Lunedì shoegaze. Il ciclone Harry e noi

Yumi Zouma

Avrei un mio gioco e un racconto da condividere. Il gioco si fa con la mente, una sorta di teletrasporto, bisogna volare verso un luogo diverso, un luogo totalmente insolito. Per esempio ci troviamo in casa e fuori c’è maltempo. Io penso a uno scoglio, un grosso masso lavico a forma di lettino dove in estate ho sempre riposato dopo una nuotata. La sua posizione e dimensione non è mai cambiata, sono io che sono cresciuta su di lui. Il gioco consiste in questo pensiero: cosa starà facendo quello scoglio adesso al buio e durante un assurdo maltempo? Così immagino di poterlo spiare in quel preciso, insolito istante. Chissà che buio, chissà che onde alte, chissà quanta paura liquida.

Un pomeriggio post ciclone Harry ero curiosa di far visita allo scoglio, avevo paura di non trovarlo, non sono riuscita a individuarlo neppure da lontano. L’accesso a quel tratto di baia è ormai impraticabile, almeno non più come nei miei ricordi. In mezzo al quel naturale scempio mi è apparso un ragazzo, aveva un aspetto fuori dall’ordinario, mi ha ricordato fisicamente Ian McCulloch degli Echo & the Bunnymen, un motociclista smarrito, non parte di questo presente ma fermo come una vita spezzata negli anni 80, sembrava uno dei protagonisti del film Classe 1999: per chi non l’avesse visto, è un film cyberpunk del 1990 e ha una trama violenta abbastanza attuale, con l’abuso delle forze armate negli Stati Uniti in una chiave distopica per quegli anni (lo potete trovare su YouTube completo e in italiano).

Ho avuto paura, non so il motivo ma sono subito scappata a casa con il dubbio di chi fosse, lui con il suo sorriso ad occhi bassi e io con il triste pensiero della costa ionica totalmente stravolta e delle conseguenze di questo evento meteorologico anche per le vite in mare. Forse «l’acqua avrà pur memoria», come mi ricorda spesso la lirica di un caro amico. Raccoglie e riporta alla luce qualcosa alla nostra coscienza. Il sole torna, asciuga, i danni diventano reali, termina la paura e inizia il dispiacere. Poi un’altra memoria storica ci ricorda che nasciamo da ricostruzioni e torna così l’energia.

La musica riporta alla memoria impressioni, fa riflettere o fa distrarre, come questo mio breve e sintetico racconto shoegazer post ciclone non ha nulla di inventato, tutta realtà che stiamo vivendo con tutti i misteri legati al clima, alla gestione del territorio e al brutto difetto di rompere con la coscienza. Questa settimana vi proponiamo un’ottima colonna sonora di stravolgimenti.

Yumi Zouma, No love lost to kindness

La band Yumi Zouma abbandona le calme rive dream pop neozelandesi e tira fuori con frenesia quasi ciclonica il quinto album No love lost to kindness che comprende schiumosi suoni delle acque agitate e profonde di un soft shoegaze libero. Per loro il genere e lo stile non esistono, esiste un sentimento legato al qui e ora. Dal bedroom pop, ovvero registrazioni individuali nelle proprie stanze, gli Yumi Zouma sono passati alla sperimentazione collettiva in veri e propri studi di registrazione, elaborando idee non più introverse e angolose, ma sempre più originali nate da intese corali. La batteria scandisce ogni inizio, le chitarre – distorte quanto basta – trascinano l’entusiasmo e la voce sicura di Christie Simpson chiacchiera cantando e completa ogni loro splendida intenzione melodica e pop, in piacevole chiave indie.

Swayglow, Unpredictable blooming

Avevamo apprezzato i singoli e da pochi giorni è uscito per la Dear Gear Records l’ep d’esordio di Swayglow, Unpredictable blooming. È riuscito a sbocciare nel buio un bouquet composto da cinque fiori, una composizione raffinata creata dalla cara polistrumentista Giulia Cinquetti (già con You, Nothing) che con impegno sceglie le varietà di bellissime e profumate voci amiche, ovvero Gioia Podestà (Maquillage), Francesca Carluccio (So Vixen) e Nicole Fodritto (Six Impossible Things), a cui abbina non solo suoni incisivi distorti con narrazione delicata e riverberata, ma anche il suo basso preciso, grafico e presente. Ogni brano è un fiore che apre i propri petali dopo tempeste emotive: un racconto, un concept che prende forma partendo da una fiaba shoegaze dai toni noir, da misteriosi incubi dark, arrivando a essere dream pop pieno di stile, rivincita, audacia e potere femminile. Nei suoi video si nota passione per un certo tipo di cinema, difatti l’ep è adatto a essere colonna sonora per film esteticamente inquieti e belli in ogni forma.

Heel, Segmentation

Da qualche parte in un luogo del Texas che immagino insolito, desertico, buio e tempestoso di sabbie si forma il gruppo di quattro elementi, Heel. Il loro album d’esordio è uscito da pochi giorni e si chiama Segmentation. L’esordio consiste nel presentarsi alle nostre orecchie con chitarre distorte che i chitarristi e cantanti Adharsh Rajavel e Tayla Diza scelgono di usare con l’esatto suono del flex sul metallo. Tayla canta soave e ripete strofe con una certa serenità in un sottofondo che sembra un cantiere aperto di suoni shoegaze. È composto da tredici tracce rotte a metà da un brano in acustico e si conclude con alcune demo. Il gruppo entra a far parte del muro del suono del texasgaze, costruito altissimo e lunghissimo ma che non divide anzi, accoglie tutti ed è questa la cosa bella della musica. Siamo distanti, perduti, separati, segmentati, devastati ma l’ascolto dello shoegaze tiene tutti collegati.