Lunedì shoegaze. Alle origini del suono

Whitelands

I due album più attesi di questa inizio del 2026 sono usciti in contemporanea, dunque è il caso di parlarne, perché si tratta di due band che rappresentano lo status quo del nuovo shoegaze. Premi play.

Whitelands, Sunlight echoes

In un periodo in cui lo shoegaze si spinge sempre più verso territori sonori adiacenti al metal, tra accelerazioni improvvise e muri di suono senza chiaroscuri, i britannici Whitelands spiccano per la capacità di riportare il discorso alle origini del suono. Sunlight echoes è un disco in cui le canzoni agiscono e colpiscono come se gli anni Novanta fossero appena iniziati, ma con una freschezza che le rende vive, non museali: e allora sì, che la festa shoegaze cominci.

Softcult, When a flower doesn’t grow

Se segui con regolarità Shoegaze Blog sai perfettamente che il duo canadese è una presenza fissa da queste parti (e nelle classifiche di fine anno). Dopo alcuni ep, ecco il primo album che conferma la qualità della proposta e la solidità della scrittura: When a flower doesn’t grow è un disco in cui il songwriting continua a essere di alto livello pop. I pezzi più aggressivi sono quelli che mi hanno colpito di meno: c’è potenza, sì, però a livello armonico si resta su un grunge tradizionalista e iperprodotto, riff classici e un po’ troppo levigati. Il lato dreamy è invece quello di sempre: luminoso, sospeso, ispirato. Restiamo lì.