Intervista: Koko. Il diavolo e l’acqua santa

Koko (foto: Chiara Gambuto)

Costanza Delle Rose mentre parla ha lo sguardo che si trasforma in universo: se ti avvicini un po’ ci vedi gioia (tanta), malinconia (qualche virgola), stelle cadenti (a bizzeffe) e fiori colorati (fino all’orizzonte). La cantante e bassista dei Be Forest si è trasferita a Londra ed è diventata Koko: un’artista diversa, più leggera ma non meno inquieta, un suono post punk diy che oscilla tra folk ultraterreno, new wave scintillante, elettronica ai minimi termini. È appena uscito il disco Shedding skin, un album che racconta chi è la Costanza di oggi e, probabilmente, quella di domani.

Andare a Londra mi ha aperto tante possibilità

Costanza, com’è vivere da italiana nella Londra post Brexit?

«Ho iniziato a vivere realmente la Londra post Brexit verso giugno, perché prima sono stata sempre in lockdown. Dunque ho ancora una visione particolare di quella che è la capitale britannica, è tutto nuovo per me. Devo restare lì ancora un po’ per comprenderla».

Dobbiamo considerarti un cervello in fuga dall’Italia?

«Non direi. Diciamo che l’essermi trasferita a Londra mi ha aperto tante possibilità, mi ha messo alla prova. Però il tour di supporto al disco partirà dall’Italia, quindi sono attaccata al mio Paese, ho un legame forte. Tornerò sicuramente a vivere qui, ma al momento ho bisogno di fare le mie esperienze fuori per arricchirmi».

Shedding skin che cos’è per te? Un punto d’arrivo o un punto di partenza?

«Penso che per riuscire a fare le cose al meglio devi essere capace di prendere sia il buono che il cattivo da quello che può arrivare. Devi essere sicura di ciò che sei e di quello che hai fatto. Dunque Shedding skin è un punto d’arrivo perché sono giunta a una condizione di sicurezza personale che mi consente di potermi esprimere liberamente. Ma è pure un punto di partenza: da qui si comincia». 

La copertina di Shedding skin

Che cosa comporta il fatto di essere artista solista? Ti senti più vicina a questi brani rispetto a quelli dei Be Forest? C’è una maggiore sicurezza in te da un punto di vista musicale?

«Diciamo che non mi sono mai considerata una musicista in senso stretto, una cantante o una bassista. Penso di essere in grado di suonare un po’ di tutto, nel senso che riesco a mettere tutte quelle cosine insieme per creare una canzone. Queste tracce sono ciò che scrivo nei miei momenti intimi, c’è un vissuto più sentito, mentre con Be Forest c’era un lavoro che facevamo insieme. Due piani differenti. Peraltro sono canzoni che suono da tanto tempo. Sayonara l’ho scritta nel 2016, è il mio primo pezzo. C’è un trascorso di vita bello lungo».

Proprio in Sayonara a un certo punto canti: «Goodbye old skin, goodbye».

«So di avere, come chiunque, delle parti di luce e delle parti d’ombra. Nel passato le parti d’ombra cercavo di nasconderle, ma poi venivano comunque fuori. Ora invece c’è un’accettazione di ciò che sono, nel bene e nel male. Penso che ci sia una tranquillità di fondo nel volermi esprimere senza filtri né abbellimenti. Il mio goodbye è un addio al mio passato ma non solo, anche la perdita di Andrea Guagneli dei Brothers In Law è stata una tappa molto importante della mia vita, un cambiamento per tutti noi. Ognuno per la propria strada, per il proprio benessere. Un dire addio a quello che è stato, però in una bella maniera».

In Lonely kingdom si sente questo: «Not devil not saint, why do I choose to be one?».

«Le mie parti opposte. Il mio lupo bianco e il mio lupo nero, come li chiamo quando vengono a trovarmi. C’è il lato spirituale, che fa le sue cose, e poi arriva il lupo nero: ho capito che se non si dà cibo a entrambi i lupi, poi uno prevale sull’altro. Io mi sento entrambe le cose. Il buono e il cattivo. La luce e l’oscurità. Il diavolo e l’acqua santa. Sono tutto (ride)».

Foto: Gianna T

Si percepisce anche una certa leggerezza d’animo in questo disco.

«C’è la gioia, che è qualcosa di cui avevo bisogno. Cercavo un po’ di leggerezza e l’ho trovata a Londra, nella casa con i miei coinquilini, persone speciali che mi hanno aiutata tantissimo a tirare fuori questa parte che sapevo di avere, ma che faticava a uscire. Quando canto “I have no fear” è come se dicessi a chiunque di lanciarsi, di non stare a guardare lo schifo intorno. Esprimiti, vai, salta. Polar wander è un inno alla vita e a ciò che possiamo fare, soprattutto in un periodo come questo».

La pandemia ha influito sui tuoi pezzi?

«Ha influito perché ho registrato l’album quando mi sono trasferita a Londra, durante il lockdown. Sono andata dal mio amico Jack Milwaukee, cantante degli M!R!M: abbiamo iniziato a registrare insieme, mi ha dato una grande mano. Avevo tutto il tempo del mondo, non c’erano scadenze discografiche da rispettare. Ho sfruttato questo tempo d’attesa per fare qualcosa per me».

Che fine ha fatto I want to be? Come mai non è nell’album?

«Mi sono scordata di metterla su Spotify, caspita (ride). I want to be è stata registrata in un’altra situazione e mi piaceva l’idea di lasciarla come un’unica, piccola perla, fuori dal percorso che è arrivato dopo».

For a dreamer è dedicata a Guagno dei Brothers In Law

For a dreamer ricorda all’inizio un po’ lo stile di Grouper, salvo poi evolversi in qualcosa di diverso, meno cupo. Come hai lavorato al brano?

«È una canzone che sento molto perché è stata composta dopo la perdita di Andrea ed è per lui. Inizialmente l’idea per For a dreamer era di registrarla solo con chitarra e voce. Dopo averne parlato con Jack, abbiamo deciso di dare al pezzo le sonorità che aveva Andrea con i Brothers In Law ed è come se l’avessimo sentito più vicino a noi. Abbiamo insomma lavorato pensando a Guagno, a che cosa gli sarebbe potuto piacere all’interno di questa traccia. Penso che potrebbe esserne felice».

Come suoneranno queste canzoni dal vivo?

«Ci sto lavorando. Avrò due compagni con me, una formazione con tastiere, chitarra, basso e batteria elettronica. Andremo in giro per l’Italia a fine anno, ma ci saranno occasioni in cui il live sarà più intimo, con tastiera, basso e voce. Sono curiosa anch’io di ascoltare cosa verrà fuori, ma mi sembra che possa essere una bella situazione, sono soddisfatta». 

Che cosa penserai quando sarai sul palco e, girandoti, non vedrai i tuoi compagni Be Forest?

«Sarà molto strano. Stranissimo. Però si va avanti».

Ti hanno detto qualcosa? Hanno ascoltato il disco?

«No».

Qual è lo status dei Be Forest?

«Ognuno di noi ha preso direzioni diverse e vive in città differenti, dopo tanti anni passati insieme era arrivato il momento di seguire la propria strada».