Lunedì shoegaze. Una festa indie rock

Sssiv

Nuova settimana, nuova carrellata di dischi che vanno salvati e ascoltati perché c’è sempre bisogno di ascoltare bella musica, soprattutto in tempi così assurdi, difficili e sconvolgenti. Premi play.

Sssiv, All the time

La band danese ha un nome che non ho idea di come si pronunci: pare che abbia un’assonanza con la parola “give” e, di fatto, è la somma dei componenti Sara, Stephen and Sasha. Sia come sia, All the time è una canzone che annulla i dubbi e abbatte le difese, perché ha un feeling umano, un songwriting emozionale che ricorda vagamente gli American Football, sia pure senza quei loro arzigogolati inciampi ritmici: va dritta come quelle canzoni che non hanno bisogno di niente per convincerti, perché a volte basta il primo accordo per farti pensare «eccovi, eccomi».

Yumeia & Tre Flip, Lume

La musica di Yumeia e Tre Flip è espansa, gelida, rarefatta: si allunga sui silenzi come un eco che rimbalza su un precipizio e poi incendia l’aria quando l’impeto prende il sopravvento sull’attesa. È shoegaze dal respiro pieno e dalle distorsioni che vanno e vengono, con una malinconia totale che è condizione esistenziale prima che requisito artistico. «È così strano che a giugno piova», cantano loro. La bella stagione non ci è mai appartenuta.

Leaving Venice, Price of caring

Mi guardo intorno e Milano, come sempre, fa Milano: corre e arranca, ti accompagna e ti semina. Sono gli alti e i bassi di ogni città del mondo, una quotidianità compressa che schiaccia i pensieri e affonda l’umore. Premo play e trovo gli appigli che mi mancano, il disorientamento viene incanalato nei suoni dream gaze dei Leaving Venice, che nella meravigliosa Coming clean la dicono tutta con grazia e rassegnazione: «Maybe I’m too old. Another fear another year, and I stay tired». C’è più di una vita in questa strofa, e anche più di una sofferenza. Nel bellissimo album d’esordio la band piacentina usa i pedali del riverbero come un termometro emozionale: più sono ampi, più il cuore batte forte.

Manic Sheep, Rewind 2014

Tra i migliori album usciti finora nel 2026 ce n’è uno che risale al 2014. Rewind 2014 è infatti un disco che la band taiwanese Manic Sheep aveva iniziato a comporre dodici anni fa e che ha ripreso in mano un decennio dopo. Rischiava di essere un’incredibile occasione persa, è diventato un piccolo classico istantaneo, con un mucchio di ottime canzoni che oscillano tra armonie dream pop, scorribande post punk e scintillii shoegaze. Sembra di stare in mezzo a una festa indie rock d’altri tempi, in cui chitarre offset sfrontate dettano l’agenda e ci si ritrova inevitabilmente stretti nella stessa felicità, uniti nell’identica inquietudine.

Plaaaato, Brightdeathstarr

A volte vorrei essere una serena perdigiorno. Il progetto plaaato, nato in Ucraina, mi fa sentire così: è diretto, spontaneo, urbano, cangiante e vario come la folla che incontri in metro, fatto di passaggi, fermate, ritmi intersecati. Arrivi a destinazione e la corsa di riff distorti riparte con passaggi frenetici – talvonta in drum&bass – e poi torna indietro con un backmasking coinvolgente. Suoni crunch gettati in aria in 10 brani di urbangaze moderno. Dopo tanto movimento le tracce finali estese frenano tutto, ti suggeriscono di rallentare e riflettere. Tutto può fermarsi, ma bisogna essere pronti per ripartire: i plaaaato lo sanno fare benissimo. (Agnese Leda)