Quarantena dream pop. Il senso di colpa

Il sentimento più diffuso in Italia pare essere il senso di colpa. C’è un amico che avrebbe dovuto partire col suo primo vero tour tra marzo e aprile: tutto annullato, ovviamente, e tutti a casa. Senza nemmeno sapere se e come verrà recuperato, perché nel frattempo altri tour, altre band, altre priorità si sommeranno nei mesi a venire e chissà se i pesci piccoli avranno ancora almeno un acquario in cui nuotare. Me ne parla in videochiamata e, scherzando ma non troppo, sembra quasi alludere al fatto che alla fine il coronavirus è arrivato in Italia per punirlo di aver immaginato di poter essere felice facendo quello che ama e non quello che deve. Non è la prima volta che sento un discorso del genere: mi ha fatto la stessa battuta un po’ macabra (“Il coronavirus è arrivato a causa mia”) un’amica che aveva da poco ottenuto un mutuo per acquistare una casa dopo anni di stomaco in fiamme e precariato mordi e fuggi. Perché ci si sente colpevoli di tutto se l’affanno dà una tregua anche solo per un unico maledetto attimo: d’altronde se da tempo lo standard è sopravvivere a costo di tutto – della libertà, del lavoro, della dignità – con il coronavirus c’è stato semplicemente un salto di qualità. Stare a casa è la risposta più sensata di fronte all’imponderabile. Ma poi, quando tutto questo finirà, che cosa ci diremo?

The Radio Dept., You fear the wrong thing baby. Il nuovo brano dei Radio Dept. è già adesso uno dei pezzi migliori del 2020: “You’re hung up on looking strong”, si sente alla fine di una canzone che scorre via come un ricordo di vent’anni fa che di tanto in tanto riprende a squarciare il tuo cuore rammendato alla buona. Oggi nessuno si sente forte: c’è troppa preoccupazione pure per fingere.

Flamingo, Komorebi. In giapponese, il termine komorebi viene utilizzato per descrivere la luce che filtra tra le foglie di un albero. Questo disco racconta gli anni che Lavinia Siardi, cantante del progetto Flamingo, ha trascorso per lavoro a Tokyo: quel senso di  isolamento e alienazione si incastra sin troppo bene con l’attuale quarantena casalinga. Il suono spinge in avanti le distorsioni e poi si ritira tipo risacca post rock: si chiama bellezza.

Vacant Gardens, Under the bloom. A proposito di bellezza: questo disco dei Vacant Gardens è un capolavoro dolente e imprescindibile di slowcore e dream pop, una musica che serve come bene di prima necessità, perché trasforma in poesia queste giornate in cui tutto è immobile, tranne la paura.

Deserta, Black aura my sun. È un disco che era sfuggito ai nostri radar ed è giusto segnalarlo, soprattutto se ami il dream pop di una volta, tutto riverberi e introversione. Save me richiama la stessa epica solenne dei Cure di Disintegration, Paradiso è synth pop sentimentale in stile M83, Monica è post punk come dio comanda. Ottimo album.