Matteo Agostinelli, cantante e chitarrista degli Yuppie Flu, se n’è andato troppo presto. Difficile raccontare oggi che cosa era questa band. Tra la fine dei Novanta e i primi tempi del Duemila, in Italia c’era la sensazione che qualcosa potesse cambiare, che la musica fosse una faccenda molto più basilare di quanto ci avessero raccontato fino a quel momento (e di quanto siamo portati a credere adesso): bastavano gli strumenti giusti e le canzoni belle per scoprire che esisteva davvero un pubblico – tutt’altro che residuale – interessato a una proposta artistica “altra”. Non c’erano strategie, non c’era marketing, non c’erano algoritmi. Si era musicisti, non social media manager. Era un periodo in cui gli aggettivi più usati nelle recensioni dei dischi migliori dell’epoca erano “sghembo” e “storto”: perché ci sentivamo esattamente così, sghembi e storti rispetto al mondo intero, ma a modo nostro dritti, coerenti e testardissimi. Il nostro orizzonte stava a Londra, non a Milano, ed era lì che gruppi come gli Yuppie Flu andavano: e proprio gli Yuppie Flu arrivarono fino alla Rough Trade e alla programmazione della BBC.
Gli Yuppie Flu erano i cugini britannici, americani, persino tedeschi. Italiani mai, per come intendevamo l’Italia musicale allora – e come viene troppo spesso intesa oggi. Gli Strokes, i Pavement, i Notwist, i Beatles, magari pure i Pixies e, perché no, i Go Team, i Grandaddy e i Flaming Lips. Negli Yuppie Flu la musica era un sentimento che a ogni disco mostrava uno scarto diverso – l’indie rock, la psichedelia, l’indietronica – e un umore differente, a volte scuro come l’inverno, a volte brillante come l’estate. Erano canzoni che sapevano di spirito adolescente, quando il cuore batte più velocemente dei desideri e ci si ritrova un fuoco dentro che brucia sogni come se fossero carbone.
Matteo Agostinelli aveva una voce incredibile: sottile, espressiva, emozionale. Il suo contributo a Pet life saver dei Giardini di Mirò resta probabilmente il suo capolavoro, un’interpretazione così intensa e drammatica che ancora adesso è una sorta di inno nazionale per chiunque ami il post rock. In un altro pezzo, Food for the ants, Matteo cantava di tarde primavere, di formichine pronte ad assaggiare il tuo pranzo al sacco e di come la vita venga data per scontata in queste strade ventose che percorriamo ogni giorno. È quasi inspiegabile che Sorrentino non ci abbia mai costruito sopra un film intero.
È però con i brani di Toast masters che si coglie appieno la grandezza di Agostinelli come songwriter. Un disco in cui l’ottimismo, la positività, la resilienza – prima che questo termine diventasse l’accessorio prêt-à-porter di ogni banalità possibile – vengono raccontati non come fatti acquisiti da chi ha una vita facile, ma come conquiste di chi ha conosciuto la sofferenza ed è riuscito a non farsi schiacciare. “Don’t waste your time, the pain is over”, cantava non a caso in Pain is over, nel 2005. Me lo sarò ripetuto come mantra non so quante volte.
E se in un altro brano, Glueing all the fragments, si sente cosa significa provare a reincollare la tua quotidianità in frantumi, la notizia della morte di Matteo infrange quel patto esistenziale che ventuno anni fa avevamo stretto con Toast masters. Forse proprio per questo non resta che premere play e far risuonare quelle canzoni, oggi, domani, per sempre: una promessa è una promessa e va portata avanti, anche nel nome di Matteo. Ma quanto è difficile incollare quei frammenti, adesso.
