Nuova settimana, nuova selezione. I suoni diventano brutali o rarefatti, ma il tasso emozionale resta sempre molto, molto alto. Come sempre, garantisce il tuo amichevole Shoegaze Blog di quartiere. Premi play.
Electric Puma, Million roses
C’è quella morbidezza inquieta che ricorda un po’ lo struggimento lento dei Cigarettes After Sex e il sussurro notturno dei Mazzy Star. È una traccia che sembra spogliarsi di tutto per poter soppesare ogni nota e scandire ogni parola. La chitarra si fa quasi trasparente, sorregge con poco la vocalità dolce ed emozionale. «Questo brano esplora l’esilio non come un concetto politico distante, ma come uno stato emotivo intimo. La sensazione di essere strappati dal proprio paese, da qualcuno della propria famiglia, o da una vita che non ci appartiene più», racconta la cantautrice franco-spagnola, rivelando uno spaesamento esistenziale in cui ognuno si ritrova con l’anima a pezzettini. E però bisogna prenderli uno per uno, questi frammenti, e provare a unirli secondo una nuova logica, un nuovo corso, o anche semplicemente un nuovo suono. Million roses sta appena sotto la superficie, come se fosse in apnea. Ma quando si apre il ritornello, la canzone respira. Insieme a noi.
Eupholia, Headache
Nel video di Headache, si vede il 22enne svedese-canadese Eupholia che se ne sta lì, fermo, mentre gli tirano qualsiasi cosa addosso e in sottofondo si sente questa strofa: «I’m waiting for a reason to come out. And I’ve been bored ‘cause I always keep to myself». Si mostra fragile, insomma, e sincero: la musica è come una strana ferita che non si rimargina, ti porta nel cuore stesso della tua sofferenza e, a volte, ti suggerisce che l’unico modo per uscirne sia starci dentro ancora un po’. Il suono sceglie come coordinate l’indie rock, lo shoegaze e la malinconia, unite fra loro da un riff che sembra un classico istantaneo. Headache si basa su un giro d’accordi tipico per il genere, ma come accade alle grandi canzoni, basta un niente – un’impennata nell’arrangiamento, una piega della melodia – per far diventare il brano una gemma underground bellissima, da cantare sottovoce quando il mondo cerca di schiacciarti. E tu lì, che non solo resisti, ma trasformi tutto in un’emotività condivisa.
Turnover, Down on Earth
«If we try, I bet we could live in a dream», si sente in I see you and realize, con quel vago piglio Cure in sottofondo – le chitarre sbarazzine e quella tipica epperò inspiegabile malinconica euforia: ci sono loro, ci siamo noi. Gli statunitensi Turnover tornano con un disco maturo e azzeccato, in cui le variabili dream, gaze, emo – e tutto ciò che è struggimento ed empatia in musica – sono ben amalgamante.
Chainlacing, Messuage
Quando gli statunitensi Chainlacing decidono di andarci giù pesante, lo fanno per davvero. Sidon, per esempio, è una canzone che alterna armonie gaze morbide e sprofondi metal, un suono che si fa claustrofobico e brutale: ti inghiotte e ti risputa lasciandoti i lividi addosso. Fragile, invece, è un po’ l’opposto: una cantilena folk dilatata nel riverbero. Nel mezzo: post punk, dream pop, shoegaze e un’oscillazione tra quiete e caos.
