La playlist Best Shoegaze 2026, disponibile su Spotify, Apple Music e Tidal, si aggiorna con le nuove splendide canzoni di Waving Blue, She’s Green, Cashier, Yumeia & Tre Flip, Doused, Dusk Saffron, Klimt 1918, Lozenge, The Mad Mile, Koko Moon, Ohio Mark, Gnaw, The Desperate Call Of The Sea, Glixen. In copertina i Nothing. Come sempre, non è una classifica. E dunque salva, ascolta, condividi. E dicci chi dobbiamo inserire.
Nothing, Toothless coal. Ho perso il conto di quanti pedalini della distorsione ci sono; chitarre come muri scrostati; volume 10 e via.
Waving Blue, Waves. Chitarre altissime in cuffia; RAM in rapida saturazione; pioggia in arrivo.
She’s Green, Mettle. C’è una crepa in ogni cosa; melodia perfetta; tenere botta.
Cashier, The weight. Walkman anni Novanta; stanza piccola; suono enorme.
Yumeia & Tre Flip, Eterno riposo. Quella batteria può essere ferro e può essere piuma; soffrire fino in fondo; epicità fuori scala nel finale.
Doused, Xoxo. La regola delle chitarre offset non tradisce mai; My Bloody Valentine; parapiglia sopra e sotto il palco.
Dusk Saffron, Erasure. In auto alle tre di notte; quartiere deserto; dream pop di livello superiore.
bill., Claw. Plettri sparsi un po’ ovunque; Converse slacciate; comanda la batteria.
Heel, Stare. 60 cycle hum; martellare a più non posso sul rullante; caos + malinconia.
Leaving Venice, Heaven’s bright. Contro la positività tossica; accordi grunge; il paradiso non c’è.
Klimt 1918, Dream core. Un disco ogni dieci anni o giù di lì; ritrovarsi in mezzo a una bufera improvvisa; arrangiamento extralarge.
Lozenge, For lack of trying. Un tappeto di cavi colorati; il fonico impazzisce di fronte a questi suoni selvaggi; magliette a righe come nei primi anni Duemila.
The Foxgloves, Barbed wire kisses. Baci come filo spinato; sussurri coperti dal rumore; chitarre in corsia di sorpasso.
Yumi Zouma, Bashville on the sugar. Ti vedo in metropolitana; si alza il ritmo; e noi a cantare con la band.
Blandest, Trinket. Poster punk stropicciati alle pareti; volume illegale; occhio all’acufene.
The First Eloi, Porcelain. Amplificatori valvolari belli caldi; in sala prove ci staremmo delle ore; shoegaze cantabile.
Mint Tea & Biatlón, Summer is a dream. L’estate è bella solo quando è inverno; riverberoni e arpeggioni; dream pop il nostro folk.
The Mad Mile, Smiths. Finestre chiuse; polvere sottile; sonorità cupe per cuori sensibili.
Ohio Mark, The art of being dead wrong. Tutti gli strumenti al massimo; corde di chitarra che sembrano prendere fuoco; frequenze selvagge.
Inframell0w, Alive. Dream pop tendente al post punk; mezzanotte e dintorni; luci al neon.
Violet And Sparingly, September haze. Sneakers e tappi per le orecchie; pickup delle chitarre spinti al massimo; settembre mese shoegaze per eccellenza.
Grigio Scarlatto, Take me. Prendimi per come sono; buttiamoci in mezzo al pogo; accendi tutti i pedalini che hai.
Deary, Seabird. Cocteau Twins a un tiro di schioppo; sale sulla pelle e cielo pallido; piano sequenza al ralenti.
Cigarettes For Breakfast, Melting. Il suono delle chitarre oscilla come se respirasse; potenziometri spostati a destra; vetro che si appanna dall’interno.
The Giraffe Told Me In My Dream, 散步. Come cantare sott’acqua; una passeggiata in un mondo laterale e a gravità zero; il mistero su ciò che la giraffa ha detto.
Koko Moon, Croste. Una casa immersa nella notte; se vorrai stammi accanto; puoi ascoltarla ovunque tranne che su Spotify.
Gnaw, Star. Lo schiaffone arriva al minuto 0.00; la sonorizzazione perfetta di un pogo shoegaze; poi le armonie si addolciscono.
Lucid Express, Faux sweetness. Loveless ha ancora la linea telefonica attiva; una vocalità lieve e ben calibrata; chitarre a volte dense e a volte trasparenti.
Swayglow, Grey blooming. Fiaba shoegaze dai toni noir (o grigio siderale); potere femminile; colonna sonora per film inquieti.
Sunstinger, Nvr Nvr. Chitarre che sembrano provenire da un’altra dimensione; voci perse nella nebbia; una camera buia.
Noday, 30 gradi. Il tocco è pesante; la melodia resta poco più di un soffio; cinque martini a colazione = colazione dei campioni.
Whitelands, Blankspace. Specchi dritti e ritratti inclinati; vederti sempre e non vederti mai; shoegaze al suo massimo.
Kodaclips, 27. Chitarre gigantesche; la giusta epica malinconica; qualcuno ha detto riverbero?
Dillon Jo, Jo. Basso in stile Cure; il futuro non sappiamo dove ci porterà; segui quelle chitarre arrembanti.
Callière, Solar. Voci sommerse e dunque perfette; shoegaze tarato nel modo giusto; guidare in autostrada.
Sleep Keeper, Falter. Lo shoegaze che si ricorda di avere un cugino a Seattle; adolescenza infinita; reverse reverb.
Draag, Nsps. Pickup humbucker per cominciare; voce che si appoggia sulle chitarre; un ballo shoegaze come piace a noi.
Softcult, Queen of nothing. Melodia pop ma con i denti serrati; non farti buttare giù da questo mondo terribile; e allora fatti sentire.
The Desperate Call Of The Sea, Quello che non ho più dentro. Scandire la propria verità in un caos di distorsioni; fogli sparsi; vietato abbassare il volume.
Dewey, Summer on a curb. Estate su un marciapiede; ampli accatastati tipo Tetris; ti ricordi quando avevi quindici anni?
As Above,Upside down. Il grunge è il nuovo shoegaze; chitarre ampie tipo maglioni troppo larghi ma estremamente fighi; radio college 1993 ore 23:43.
King Hit, Sap. Hum; aria e poi peso specifico; ci sono almeno tre generazioni dentro queste strofe.
Glixen, Unwind. Passo lento; chitarre che slittano sulle armonie; un equilibrio pronto a spezzarsi.
Rocket Rules, Chapel St. Camminare di notte pensando troppo; shoegaze perfetto per quando non hai sonno; c’è ancora tempo per affrontare il domani.
Ulrika Spacek, This time I’m present. Psichedelia; una jam session tra gli anni Settanta e gli anni Novanta; stiamo fluttuando nello spazio.
Crushingswans, Limerence. Non svegliarsi dal sogno; sacrosanta ortodossia shoegaze; limonare davanti a un amplificatore valvolare assordante.
Good Day Father, Sonic Amadea. La chitarra di Brian Futter dei Catherine Wheel e la voce di Tanya Donnely; lo shoegaze da chi sa come farlo; melodie a presa rapida.
All You Can Hate, Take me to the moon. L’esatto punto d’incontro tra shoegaze e post punk; concerti in cui chi non salta è perduto; manici sudati di chitarra.
Dogflesh, Black spell. Punk per gente introversa; grande baraonda in cuffia; occhio che ti metti a pogare in metro.
Adiós Cometa feat. Fin Del Mundo, El mundo en mis brazos (Leonor). La cosa migliore è vederti arrivare; chitarre che si addensano fino a diventare temporale; romanticismo gaze.
Trauma Ray, Clown. Shoegaze sotto forma metal; lo spleen suonato bene; strofe evanescenti.
