ShoeGaza Vol. 2 Preview: Satantango. Riaccendiamo i riflettori su Gaza

Foto Giulia Gatti

L’album dei Satantango, con le sue traiettorie emozionali a volte dritte, talvolta sghembe, sempre esatte, lo descrive benissimo Valentina Zona, giornalista, cantante dei Can D e ideatrice di ShoeGaza. Una che ne sa, insomma, e che pesa ogni parola: «Satantango è un disco che si concede di essere nostalgico e sognante, mentre tutto cade a pezzi. Satantango ci ricorda che possiamo ancora essere romantici», scrive nella sua recensione su SentireAscoltare. Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi hanno messo su questo progetto di shoegaze e dream pop ad altezza d’uomo, tra suggestioni cinematografiche, ricordi in dissolvenza ed emozioni al ralenti. È davvero bello sapere che ci saranno anche loro sul palco dell’Arci Bellezza di Milano per la seconda edizione di ShoeGaza, il festival shoegaze a supporto di Gaza che si terrà il 20 dicembre 2025. I biglietti si trovano (ancora per poco!) su Dice e l’incasso, al netto delle spese vive, andrà a Medici Senza Frontiere. Come sempre, grazie Valentina Zona, grazie Davide de Polo di In A State Of Flux, grazie Arci Bellezza, grazie ai gruppi (Satantango, Stella Diana, Six Impossible Things, Glazyhaze), grazie ad Alessandro Baronciani. E grazie a chi verrà.

«Prima dei Satantango abbiamo fatto tanto in provincia», racconta Gianmarco. Traduzione: «Suonare in giro alle sagre e fare cover e tribute band. Abbiamo suonato parecchio i Pink Floyd, i Genesis, i Jethro Tull. Poi, banalmente, siamo passati a Vasco, Ligabue, quelle cose ultra padane per cui vai alla festa della birra del paese». L’abbiamo fatto più o meno tutti e, comunque, Piccola stella senza cielo è un pezzo stupendo. Un paio d’anni fa però qualcosa cambia: «Abbiamo iniziato a scrivere i primi brani, che poi sono quello iniziale e quello finale dell’album. Il resto della scaletta segue l’ordine cronologico di composizione», dice Valentina. È lei ad avere una sorta di epifania guardando il film Satantango di Béla Tarr, tratto dal romanzo del neo premio Nobel László Krasznahorkai. «Quando ho visto la prima scena, quella con la cascina, mi ci sono ritrovata subito, perché è uguale a quella che c’è dietro casa mia. Era inevitabile scegliere questo nome. Noi parliamo proprio del posto in cui siamo cresciuti», prosegue. E in effetti, l’immaginario è più provincia che metropoli. «Crescere in un paesino di tremila abitanti – dice Gianmarco – vicino a una città come Cremona che ne fa sessantamila, quanto un quartiere a Milano, dà altre esperienze rispetto a chi vive in un contesto fortemente urbanizzato».

Il suono dei Satantango è un misto di mezzi di fortuna, modernariato spinto e una strana magia armonica. «Ero stufa di certe produzioni patinate – spiega Valentina –e volevamo qualcosa di sporco e irregolare. Ci sono elementi volutamente fuori tempo, voci a volte non del tutto intonate. Sui testi, però, tendiamo a essere perfezionisti». Gianmarco approfondisce ulteriormente: «Siamo sempre stati appassionati di dream pop e shoegaze, di sonorità che sembrano provenire da un garage, ci piacciono molto gli Slint: d’altronde la nostra è un’adolescenza mai finita. Abbiamo usato un MacBook usato del 2009 e si è creato un equilibrio particolare, tant’è che le persone a cui abbiamo fatto ascoltare i brani ci dicevano di non toccare nulla». Valentina: «Avevamo pure rifatto le registrazioni: suonavano meglio, ma mancava qualcosa. Alla fine ci siamo limitati a incidere di nuovo le batterie». Dal vivo l’approccio è più energico che su disco: «La botta è più aggressiva e ci piace che sia così», aggiunge Gianmarco.

Foto Valentina Ottoboni

I Satantango hanno detto immediatamente sì all’invito di suonare a ShoeGaza vol. 2. «Lo facciamo molto volentieri – dice Gianmarco – perché è una serata importante: riuscire a creare una comunità che ascolta questa musica per una causa nobile come questa è bellissimo. Ed è ancora più importante parlare di Gaza in un momento in cui si stanno forse spegnendo i riflettori». E allora accendiamo questi riflettori, facciamo un po’ di rumore e non lasciamoci annichilire dall’idea che non possiamo fare nulla di concreto. A Gaza si continua a morire (354 palestinesi uccisi dal 10 ottobre 2025 al primo dicembre 2025, senza contare quanto avviene in Cisgiordania) e qualche depravato definisce questa vergogna “premio Nobel per la pace”. Venire a ShoeGaza, però, non è soltanto testimoniare di non esserci voltati dall’altra parte. È anche agire concretamente per aiutare la popolazione.