Lunedì shoegaze. Siamo ancora nel sogno

Velveteen

Ma quanta bella musica abbiamo questa settimana? Incamminiamoci lungo la traiettoria Italia, Regno Unito e Canada e lasciamo che siano le canzoni a scandire il viaggio (o il sogno). Premi play.

Laterno, Drift

Ci sono delle volte in cui capisci che una canzone è esatta – definitiva, totale: scegli tu – al primo accordo suonato. È un bizzarro enigma emozionale: come fa una sola nota a dirti che sei nel posto giusto, che ascolti la band giusta, che senti la vibrazione giusta? Eppure fai la prova con i Laterno e vediamo se non ho ragione. Lo shoegaze gioca da sempre sui sentimenti nascosti, sugli sguardi laterali, sui discorsi persi: per citare l’artista Tiziano Soro, «un leggero senso di dolce sofferenza, senza la pretesa di soffrire realmente». E questo gruppo italiano esordisce nel modo migliore possibile, un suono shoegaze che è un mare che si infrange e ritorna: Drift è abbandonarsi al flusso, lasciare la riva e scegliere la deriva, come se l’unica cosa importante fosse non avere gravità sotto i piedi. Il battere insistito del rullante e quella espansione perfetta di chitarre ricordano un po’ – per attitudine e malinconia – un vecchio, bellissimo pezzo dei Los Planetas, Cada vez: per dire il livello già raggiunto dai Laterno. E dunque, cari ragazzi, se vi serve un chitarrista o un ballerino scoordinato, chiamatemi. Rovinerò la vostra chimica, ma mi godrò il momento.

Velveteen, My dreams are changing

La memoria spesso gioca seguendo strani schemi sentimentali: i ricordi si trasformano in strappi o rammendi, e diventano più brutti o più belli a seconda di come il tempo ha operato il suo taglia e cuci. Ecco, io non saprei più descrivere con precisione la prima volta che ho ascoltato un brano shoegaze. Ma quando premo play c’è un’eco che risuona allo stesso modo, come se quell’attimo ritornasse sempre uguale eppure sempre nuovo. Ed è l’eco che fa vibrare le canzoni dei britannici Velveteen. Il dna è quello dei My Bloody Valentine, ma la forza armonica spinge le tracce oltre i propri limiti: se Another somewhere è epica shieldsiana, Shoot me down è un noise pop a ranghi ridotti e ad emotività allargata. E poi c’è il glitch rumorista di My dreams are changing, che custodisce una melodia insolita, esuberante e malinconica. Siamo ancora nel sogno, insomma. E sarebbe un peccato svegliarsi proprio adesso.

Zoon, Happy thought school

C’è a volte un certo manicheismo nella scena shoegaze. O meglio, tra giovani e meno giovani persone appassionate di questa musica. Se è shoegaze non può essere dream pop. Se è dream pop non può essere shoegaze. In realtà è sufficiente ascoltare la discografia anni Novanta degli Slowdive – giusto per fare un esempio – per capire che questi distinguo non hanno senso, che il suono è unico e tende a mescolarsi, che semmai si deve parlare di intensità emozionale più che di categorie buone solo per TikTok o Spotify. Atactic del canadese Zoon, per dire, ha l’avvio basculante e onirico del dream pop e la spaccatura dirompente dello shoegaze. One too many nights imbastardisce tutto con una psichedelia sporca, storta, grumosa: ed è una goduria. I suoni della conclusiva Used and stapled (one last dance) fanno zig zag nel batti e ribatti di una grancassa prepotente. E funziona eccome.