In difesa dell’EP

Amusement Parks On Fire, "All the new ends"

C’è un equivoco nel mondo della musica grande quanto il numero di uscite che ogni settimana affollano Bandcamp e Spotify: si tratta del ruolo dell’EP. Un formato ibrido e sottovalutato che oggi si ritrova schiacciato dal nuovo che avanza – le playlist basate sul predominio del singolo brano – e dal vecchio che non molla – l’album vero e proprio. Partiamo proprio da quest’ultimo aspetto. Oggi il disco è sostanzialmente più un feticcio che un traguardo, un passepartout inutile e necessario al tempo stesso per sperare di essere tenuti in considerazione. C’è da anni infatti una tendenza piuttosto antipatica secondo la quale i lavori con meno di otto brani sono di serie B nel peggiore dei casi e di transizione nel migliore. E in un’era di sovrabbondanza di dischi, canzoni e playlist, non c’è tempo né voglia di scoprire lavori interlocutori. Eppure è meglio dirlo chiaro e tondo: abbasso gli LP, viva gli EP. Una provocazione, certo, ma a fin di bene.

Per voler dire tutto

L’errore principale delle band odierne, soprattutto quelle emergenti, è di voler inserire al primo colpo tutte le canzoni del proprio repertorio in una sola uscita. È chiaro il pensiero che sta alla base di una decisione del genere: l’album, specialmente quello d’esordio, è sempre l’obiettivo della vita, l’atto fondativo della band stessa che ne riassume le motivazioni, le speranze e le prospettive. Il problema, però, è che molto spesso per voler dire tutto si finisce per dire troppo. E il troppo diluisce, confonde, nasconde, fino a far sparire la band tra un milione di altre band. Sia chiaro: non sto dicendo che il formato album sia finito o che proporlo sia ormai un errore. È ovvio che non bisogna essere per forza i Tool o gli Swans per potersi permette di incidere dischi lunghi o lunghissimi, se si ha qualcosa di importante da dire. Però bisogna porsi il problema dell’importanza di dire il giusto, tralasciando il superfluo. Ecco, molto spesso succede che per raggiungere l’obiettivo ci si lasci influenzare un po’ troppo dallo stereotipo di una discografia che non esiste più e che vuole ancora gli album di dodici brani quando la gente pretende ormai soltanto i singoli.

La vanità di un momento

A volte la critica musicale ci mette del suo: nelle recensioni gli EP hanno vita difficile, finiscono un po’ vittime del pregiudizio e anche quando ottengono giudizi lusinghieri vengono in qualche modo tenuti in sospeso, come un antipasto al quale però manca lo sfizio di altre due o tre portate per essere considerato perfetto. Più di tutto, però, c’è la scarsa propensione alla lettura e all’ascolto da parte degli appassionati di musica e anche degli stessi musicisti, spesso troppo concentrati su loro stessi e sulle proprie recensioni per incuriosirsi e partecipare attivamente alla scoperta e alla discussione. Ecco: in uno scenario del genere, così difficile e poco ricettivo, l’album rischia di diventare la vanità di un momento. L’EP invece è messa a fuoco ottimale, è il meglio del meglio, è alta tensione ed emozione massima. Un EP non è un disco azzoppato né un LP con l’horror vacui: non è ciò che manca a definirlo, ma è ciò che contiene a renderlo perfetto. Ridiamo allora dignità all’EP, coccoliamolo come il prodotto ideale di menti che sanno cosa dire e soprattutto come dirlo. Come questi tre EP presentati da Shoegaze Blog.

Premi play: tre EP da scoprire

Amusement Parks On Fire, All the new ends. Alla band britannica bastano tre sole tracce per dichiarare scacco matto e conquistare la top tre degli ascolti del mese di questo sito. Lo shoegaze infinito di Infernal flame è tra le robe più toste che si siano sentite negli ultimi anni: in un album si sarebbe forse persa, in questo EP svetta lì in alto. E non scende più.

Candélabre, Candélabre. Band francese post punk-dream pop, i Candélabre hanno bisogno di cinque brani per farsi notare subito tra le scoperte più interessanti di questo 2018. Ci sono dentro spizzichi dei Cure di Pornography, una vocalità femminile espressiva e preziosa, un suono di chitarre teso e drammatico.

Divenere, Forever. Sette brani sono un grande EP o un piccolo album? Nel dubbio esistenziale che ne consegue, i Divenere tirano fuori un lavoro di riverberi, passione, arpeggi e prospettive. Ben fatto.