Playlist: dieci canzoni per chi odia il Ferragosto

Foto di Ilaria Sponda

Oggi penso all’Italia, a tutte quelle spiagge affollate dal nord al sud e mi viene da dire che non mi manca nulla di tutta quell’afa, di tutte quelle chiacchiere a tempo perso, dell’odore di crema solare e del sapore di mare, dei mille colori che saltano all’occhio che hanno perso il fascino degli anni Settanta per lasciare posto al kitsch del post Duemila. Penso con un sorriso alla mia famiglia che si sta preparando al pranzo di Ferragosto in un paesino sperduto della bergamasca e che mi ricorderà a tavola mangiando dello stufato alla Guinness. Io berrò direttamente una pinta con qualche amico in serata, per concludere il Ferragosto qui in Irlanda, una non-festa dal cielo grigio eppure gioioso e stimolante come pochi.

Shoegaze Blog oggi propone dieci brani perfetti per chi vuole chiudere gli occhi e immaginare spiagge enormi e deserte, l’oceano quieto e la silenziosa brezza marina che culla il garrito dei gabbiani.

 

1. Middle Kids, Real thing. Una perla tratta da New songs for old problems (2019), ultimo EP della band di Sydney uscito a maggio di quest’anno. Un brano per “romantici senza speranza” e “magneti per l’ansia” pronto a ipnotizzare come un inno pop, con l’aggiunta di una musicalità noise e una stratificazione di suoni standard di basso, chitarra e batteria e arrangiamenti dalla trama elettronica e riverberata. Una voce fresca, ispirata a quella meravigliosa di Dolores dei Cranberries. In sintesi, i Middle Kids non possono che rimanere sotto i nostri riflettori.

2. FONTAINES D.C., Hurricane laughter. L’album di debutto Dogrel (2019) non poteva essere meglio di così. Una sintesi di post-punk e garage rock incastonata in una narrazione fluida e ritmica. Da Dublino una band ribelle che sa prendersi lo spazio che le spetta all’interno della scena musicale: autentica, urbana e brutale nelle monotone declamazioniUn’ode a una città, un’invettiva contro la società, un assalto violento. Questi ragazzi sono la prova che una seicorde può ancora scatenare una rivoluzione anziché limitarsi a tirare la volata a certi stanchi cori da stadio.

3. The Murder Capital, Don’t cling to life. Un’altra band dublinese colta al momento del debutto. Con solo qualche singolo punk-rock pubblicato, i Murder Capital hanno già aperto per gli Idles e portato a termine un tour in UK. Brutali e ruvidi, ma anche dolorosamente delicati come un livido viola. Una voce solitaria come un urlo che ottiene solo eco smorzato come risposta, un ritmo di batteria alla Joy Division e un flusso in bilico tra quiete e disperazione alla Pixies. Questi sono solo alcuni riferimenti per una band che ha già trovato la propria chiave di interpretazione della realtà. C’è sempre del bello nell’oscurità.

4. Minihorse (ft. Anna Burch), Drink your dry. Dal Michigan un debut album fatto di sogni disturbati e paesaggi sonori psichedelici, leggeri e analogici. Cosa fare quando la nostalgia assopisce la mente? È giusto perdersi nei labirinti fumosi e pallidi di giorni persi che non torneranno, però dopo un po’ bisogna tornare dove tutto è più lucido e vivido: il presente. A questo ci pensano chitarra e basso, costantemente gracchianti e autentici, espressione perfetta di questo suono cacofonico.

5. Club Night, Trance. Intricati e acerbi: un tumulto di emozioni intensamente vivaci e puerili accentuate da toni DIY e lo-fi. Fuori dagli schemi, fuori da ogni genere, un po’ sconsiderati ma coscienti allo stesso tempo della direzione da intraprendere. Il caos è una via da intraprendere prima o poi nella vita (meglio prima che poi, comunque). I Club Night sono un mosaico, un caleidoscopio, un quadro astratto: si possono capire solo nell’insieme, cogliendoli nella totalità.

6. Hibou, An hour of vision. Dall’ultimo ultimo album giunto dalla sua personale galassia – Halve (2019 ) – possiamo apprezzare la dicotomia tra synth superficiali e fluorescenti e i sussurri dall’aura punk e retro. Questo brano è come quella foto fuori fuoco, mai scattata, del primo e unico amore che si pensa di non poter più ritrovare: sento ancora quell’aria fresca tra i capelli e il suo sguardo caldo e familiare scaldarmi fino alle radici del cuore.

7. Methyl Ethel, Scream whole. L’arte di uccidere ogni emozione è astratta e surreale per Jake Webb. Con il terzo disco Triage (2019) questo ragazzo australiano si sposta a un livello superiore di complessità, sempre rimanendo fedele all’oscurità rosea e intima degli inizi. Il poeta del subconscio, delle ombre proiettate sul muro della propria stanza, sa ancora una volta esprimere emozioni astratte rimanendo ultra-personale.

8. Pencey Sloe, Lust of dead. Un flusso minimale e rallentato tra lo shoegaze e lo slowcore fuori da ogni comfort zone. I Pencey Sloe hanno un’anima parigina e gotica, fatta di forti contrasti e pieni e vuoti. Respiro e oppressione si fanno guerra dall’inizio alla fine dal profondo di un abisso nero e distante, eppure così vicino e presente. Emotivamente forti, da ascoltare con cautela e anche con profonda attenzione per l’alto livello di esecuzione.

9. Rev Rev Rev, One illusion is very much like another. Abbiamo parlato molto, moltissimo, dei Rev Rev Rev su Shoegaze Blog e non ci stancheremo mai di farlo. Con questo ultimo singolo, estratto dall’album Kykeon in uscita a settembre, ci ricordano perché li amiamo così tanto: per la loro capacità di essere abrasivi e alienanti e allo stesso tempo così umani e caldi. Questo il motivo per cui non si può che premere play più di una volta di seguito. Frizzanti ed esplosivi, ma anche sommessi e logici in tutto il loro splendore. Impossibile stare fuori dal flusso.

10. Horsebeach, Mourning thoughts. Fresco e melanconico come una pioggerella estiva, traspira tristezza ma non miseria. Un fluire quieto di emozioni calde espresse in chiave jazz sottotono e dream pop frusciante. Pensieri in libertà non costretti in sentenze o giudizi. È tutto un “se”, un “magari” appeso al filo dell’indecenza che porta ogni innamorato perso a mettersi in discussione per ogni spazio concesso all’altro e per ogni silenzio regalato.