Mentre l’unica vera ambizione del mondo sembra essere il caos reazionario in ogni sua declinazione, ascoltare musica non dovrebbe tradursi in un isolamento comodo. Perché l’aria che tira è sempre più tossica e ciò di cui abbiamo bisogno è consapevolezza, non rassegnazione. La grande umanità che da sempre caratterizza lo shoegaze – quella condivisione di solitudini che si ritrovano insieme – è la prova che c’è ancora spazio per la compassione, la sensibilità, l’aiuto reciproco. E questi tre progetti lo dimostrano.
Cigarettes For Breakfast, Slow motion
La canzone che dà il titolo all’album propone un contrasto interessante che ricorda un po’ quanto fatto all’epoca dai My Bloody Valentine: una vocalità astratta, quasi androgina, che sembra disegnare melodie malinconiche al rallentatore, mentre il resto della musica è fuoco e densità. Dalla Pennsylvania i Cigarettes For Breakfast propongono una visione ortodossa dello shoegaze che non ha mezzi termini: chitarre d’assalto, ritmi tridimensionali, svisate rumoriste. E quel senso di precarietà emotiva che sembra trovare uno scopo diverso in mezzo a queste armonie oscillanti, come se il suono fosse l’unico posto sicuro rimasto.
A Day In Venice, Running
Il percorso artistico di A Day In Venice nell’ultimo anno è stato caratterizzato da frequenti cambi stilistici: a volte sono sfumature, altre volte sono ribaltamenti. Ciò che resta come costante è un certa empatia, che è l’ossatura del nuovo singolo Running. Un brano indie rock ampio, aperto e compiuto, con una chiara predisposizione shoegaze che si sente nel crescendo dell’arrangiamento. È una canzone che non ha nulla da nascondere: ciò che senti è ciò che è. E ciò che è non è davvero niente male.
Cloakroom, Last leg of the human table
L’incedere disinvolto di Bad Larry – tra la concretezza del country e il scintillio del dream pop – nasconde un personaggo da songwriting esistenziale, quando la vita vera diventa prima disillusione, poi rassegnazione, infine fallimento. E se l’invisibile trova il suo spazio dentro un girotondo di melodie orecchiabili, è difficile restare indifferenti: «Well the lines they get blurry, when there’s no need to hurry. I can’t tell you last time I’ve eaten, or how a bitter heart keeps beatin’». Sembra il monologo interiore di uno dei protagonisti sconfitti di certi capolavori dei R.E.M., ma gli statunitensi Cloakroom non si fermano lì: nel loro orizzonte si sovrappongono almeno tre o quattro dimensioni diverse. C’è la malinconia (The lights are on) e il furore (Ester wind), il rumore terra terra (Clover looper) e lo shoegaze rafforzato motorik e sparato nel cosmo infinito (Story of the egg). Dall’inizio alla fine, un disco che non consola e non risolve. Ma resta.
