un suono dolente e post rock che avvolge, seduce, devasta. È un album importante innanzitutto perché racconta un’Italia musicale artigianale ed estremamente efficace, in cui prevale un senso di comunità in grado di trasformare una piccola scena indipendente in un laboratorio di avanguardia indie rock nel paese meno indie rock del mondo.

Ricordo il video di Pet life saver, con protagonista un Emidio Clementi ancora più crepuscolare del solito (ma com’è che Paolo Sorrentino non ha pensato a lui per Le conseguenze dell’amore?). Ricordo la splendida voce da ninna nanna nichilista di Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu, che porta con sé gli spigoli giusti per consolidare il suono noir della band. Ricordo che questo pezzo mi ha tenuto stretto a sé praticamente ogni giorno negli ultimi vent’anni, come un dono inaspettato che poi diventa parte integrante del tuo scenario quotidiano. Ricordo la copertina arancione di Giacomo Spazio, quell’abbraccio dai confini incerti e dalle intenzioni ambigue – c’è sesso, romanticismo, gioia o malinconia? – che ancora oggi mi sembra una sintesi mirabile di che cosa significhi vivere. Ricordo soprattutto questo suono pulito, rotondo e indomito, un incendio lento che si alza e si abbassa seguendo gli umori di un gruppo che ancora oggi, vent’anni dopo quell’album decisivo per la mia esistenza, è un esempio di coerenza, costanza, coraggio. E che voglio accanto a me per almeno altri vent’anni.