La musica di Costanza Delle Rose è una casa immersa nella notte, in cui le forme intorno non si distinguono davvero ma al massimo si intuiscono, lasciando addosso una strana sensazione di mistero. Perché è nel buio che spesso ci si ritrova a fare i conti con le proprie domande ed è lì che sembrano nascere le sue canzoni. Let the wild run at night, il secondo album di Koko Moon in uscita domani 13 marzo 2026 per Urlaub Dischi (e presentato dal vivo stasera all’Easy di Rimini), ha sonorità anomale e affascinanti, quasi tridimensionali: si percepisce una sorta di texture ruvida, un intreccio di folk, dream pop, psichedelia e post punk che sembra stare da qualche parte tra Blonde Redhead, Grouper e Connan Mockasin. Costanza ha una voce sognante, morbida e sfumata, un flusso di coscienza in tonalità malinconica. Ma è anche una bassista dannatamente efficace col suo strumento. Lo si era capito con i Be Forest e ancora di più nel percorso solista: un groove dritto e cupo che accarezza nei momenti di stasi e aggredisce quando serve. E dunque, per la rubrica Senti come suona, eccola che parla di Mustang, Bass VI, scala corta, glockenspiel e, soprattutto, di un pendolo speciale.
Cinque anni tra questo disco e il precedente Shedding skin non sono pochi. Che cosa è successo nel frattempo?
«Sono accadute tante cose, anche abbastanza pesanti. C’è stata una consapevolezza nuova. Dopo il tour di Shedding skin avevo bisogno di fermarmi, per capire veramente chi fossi, anche a livello artistico».
C’è una frase significativa nel comunicato stampa: «I wish I was a wild animal so I don’t need to explain what I was born to be». Ti trovi spesso nella condizione di dover spiegare o giustificare chi sei?
«Sì. Questa frase è un mantra, non è un testo di una canzone. Molte volte ci si ritrova a dover scegliere se esprimere ciò che si è oppure se restare addomesticati. È in quel limbo che si scopre la propria essenza. Solo che poi c’è il giudizio degli altri e si finisce per soffrire. Dunque bisogna accettare la parte più selvaggia, che abbiamo tutti, tirandola fuori, senza vergognarcene. È il messaggio che do a me stessa».
«I want to feel everything», canti in un brano. Che cosa vuoi sentire?
«Tutto. Tutto il bene, tutto il male, l’alto, il basso, la terra, il cemento. Ed essere anche disposta a ferirmi pur di seguire ciò che mi dice l’istinto. Poi ok, puoi trovare la tranquillità se rimani ferma nella tua idea di vita sicura. Ma non è quello che cerco».

Il disco è denso, ci sono canzoni complesse, anche da un punto di vista ritmico, come proprio Feel everything. Nel comunicato stampa leggo di influenze di David Lynch e in effetti qualcosa c’è. Eri già partita con un’idea precisa o questa atmosfera si è costruita canzone dopo canzone?
«L’immaginario si è creato quando ho iniziato ad ascoltare i pezzi uno dopo l’altro. Quando creo non ho una visione, non mi metto al basso o alla chitarra pensando di fare qualcosa di simile a qualcos’altro. Lynch è arrivato in seguito: ho ascoltato i suoi dischi, che sono bellissimi, e ho capito che volevo giocare sia col suono lo-fi che con quello hi-fi»
In effetti è vero: c’è sia la bassa che l’alta fedeltà.
«Mi piaceva questo contrasto perché penso di essere entrambe le cose: sia la parte più rough che quella più eterica».
Ci sono due brani in italiano: è la prima volta per me
In due canzoni, Sirio A e Croste, canti per la prima volta in italiano. In questo modo ti senti in un certo senso più esposta rispetto a quando lo fai in inglese?
«Mi sento più esposta e sento anche che la mia voce cambia. Sirio A è un brano che è nato in una delle mie sessioni mistiche… Vabbè, ora sembro una pazza». (ride)
Dobbiamo approfondire!
«Sirio A per me è la canzone della strega, arrivata non so come mentre utilizzavo un pendolo».
Un pendolo?
(risate) «C’è stato un periodo in cui ho usato un pendolo, facendolo oscillare sopra un alfabeto circolare. Cercavo delle risposte. In un’occasione mi sono accorta che non riuscivo a capire che messaggio stessi ricevendo, fino a quando non ho realizzato che si trattava di note musicali. E allora ho iniziato a suonarle. Il risultato è che il giro di tastiera della traccia è arrivato a me tramite il pendolo e da lì ho iniziato a scrivere il testo in italiano. Una roba wicca, se vogliamo».
Tu componi di notte?
«Sì. Anche se a me piace tantissimo dormire. Ultimamente peraltro devo dire che sto diventando mattiniera. Forse sta cambiando la situazione. Chi lo sa, magari finalmente ci sarà un po’ di luce nel prossimo album».
Il Moon che hai aggiunto successivamente al tuo nome d’arte immagino che c’entri qualcosa con il discorso che abbiamo fatto.
«Sono sempre stata legata alla luna fin da bambina. I miei amici mi chiamavano Koko Moon durante il primo tour, anche come richiamo a Sailor Moon, e ho iniziato a pensare che suonasse meglio di Koko e basta, che si perdeva un po’, mi sembrava tagliato a metà».
Koko era anche poco googleabile.
«Ci ho pensato dopo, non sono molto scafata in questo. In effetti Koko Moon mi aiuta di più».
Com’è nata la collaborazione con Marta Del Grandi in Sirio B?
«Ci siamo incontrate per la prima volta durante una serata al Bronson Club di Ravenna, nel 2021, in cui eravamo entrambe in cartellone. E ci siamo subito agganciate, scambiandoci i vinili e parlando un po’. Con Sirio B ero ferma, non riuscivo a trovare una conclusione, sentivo che non era abbastanza, avevo bisogno di luce. Così le ho scritto ed è partito un botta e risposta tra Londra e l’Italia».
Vivi ancora a Londra?
«No, sono tornata definitivamente in Italia».
La mia musica non è su Spotify, nel mio piccolo ho voluto prendere posizione
Come mai la tua nuova musica non è su Spotify?
«Sono una musicista e nel mio piccolo voglio prendere posizione, pur sapendo che la cosa mi penalizza. Lo sto vedendo».
Stai notando un contraccolpo in termini di ascolti e visibilità?
«Sì, ma d’altronde anche se fossi stata su Spotify non ci sarebbe stato chissà quale interesse. Sono comunque giunta alla conclusione che dopo tutti questi anni voglio fare cose che mi rispecchino al 100%. So che è un discorso che andrebbe esteso agli altri servizi streaming, solo che mi taglierei le gambe: desidero che la mia musica arrivi in qualche modo e non dovrebbero essere gli artisti a subire i danni delle piattaforme e le scelte sbagliate che fanno, dai compensi risicati agli investimenti in settori militari. E comunque ci sono alternative come Tidal, che sono anche migliori a livello di suono».

Qual è stato il tuo primo strumento musicale?
«Il glockenspiel. Non te l’aspettavi, eh?». (risate)
Ok, mi hai spiazzato. Quanti anni avevi?
«Facevo le superiori, credo 15 anni».
Non sarà stato facilissimo trovare una band con cui suonare a scuola.
«In realtà volevo solo suonarlo nella mia cameretta, mi piaceva quel “pin…”».
E il basso?
«Ho iniziato con lo Squier Bronco, piccolino, con la scala ridotta. È pensato per i bambini. Suona benissimo e, anzi, devo cambiargli le corde perché lo voglio riutilizzare. Gli avevo anche sostituito il battipenna, mettendo quello tartarugato, bellino da matti. L’ho un po’ trascurato in questi anni, poverino».
Alla prima prova con Be Forest mi hanno dato un basso e mi hanno detto: «Tieni, suona»
Quando hai capito che il basso sarebbe stato il tuo strumento?
«Alla prima prova con Be Forest me l’hanno dato dicendo: “Tieni, suona”». Ho pensato: ok, benissimo».
È stato complicato suonare e cantare contemporaneamente?
«Difficilissimo. Non conoscevo lo strumento, non sapevo dove mettere le mani. Di fatto ho iniziato suonando le mie cose: non mi reputo una musicista nemmeno adesso, perché riesco a fare solo quello che faccio io».
Il tuo basso oggi qual è?
«Sempre scala corta, un Mustang. Ho preso anche un Epiphone diavoletto, perché mi piace un sacco, ma è troppo grande, non sono riuscita a entrarci in empatia. Lo devo rivendere. Ho bisogno di conoscere lo strumento e sentirmi sicura. Cosa che succede col Mustang. E ora sto provando pure il Bass VI».
Hai appena guadagnato dieci punti. Come lo suoni?
«Come basso e mi piace parecchio. Ci sono poi alcuni pezzi in cui il Mustang lo suono in versione chitarra: col Bass VI la resa è totalmente diversa. E migliore».
Che pedali hai?
«Il Cool Cat della Danelectro, quello azzurrino. È un chorus come tutti gli altri, però più bellino da vedere (ride). Poi un DOD Juice Box, che è un overdrive. Un riverbero Spring King, sempre Danelectro. E un Canyon delay & looper della Electro Harmonix, che userò dal vivo quando suono la chitarra: mi alternerò infatti tra questi due strumenti».

C’è un brano in cui tu senti che quello è il tuo suono di basso?
«Direi Sleep demons. Quando parte il basso mi emoziono, che è qualcosa di non scontato. E penso che quello sia un bel giro».
Ascolti nel tempo libero le tue canzoni?
«Finché ci sto lavorando lo faccio costantemente. Let the wild run at night, per esempio, l’avrò ascoltato quattromila volte, una roba da andare fuori di testa. Ma ora che è stato completato è giunto il momento di dire basta, si va avanti. Però magari capita che sono a cena con amiche che hanno una mia canzone salvata in una playlist. Sento il giro di basso e penso: “Ma cazzo, qui ho spaccato, che figa”».
