Quarantena dream pop. Ogni incubo finisce sempre allo stesso modo

Candace

Quando ancora la terra girava per il verso giusto, avevo iniziato la mia attività di runner. Nello specifico, avevo raggiunto i seguenti obiettivi: cinque minuti a ritmo sostenuto, dieci minuti a ritmo blando, venti minuti a denti stretti, venticinque minuti all’ultimo respiro. Lo so, abbiate pietà, ce l’ho messa tutta. Il problema è che il freddo non intenso ma fiaccante di un inverno timido ma tignoso ha poi rapidamente preso a picconate la mia esile forza di volontà, che non si è fatta pregare due volte a dare ascolto al più subdolo dei consigli: aspetta l’arrivo della primavera, ovvero hasta la pigrizia siempre. Ecco, ora che il cielo si è ridotto a una stanza, provo a cercare nuove motivazioni pensando che in fondo non manca poi molto all’estate. D’altronde ogni incubo finisce sempre allo stesso modo: con il mondo che torna al suo posto e i cattivi pensieri che galleggiano sopra la tua testa per qualche istante ancora, finché non vengono trafitti dal primo raggio di sole del mattino.

Candace, DM-100. Portland è una di quelle mete che prima o poi diventeranno qualcosa di più di un sogno inespresso. Nel frattempo, mi faccio raccontare la quotidianità di questa città ancora troppo lontana dal bellissimo dream pop ad acquerelli delle Candace.

Kwieta, Eyve. In tempi così assurdi in cui la libertà di misura ormai in metri quadrati percorsi e in distanze irrisolte, ad allargare gli orizzonti e a regalare empatia ci pensa il dream pop siderale di questo progetto dalla Florida.

Uniforms, Casi famosas. Secondo il regista e compositore argentino Enrique Santos Discépolo, il tango è un pensiero triste che si balla. Volendo, si potrebbero usare le stesse parole per il dream pop degli spagnoli Uniforms, soprattutto quando cantano che non tutto è festa e champagne, mentre sotto la musica brilla e i riverberi si allungano. Ma non è un inno alla sconfitta, bensì alla rinascita.