Intervista: Klimt 1918. Sparire, tornare, bruciare

La musica dei Klimt 1918 cade a strapiombo. Bem, uno schianto: ti toglie spazi, ti azzera il fiato. Assordante anche a bassi volumi, figuriamoci alzando i parametri d’ascolto. Una delle migliori band shoegaze italiane (Sentimentale Jugend è tra i venti album più belli di sempre della scena secondo il tuo amichevole Shoegaze Blog di quartiere) torna finalmente con il nuovo disco, Àmor, in uscita domani 12 giugno 2026, che è un muro di suono in un modo che per una volta non sembra un luogo comune, ma una realtà fattuale. Perché sono canzoni dalla pressione sonora enorme, senza mezze misure e senza via di fuga, ma che portano con sé un paradosso interessante: tutto questo frastuono – tutta questa pienezza – per raccontare tutta questa solitudine. L’amore, dice il gruppo romano, finisce per accendersi nella sua assenza.

Marco Soellner, chitarra e voce dei Klimt 1918, bisogna partire dai dieci anni che separano Àmor da Sentimentale Jugend. E dagli otto anni di distanza tra questo e il precedente Just in case we’ll never meet again.

«Non è successo nulla di particolare. Ci sono le vite di quattro persone con le loro consuetudini e i loro progetti. Ritorniamo solo quando abbiamo veramente qualcosa da dire. È qualcosa che oggi si è un po’ persa, visto che il mondo va veloce. Noi invece siamo ancorati alla maniera di fruire la musica che avevamo da ragazzi. Non abbiamo necessità di correre».

È anche un approccio molto shoegaze, visto che i tempi tecnici decennali tra un disco e l’altro fanno parte della storia di questo genere. Una pausa così ampia non ti ha fatto temere che la band potesse restare incompiuta e che la magia si andasse a perdere?

«Quando devi risentire una persona con cui hai perso i contatti da anni, c’è una certa timidezza nel riallacciare i rapporti, una difficoltà a trovare le parole giuste. Lo stesso avviene con la musica. C’è un momento di non detto in cui bisogna riprendere coscienza del proprio ruolo di musicisti, tornando a dialogare con la musica, per gradi, vincendo il pudore, finché tutto diventa vulcanico».

Qual è stato il brano da cui sei ripartito?

«Nexus è il primo pezzo che ho scritto, con cui ho rotto il ghiaccio. Più silenzio c’era, più avevo bisogno di wall of sound».

Oggi gli algoritmi premiano canzoni che durano due minuti o poco più. Voi invece avete pubblicato tre singoli della durata di sei minuti e mezzo, cinque minuti e mezzo e sette minuti. Siete pazzi?

(ride) «Le canzoni non volevano finire. A noi non interessa scrivere singoli o hit, non abbiamo la concezione di un album come somma di tracce. La mia generazione è cresciuta con le cassette e i vinili, non c’era la possibilità di skippare, dovevi ascoltare tutto dall’inizio alla fine».

Non ti preoccupa che il messaggio unitario del disco si perda a causa di modalità di fruizione che premiano le playlist rispetto agli album?

«L’unica paura era di non tornare più. Siamo sempre stati sul filo della sparizione e il nostro sound è figlio di questa tensione. Quando smetteremo di suonare nessuno se ne renderà conto perché avverrà all’interno di queste pause e una di queste si trasformerà nella nostra fine. Era questa la preoccupazione, piuttosto che avere a che fare con una contemporaneità sempre più legata alla canzonetta».

Lo shoegaze è una visione politica di stare al mondo

Nell’ultimo decennio lo shoegaze è cresciuto in maniera inaspettata in termini di visibilità mediatica. Come ti sembra che sia oggi la situazione?

«Lo shoegaze per me è una visione quasi politica di stare al mondo. Lo era alla fine degli anni Ottanta, lo è ancora adesso. All’epoca era una sorta di contraltare a un certo modo sopra le righe di concepire il rock, in un’epoca dominata da band come i Guns N’ Roses, che rappresentavano tutto ciò che non volevo essere. Lo shoegaze era invece l’opposizione, il diritto di guardarsi le scarpe e di essere introversi sul palco. Oggi viviamo in un periodo storico che ha creato una tale sovraesposizione che la timidezza è un atto politico e c’è una nuova generazione che rivendica il diritto di non essere performanti. Lo shoegaze ha lo stesso ruolo di trent’anni fa: rallentare il ritmo. Non è un genere, ma un’idea di concepire la vita. E rivendico di non dovermi mostrare performante e istrionico sul palco».

Il titolo dell’album, Àmor, è Roma ma scritto al contrario. Vuoi diventare l’Antonello Venditti dello shoegaze?

(ride) «Roma in sé non c’entra nulla. Il romano normalmente è estroverso, capace di districarsi nelle situazioni. Un suo tratto caratteristico è la disinvoltura. Io invece sono un romano atipico: lo sono per alcune cose, ma non per altre. Di sicuro non mi ritengo disinvolto. In realtà il titolo parla del sentimento più importante: l’amore».

E che cos’è per te?

«Un momento di riflessione. Ho immaginato qualcuno che rimane sveglio la notte perché è travolto dalla passione. Per quanto l’amore ormai sia banalizzato e ridotto a barzelletta, in realtà è qualcosa di devastante: si porta dietro anche negatività. E produce incendi».

Ascoltando i testi, l’amore mi sembra descritto sia in modalità fisica («Your lips on my lips. My sex in your sex»), ma anche come perdita («Love is a loss»). È quasi un amore disperato, per citare una canzone famosissima. Dal tuo punto di vista l’amore ha uno sbocco inevitabile nella solitudine?

«Non esiste amore e non esiste passione se non c’è stata mancanza. Spesso l’amore è un uomo, o una donna, che non c’è, come un fantasma. Il raggiungimento di un rapporto fisico finisce per distruggere il desiderio, in qualche modo lo rimpicciolisce. È invece nella mancanza che si innesca l’incendio. Ma l’amore non è solo legato a una persona. Per me il corpo mancante era la musica. Dunque il disco in realtà è dedicato alla musica, che era il fantasma nelle nostre vite».

Non sono mai riuscito ad appartenere a niente

In Dream core canti: «The effort not to belong». Sembra che il disco sia attraversato da personaggi che si sentono fuori posto.

«Non sono mai riuscito ad appartenere a niente ed è qualcosa che mi porto da ragazzo. Ricordo che avevo iniziato ad ascoltare black metal, poi ho avuto una parentesi nel dark wave. Secondo me essere shoegaze significa non essere da nessuna parte. E la musica diventa senza confini, qualcosa che è riverberata in un modo che sembra acqua, ma che non può essere contenuta in niente. Non hai un’identità chiara e non vuoi averla».

Come avete lavorato ai suoni?

«Fin dall’inizio avevamo in mente il suono più grande e spazioso possibile. La migliore definizione è una tempesta di sabbia, come peraltro si vede nel video di Dream core. Abbiamo immaginato una sonorità pulviscolare di chitarra, come una nuvola di sabbia che viaggia a forte velocità ed è abrasiva. Una nuvola che ferisce, insomma. È un album da ascoltare dallo stereo, sfruttando l’aria degli speaker e ciò che che dagli speaker arriva alle orecchie. Siamo cresciuti con l’hi-fi e non con gli mp3: le frequenze alte che colpiscono i timpani e quelle basse che ti martellano sullo sterno. Ho sempre in testa quell’esperienza quando lavoro a un disco. Spero che le persone lo ascoltino così e che queste chitarre impattino sul loro petto».

Come avete raggiunto questo obiettivo?

«Unendo diversi layer di chitarre, una tecnica super utilizzata non solo nello shoegaze. Niente di nuovo, ma aggiornata secondo le nostre necessità. C’è un disco in particolar modo che ci ha influenzato: In the court of the Crimson King dei King Crimson, che presenta effettivamente lo stesso approccio, ovvero tante chitarre che fanno la stessa cosa e producono, attraverso le imperfezioni dell’esecuzione, un effetto di grandezza e apertura. In Àmor non ci sono assoli o stronzate, ma le chitarre suonano tutte insieme, concepite nella loro interezza, come un ensemble».

In Petricore canti in italiano e non è la tua prima volta. Che cosa ti spinge a scegliere tra la tua lingua e l’inglese?

«È facile scrivere in inglese, che è molto musicale e spesso si lega di più al ritmo che al significato. Con l’italiano devi stare attento a non risultare banale, comporta più responsabilità, ti espone. Ho in mente per il futuro di fare un disco totalmente in italiano».

Ma non è che dobbiamo attendere altri dieci anni? Che nessuno di noi sta diventando più giovane!

«Spero di essere più veloce, ma in realtà è una questione di sentirsi a proprio agio. Se riesco a essere meno indeciso allora sì».

Facciamo che quando sei indeciso mi chiami, così ti sprono io.

(ride) «Vallo a dire a Kevin Shields. Fino a vent’anni di pausa sono ancora all’interno del classico range shoegaze. Poi, se supero pure i suoi tempi, potrai tirarmi le orecchie».