Lunedì shoegaze. L’estate sta finendo

Supergloom

Questa settimana il vostro amichevole Shoegaze Blog di quartiere propone tre canzoni molto diverse fra loro, ma tutte accomunate dalla stessa sensazione: una malinconia variamente declinata, ma sempre vibrante ed emozionale. Se non ci credi premi play e ne riparliamo.

Dora Surleau, Été long

La lunga estate di questa artista francese è una risacca emozionale di arpeggi gentili e di tastiere morbide, un sapore di sale che ricorda le malinconie di Beach House e Washed Out. La cantautrice ha una voce in cui non c’è dramma e nemmeno oscurità: è semmai una stella di quelle che sbucano già a metà pomeriggio, una romantica anomalia. Dunque Été long è una canzone che ama i colori caldi e le sensazioni lievi, in cui tutto viene percepito come distante, trasognato, bellissimo. Chiudiamo gli occhi e lasciamo che l’aria fresca di settembre renda la nostalgia di Dora Surleau una festa da vivere a bpm rilassati.

Supergloom, Bleed me out

Gli statunitensi Supergloom ricordano gli ultimi Diiv, quelli con i ritmi ben cadenzati, le chitarre che richiamano una certa idea di grunge e una vocalità che è appena qualcosa di più di un sussurro (ma molto di meno di un urlo). Bleed me out è insomma un caso di scuola di una mutazione genetica dello shoegaze, sempre più orientato a replicare gli stilemi del rock alternativo anni Novanta, ma bagnando quei suoni aspri con un uso spinto del riverbero. Il brano in questione suona bene, è affilato dove serve e ha una tensione costantemente sotto traccia, pronta a esplodere da un momento all’altro.

Platonik Dive, Too beautiful to die too wild to live

I Platonik Dive si apprestano a pubblicare il nuovo album Take a deep breath (in uscita il 13 settembre 2024) e con questo quarto estratto confermano le precedenti impressioni, ovvero che il disco sarà un lavoro di post rock ibrido, in cui ai classici arrangiamenti di stampo ortodosso (le chitarre arpeggiate, i delay lunghi e i riverberi lunghissimi) si affiancano altre soluzioni: tappeti di tastiere, ritmi tutt’altro che narcolettici e una gestione moderna delle dinamiche post. Perché si può trovare l’epicità anche senza necessariamente dover suonare per ventitré minuti lo stesso arpeggio.