Mentre comincia il mese più freddo e meno dream pop dell’anno, il tuo amichevole Shoegaze Blog di quartiere ti propone alcune nuove uscite discografiche da non perdere. Premi play, condividi, supporta.
Louise Weseth, On vulnerability
La nebbia ad agosto non c’è, ma Milano sembra coperta da una coltre sorda e inevitabile: le strade sgombre producono un silenzio alieno, come se ogni passo risuonasse altrove, e il caldo torrido rende l’aria più densa – e la tua pelle diventa cuoio: dura, secca, fuori contesto. Che ci faccio qui? L’estate in città porta con sé una strana vulnerabilità, una sensazione familiare che si ritrova nel brano di Louise Weseth, un brano che è esattamente come questi giorni sospesi e irrisolti: una malinconia tenue che si lascia andare tra i riverberi. «È una canzone sulla tenerezza e sul coraggio che la vulnerabilità comporta e sulla trasformazione che provoca», racconta la cantautrice norvegese. Nel mezzo, melodie emozionanti, approccio folk, vibrazioni dream.
Sheepshead, Sheepshead
Fai conto che gli Sheepshead siano i caroline dello shoegaze. Ovvero un ottimo gruppo che suona una musica orecchiabile, ma che procede per aggiunte, sottrazioni, strappi e ripartenze. C’è un lavoro molto interessante a livello di produzione, un approccio che ingloba frammenti di My Bloody Valentine, Medicine, No Joy, Radio Dept., tutta quella musica storta, sgranata e scura, fatta da band irregolari, gente che ama spingere il suono dei propri strumenti in frequenze scomode. Perché questi artisti, come gli Sheepshead, sanno bene che le emozioni facili sono, spesso, anche le più inutili. E dunque agiscono di conseguenza.
Seadog, At war (with everything)
Con quell’apertura armonica indie rock e quella vocalità sottile e delicata, da qualche parte tra Grandaddy e Sparklehorse, i Seadog raccontano l’alienazione della modernità con questo singolo, melodicamente orecchiabile, eppure intriso di uno spirito shoegaze sottinteso ma inconfondibile. Il suono alterna pienezza e rarefazione, che pare un perfetto storytelling di questi tempi in cui, spiega la band, «i social media fomentano i conflitti e le polarizzazioni». La musica invece unisce. O almeno, come fa la band britannica, prova a indicarci la strada giusta.
Fenech, Fragile
Da Sassari, i Fenech usano un termine preciso, Fragile, per intitolare il loro album. E in effetti si percepisce una sensibilità emozionale che si traduce in canzoni che oscillano tra dilatazioni post rock e compressioni shoegaze, sogni alla deriva e melodie distanti, distorsioni ovattate ed epica dell’introversione. Sono un po’ le cose che cerchiamo da queste parti. Le cose che ci fanno sentire parte di un tutto. Le cose che ci fanno capire che nella fragilità non c’è solitudine, ma possibilità di condivisione.
