Sono nata in questo giorno, dopo la feste delle donne, e per questo motivo ricevo sempre fiori e qualche mimosa sopravvissuta. Preferisco lo stile Ikebana senza fiocchi e plastiche ai mazzi sanremesi o alle composizioni da funeral party kitsch americano. Per qualche anno nel periodo carnevalesco delle scuole elementari ho indossato un vestito molto anonimo da Principessa della primavera anni Ottanta, usato più volte perché non crescevo ed era ampio. Nonostante queste repliche credo che nessuno l’abbia mai visto ma un motivo c’è: stava sempre ben nascosto sotto il mio cappotto, un Montgomery blu scuro, un modello che uso portare anche da adulta. Non riuscivo a mostrarlo perché non ho simpatia per questo periodo dell’anno: il Carnevale e il vero amico Charlie Brown, Sanremo e le canzoni lagna imparentate tra loro, la folla e il freddo mentre tutti fingono risate, le sorprese di compleanno che sono una raccolta di bugie e l’immancabile allergia alle zagare.
Era piacevole nascondere dei poteri, la doppia identità, cappuccetto blu notte che giocava in giardino con il suo abito di lycra e tulle bianco sepolcro e margherite cucite sparse, qualcosa di analogo all’abbigliamento da ballo scolastico delle Vergini suicide di Sofia Coppola, ma più grottesco. Il ricordo migliore di questo periodo resta il giorno in cui ebbi una febbre che mi permise di non uscire. Così negli anni optai per le parrucche colorate e per stare in casa con la mamma che proprio quel giorno dopo aver riempito qualche foglio con i suoi pastelli acquerellabili mi colorò anche il viso. E la febbre sparì.
Fiori, insomma, e figli dei fiori con primavera alle porte, Sanremi con canzonacce retrogradi alle spalle, i diritti uguali tra uomo e donna senza essere ricorrenza ma realtà. Mentre speriamo, come se la pace e il benessere mondiale fosse un’impresa assurda, ci dedichiamo alla musica che sta davvero diventando lusso e sfarzo dell’anima e quasi ci sentiamo in colpa per questo. Non fatelo, lasciatela libera, la musica è indistruttibile.
Tribes Of The City, Evidence of embrace
Questa band lettone non si mette in mostra spesso, ma quando pubblica qualcosa di solito fa bella figura. Nel quinto album ci spiegano che non è l’aspetto che conta ma il rispetto di se stessi. L’anima del gruppo comunica con la voce armoniosa di Ksenija Sundejev, che come una guida ci detta storie e ci conduce in rifugi sonori quasi liminali e meditativi. Qui il turbinio che nasce dallo stesso sangue della Valentina di Kevin Shields viene placato con diverse narrazioni. Chitarre riverberate che tremano fredde ma si scaldano in ruvide distorsioni che ci abbracciano e si issano come un’impronta, un calco shoegazer. Schiaffi veloci sul rullante e piccole, belle note dreamy di synth e voce. I brani si spargono come fiori su abiti di donne eleganti che si muovono felici e libere in grandi città.
Away Forward, Tidal forces
Cosa si potrebbe realizzare in un solo giorno? La band Away Forward ha registrato un ep di sei tracce in un vecchio teatro dentro un edificio storico di Toronto. È un lavoro ricercato, nato da un sogno e per un sogno. Ricamato con layer, brillanti delay e riverberi quasi meditativi, echi di feedback presi dalla storia della musica shoegaze e riportati alla luce. Ha attirato la mia attenzione l’ultima traccia dal titolo Mission of joy. Sarebbe questa la vera missione auspicabile: la gioia. Le distorsioni incalzano e riportano alla luce i profumi di primavere rivoluzionarie e di sonorità ancora fresche, come se il tempo si fosse fermato negli anni più belli vissuti. Le ombre di montagne grigie della copertina sono solo una visione, l’ostacolo prima della gioia.
Monochromatic Visions, Closure
Tornano i britannici Monochromatic Visions, sempre pronti e creativi in ambito alt-rock e armati di tutti gli elementi che amiamo. In questo nuovo album le durezze post-punk si addensano ulteriormente in un disincantato e sofisticato shoegaze, a volte come un sogno dei Mogwai, ma con scelte compositive più filmiche, sostenute anche da linee di synth e alleggerite da una voce essenziale. Le docili note di piano del brano di apertura The will vengono bruciate nei brani a seguire da distorsioni gotiche da far paura. Fa riflettere una cosa, ovvero che quando in un album prevale un basso post punk, il risultato è sempre fighissimo: ormai questo pensiero è quasi legge. L’album prosegue con chitarre che tentano di fare danno con cauti fuzz, ma in fondo la rabbia è solo distorta insieme a una rivolta pacifica di flanger.
