Intervista: Be Forest. Cercare la felicità, a costo di stare male

Be Forest (foto: Facebook)

Nel 2011 Cold dei Be Forest sembrava un album destinato ad avere tanti ascolti tra pochi eletti. E invece quell’ottimo disco di musica oscura e delicata è diventato in breve tempo un piccolo classico di post punk e dream pop, talmente credibile e incredibile da aver trasformato il terzetto di Pesaro in un gruppo conosciuto a livello internazionale. Oggi i Be Forest ripubblicano Cold in una nuova edizione in vinile, la cui uscita viene celebrata con un piccolo tour di quattro date: il 17 novembre allo Spazio211 di Torino, il 18 all’Arci Ohibò a Milano, il 25 al Glue di Firenze, il primo dicembre al Covo Club di Bologna. Un ritorno al passato con uno sguardo al futuro: questi concerti saranno l’occasione per ascoltare alcuni brani nuovi dei Be Forest, ancora in lavorazione.

Una ristampa e un piccolo tour. Come mai avete deciso di riportare al centro della vostra attività il primo album, Cold?

Erica Terenzi (batteria, voce): “La prima stampa di Cold in vinile contava davvero poche copie. Era da un po’ che stavamo pensando a una ristampa, anche per rispondere alle molte richieste che abbiamo ricevuto dalle persone che ci ascoltano. La decisione di costruirci attorno un piccolissimo tour ha fatto sì che noi stessi ponessimo l’attenzione su quello che è stato Cold per i Be Forest; i suoni, le strutture… In un periodo intenso di scrittura, immersi in un fiume di idee e di incertezze – che ogni nuovo lavoro impone di affrontare – ci siamo costretti a fare un passo indietro. Aprire questa breve parentesi ora ci serve per acquisire nuova consapevolezza su quello che verrà, sulle decisioni che prenderemo. Col senno di poi, non avremmo potuto scegliere momento migliore”.

Ricantare e risuonare questi pezzi dopo anni è strano e naturale al tempo stesso

Di solito si dice che il primo disco rappresenti una sorta di greatest hits per una band, in quanto raccoglie canzoni scritte in un arco di tempo piuttosto lungo e non necessariamente immaginate all’interno di un unico album. Questo spiega una certa varietà nella scaletta di Cold: sembra una raccolta di singoli, ognuno con una propria identità. Vi ritrovate in questa descrizione? Come suonano alle vostre orecchie quei brani, diversi anni dopo?

Costanza Delle Rose (basso, voce): “Nella stesura del primo album abbiamo avuto tutti e tre un approccio diretto e viscerale nei confronti di ogni singola canzone, una sorta di lancio nel vuoto senza paura di cadere e farsi male. Ci siamo uniti avendo davvero poche pretese sul risultato, penso che questo si senta in ogni singolo pezzo che mantiene la propria identità. Ricantare e risuonare questi pezzi anni dopo è strano ed allo stesso tempo naturale. Strano perché siamo cambiati tanto, quasi come se altre persone avessero scritto quelle canzoni, ma è anche naturale perché dopotutto fanno parte di noi”.

11143635_829041263811282_7916904846163987965_oSecondo me il vostro vero primo disco è il secondo, Earthbeat. A livello di suoni è più compatto e anche ricercato rispetto a Cold, ci sento una consapevolezza superiore. Sembra maggiormente “pensato” e anche un po’ meno legato a un certo immaginario wave e post punk. Era questo il vostro obiettivo?

C: “Earthbeat è stato un disco pensato, dopo il primo creato a ‘getto’. Nell’arco dei due album siamo cresciuti e con noi anche la voglia di esprimerci in maniera diversa. Non lo definirei un obbiettivo, ma piuttosto uno sviluppo naturale e una consapevolezza maggiore di ciò che avremmo voluto creare”.

È difficile mantenere nel corso degli anni la stessa tensione emotiva sul palco? Come si combatte l’effetto routine, se c’è?

C: “Sicuramente, quando fai tante date una dietro l’altra suonando le stesse canzoni innumerevoli volte, ogni tanto la routine si sente. Ci sono brani che preferisci suonare di più rispetto ad altri, ma quando sali sul palco e hai davanti delle persone che sono venute appositamente ad ascoltarti tutto passa in secondo piano e ciò che conta davvero per noi è riuscire a trasmettere qualcosa a qualcuno”.

Alla fine un raggio di sole si fa sempre largo

Costanza, in un’intervista rilasciata qualche anno fa a Rockit ti definivi una ragazza felice. Lo sei ancora? Dov’è il punto di contatto tra la tua felicità personale e l’indubbia malinconia della musica che fai con i Be Forest?

C: “Essere felici è una grande cosa. Prima di essere felici bisogna però sapere chi veramente si è ed è un lungo viaggio. In questo momento sto cercando la mia strada da percorrere per essere felice, credo di aver sempre fatto questo per tutta la vita. Naturalmente, per ricercare la propria personale felicità si rischia anche di fare del male, di stare male, di distruggersi e ricostruirsi giorno dopo giorno. Per questo la vena malinconica che è alla base di Be Forest mi corrisponde intimamente: fa parte di me, della mia natura, anche se poi alla fine un raggio di sole si fa sempre largo in mezzo a tutto il buio che c’è”.

Rispetto al 2011 è cambiato il concetto di fruizione musicale, sempre più incentrato sulle playlist e sul singolo brano. Come Be Forest è una tendenza che in qualche modo influenza il vostro approccio alla composizione e magari anche all’ascolto?

C: “A essere sinceri nessuno di noi è mai stato particolarmente attento alle nuove tendenze, da quando abbiamo iniziato a suonare ci siamo sempre relazionati a questo mondo in maniera nostra. Tutto quello che abbiamo creato e fatto fino a ora era perché volevamo farlo e abbiamo detto no a tante cose che non corrispondevano a ciò che volevamo fare. Tutto ciò sicuramente avrà influenza sul modo di proporre il proprio lavoro al pubblico, ma non va ad influire la creazione, la parte artistica della cosa”.

be forestIn questi anni i Be Forest hanno avuto una crescita esponenziale di fan. C’è stato un momento in cui avete capito che qualcosa stava cambiando?

C: “Quando è uscito Earthbeat ci siamo ritrovati catapultati dai piccolissimi palchi nelle province più sperdute d’Italia a locali più grandi senza dover aprire il concerto a nessuna altra band. Forse è stato quello il momento in cui mi sono accorta che qualcosa stava cambiando”.

Che cos’è e quanto è importante l’identità in un gruppo musicale?

C: “L’identità è ciò che ti caratterizza, e per quanto mi riguarda è importante. Crediamo che come gruppo la nostra identità sia ben definita, abbiamo bene in mente che cosa ci piace e che cosa non ci appartiene. Tutto sta nel sapere chi si è, nel riuscire a portare avanti il proprio progetto nella maniera più vera e sincera possibile”.

È difficile stabilire cosa si intende oggi per shoegaze

Siete ben inseriti all’interno della nuova scena shoegaze internazionale. Come vedete questo movimento? Soprattutto, esiste secondo voi una scena shoegaze? Ha delle prospettive?

Nicola Lampredi (chitarra): “Siamo affezionati alla prima ondata di questo genere, faccio rifermento a My Bloody Valentine, Slowdive, Ride… che sicuramente fanno parte dei nostri ascolti. Allo stesso tempo è difficile per me stabilire cosa si intende oggi per shoegaze, quali sono le band che ne fanno parte… La musica si evolve molto velocemente, ogni genere è influenzato da molti altri, tanto che mi è impossibile delineare dei confini assoluti dello shoegaze”.

State lavorando al disco nuovo? In questo mini tour suonerete qualche brano inedito?

C: “Abbiamo lavorato e stiamo ancora lavorando al nuovo album, momentaneamente in stand-by per l’arrivo di questo piccolo tour, aspetta solo di essere registrato… Sì, nei live porteremo sicuramente alcuni brani inediti e non vediamo l’ora”.

Premi play: tre album consigliati dai Be Forest

C: Pygmy Lush, Old friends. “Credo che sia il disco che rispecchia meglio il mio mood di questo periodo”.

N: Diät, Positive energy. “Mio fratello mi ha regalato questo vinile poco tempo fa, per il mio compleanno. Lo sto ascoltando parecchio”.

E: Bohren und der Club of Gore, Black Earth. “Sono un gruppo tedesco che potrei catalogare come doom-jazz, estremamente notturno. Li ho visti poco tempo fa e il concerto è stato veramente il trionfo dell’Essenziale, nell’accezione più entusiastica del termine. E questo in particolare è, per me, un disco davvero speciale”.