Berlino, Hard Wax, techno e Nagamatzu: un racconto di synth e suoni che bruciano

Foto di Ilaria Sponda

Il sole è ormai tramontato, Berlino si tinge di buio, le luci calde e fioche dei lampioni illuminano a stento la strada fuori dalla stazione di Kottbusser Tor. Mi addentro nel quartiere di Kreuzberg con l’aria di chi sa cosa cerca. Infatti è così: fuori dal centro città, dove non si vede più la Fernsehturm di Alexanderplatz stagliarsi all’orizzonte, dunque lontano da sguardi indiscreti, mi sto dirigendo verso Hard Wax, uno dei più vecchi negozi di dischi di elettronica e dance a Berlino. 

Un odore di cera e umidità

Fondato nel 1989 da Mark Ernestus, Hard Wax è stato sin dall’inizio un punto di riferimento per la comunità techno mondiale, contribuendo allo sviluppo della scena durante gli anni Novanta. Insieme con il club Tresor, ha avuto importanti relazioni con Detroit, città-simbolo di questo genere. Ancora oggi è il tempio della distribuzione dei lavori delle etichette più forti, eppure è collocato in un insolito cortile interno, delimitato da una serie di palazzi dall’appeal qualunque. Un ingresso poco rassicurante, una scalinata di quattro o cinque piani ricoperta di tag e sticker di etichette discografiche, un odore forte di cera e umidità, una luce mal funzionante: le premesse perfette per un luogo di culto underground. Varcata una cigolante porta di metallo, ecco di fronte ai miei occhi una distesa di vinili perfettamente disposti per genere, etichetta o luogo di provenienza.

Tutto ciò che è esposto e catalogato può essere preso e ascoltato al momento: roba da non andarsene più. Purtroppo però è quasi ora di chiusura e allora i tempi vanno ottimizzati. Do una sbirciata veloce ai vinili leggendone gli abstract e squadrandone le grafiche di copertina, fino a quando non trovo qualcosa di davvero curioso nella sezione new wave: Above this Noise, dei Nagamatzu, un duo inglese composto da Andrew Lagowski e Stephen Jarvis.

Un suono totalmente figlio del proprio tempo

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Questi due ragazzi sono cresciuti tra gli anni Settanta e Ottanta nella UK all’apice della sua stagione punk. Andrew e Stephen si sono conosciuti quando erano ancora a scuola a Ipswich. Amavano la stessa musica: Joy Division, Cabaret Voltaire, The Cure, Tubeway Army, Human League e molti altri. Era il 1982 quando suonarono al primo live con il nome Nagamatzu (proprio come il personaggio di Atrocity exhibition di JG Ballard). Accadde al pub Albion Mills, probabilmente già col terzo membro del gruppo, Andrew Fleck, il quale si è certi che li ha lasciati prima dell’uscita dell’album Sacred islands of the mad

Un Ferrograph Logic 7, una drum machine di seconda mano, un basso, una chitarra e una keyboard. Un suono che brucia, totalmente figlio del proprio tempo: influenze synthwave, riferimenti alle musiche di film come Halloween e Fuga da New York di John Carpenter o alla colonna sonora di Blade Runner firmata da Vangelis, ma anche i Cocteau Twins e i Joy Division. Uno stile si è evoluto nel tempo, assorbendo e provando a emulare i modelli ai quali si sono ispirati. Hanno sperimentato poco in ambito vocale: Stephen considerava le voci nelle canzoni come dei puri strumenti musicali ed era affascinato da Dif Juz (4AD band) e da O Yuki Conjugate (Final Image), entrambi interamente strumentali.

Nagamatzu
Nagamatzu

Oscuri, scheletrici e ben strutturati e complessi, i Nagamatzu disegnano un pezzo degli anni Ottanta British, risultando ancora oggi moderni e imprescindibili per i DJ più all’avanguardia di Berlino e non solo. Rilasciato nel luglio 2016 dalla Dark Entries Records, Above this noise è una raccolta di tracce registrate dopo Sacred islands of the mad del 1986 e l’ultimo LP risalente al 1991, Igniting the corpse. Le nove canzoni sono un misto di brani inediti e canzoni già apparse su compilation negli anni Ottanta. Ecco che cosa ha catturato la mia anima shoegaze.

Melancholy Oxide – Ossessiva, minimal e con distorsioni graffianti e smussanti allo stesso tempo, un po’ alla Cocteau Twins appunto. La malinconia sale sempre di più, ma non se ne può fare a meno. È proprio uno di quei brani per cui premere play in loop per affondare in un drappo di velluto senza fine.

Shroud – Se chiudi gli occhi ti sembra di stare in un club dance underground, ma la sensazione dura poco, solo qualche secondo. Appaiono spettri e ombre intorno, si fanno vivi echi di voci umani distanti. Eppure la voglia di muoversi a ritmo rimane, senza paura di perdersi.

Carmine – September 1986 version – Incalzante, energica, ben strutturata. Distorsioni e riverberi scaldano il cuore e danno tridimensionalità a una sequenza altrimenti statica e senza dispersione. Un brano in bilico tra dance e post-punk: non si sbilancia, ma funziona alla perfezione.